domenica 24 giugno 2012

Detenuti e Giovani al Cammino di S. Antonio 2012

Il Cammino di Sant'Antonio 2012

Anche quest'anno in prossimità della festa del Santo i Frati Francescani Conventuali, da sempre custodi della Basilica e della Tomba di sant'Antonio in Padova, hanno invitato i giovani ad un pellegrinaggio a piedi, nella notte, percorrendo gli ultimi passi di sant'Antonio. Il 13 giugno del 1231, infatti, il Santo, sentendo ormai prossima la morte, chiede di essere ricondotto a Padova da Camposampiero, nel cui eremo si era ritirato per alcuni giorni di ristoro. Si tratta di 25 km circa che da allora, pellegrini e devoti intraprendono in segno di fede e di amore: un'esperienza dunque antica e della tradizione popolare, recuperata dai frati francescani e rilanciata in particolare ai giovani che ogni volta vi aderiscono numerosissimi (oltre un migliaio da tutta l'Italia).
L'ultima edizione (26-27 maggio) ha visto anche la partecipazione straordinaria di un gruppo di carcerati guidati dal cappellano, don Marco Pozza. Sant'Antonio, va detto, ebbe sempre una particolare attenzione verso questa categoria di persone, intervenendo presso le pubbliche autorità, perché fossero trattati più umanamente e  mitigate le pene severissime loro comminate. Non è un caso che in molte carceri italiane siano proprio i frati francescani a svolgere il ministero di cappellani, assistendo e dando sostegno a questi fratelli. Riporto di seguito la testimonianza di don Marco, che vuole essere uno sprone per tutti a recuperare quel "surplus" di umanità e compassione e bontà, che talvolta pare scomparire anche dal cuore di noi cristiani, ormai aggrediti e spesso indifesi di fronte al paganesimo imperante.

Il Signore vi benedica, vi custodisca e vi doni la sua pace.

frate Alberto


Qui sopra il coro dei giovani , animati dal mitico frate Alessandro Fortin,
alla messa solenne in Basilica, al termine del pellegrinaggio dei giovani.
BENEDICAT TIBI DOMINUS ET CUSTODIAT TE

TESTIMONIANZA
di don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova
Un gruppo di detenuti di Padova pellegrini sulle orme di sant'Antonio Sulla strada, oltre le sbarre. Come gufi nella notte, per una volta artefici di riconciliazione piuttosto che uomini di malaugurio. La notte per anni è stata loro alleata nello sfidare la legge, deturpare l’umano, complicare la speranza. Stavolta la notte diverrà loro alleata perché, in fin dei conti, è di notte che l’alba s’appresta al risveglio. Un gruppo di detenuti del carcere di massima sicurezza di Padova stanotte vestirà i panni del pellegrino: nudi di fronte al mondo e avvolti in un anonimato che li mette alla pari con tutti gli altri. Il termine peregrinus significa straniero, foresto, colui che non sta a casa propria. È esattamente la loro identità: durante la permanenza dietro le sbarre la città è diventata per loro foresta e loro foresti per la città. L’hanno tradita e lei li ha dimenticati relegandoli in periferia, segregati fuori dalle sue mura come ben s’addice ai malfattori. A Padova però abita il Santo «senza nome», quell’Antonio che passando anonimo tra la gente conobbe il fascino dell’effimero e s’impegnò per la pace e la riconciliazione tra le genti. Loro stanotte chiederanno aiuto ad Antonio: ripercorreranno assieme a una folla di pellegrini l’ultimo tratto di strada solcato dal frate in punto di morte: il bandito di vecchia data che abbandona la cella non per evadere dalla sua storia ma per trovare una rigenerazione spirituale a una vita costellata di ferite inferte e subite. Loro hanno rubato la speranza e la galera ha rubato loro le parole, inasprito i sentimenti, scolorito l’alfabeto: per questo il loro pellegrinaggio sarà una lunga preghiera fatta semplicemente col corpo, il corpo come veicolo dell’anima per scendere dentro se stessi e accendere la luce. Per anni hanno arredato la cella col grosso rischio di scambiarla per il mondo: troppi ci riescono ogni giorno. Poi Qualcuno ha aperto loro la finestra: da quell’incontro col Risorto non hanno più accettato di barattare la luce dell’abat-jour con quella del sole. E qualcuno s’è rimesso in piedi. Il camminare racconta la meraviglia e lo spavento, l’ignoto e il conosciuto, la forza e la spossatezza. Camminare a piedi è avvertire la coscienza della propria fragilità, un invito alla prudenza e alla disponibilità verso gli altri. È riscoprire la nostalgia e la lentezza in un mondo dominato dalla fretta. Per loro stavolta camminare avrà il sapore di un ritorno in città dopo anni di esilio, un riaffacciarsi alla vita, compenetrarsi nella natura e ritrovare il contatto con l’universo. In compagnia di Antonio da Padova, il pellegrino di Dio che dopo aver solcato le terre dal Portogallo al Marocco, dalla Sicilia alla Romagna, dalla Francia Meridionale al Veneto passando per la Lombardia è diventato un figlio del quale Padova è divenuta gelosa custode nel mondo. Nell’animo del pellegrino spesso s’annidano le grandi rivoluzioni: Francesco d’Assisi, Domenico di Guzman, Antonio da Padova sono semplicemente i volti noti di un’umanità e di una Chiesa rivoluzionaria. Perché sono gli uomini che si guardano dentro, non fuori, a scombussolare il mondo: uomini che hanno capito che ogni passo in avanti dev’essere preceduto da un passo all’interno, per non trasformarsi in un passo all’indietro come insegna la mistica. Un gruppo sparuto di detenuti che cammina, a nome di tutti i detenuti, fianco a fianco con la gente comune sulle orme di Antonio. C’è sempre un gruppo in rappresentanza di tutti: all’uscita dall’Egitto come all’ingresso della Terra Promessa, sul Golgota come sul Tabor, a Genesaret come nel cenacolo. Qualcuno c’è sempre a nome di tutti per poi cantare ovunque «quella luce e quell’Amor che move il sole e le altre stelle». E che riorganizza la speranza.
don Marco Pozza
Attraversando le piazze di Padova
Ulteriori link utili (foto-video)
vedi: http://www.ilcamminodisantantonio.org/ita/home.asp
vedi: http://www.flickr.com/photos/villaggiosantantonio/sets/72157630066681762/show/

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