giovedì 22 marzo 2012

Suore... nel mondo, non del mondo


Una bella doppia intervista ha caratterizzato l'ultimo inserto domenicale dell'Avvenire... (rilanciata anche dal sito Vocazioni). Ascoltiamo con disponibilità la testimonianza di queste due sorelle francesi, che hanno maturato la vocazione religiosa secondo due stili differenti, entrambi così preziosi per conoscere Cristo, per servire la Chiesa e amare gli uomini.



Una monaca di clausura ed una suora a confronto
Dialogo con due religiose che spiegano perché hanno deciso di seguire Cristo

In cima a una piccola scala di legno c’è il parlatorio numero 6 del monastero delle benedettine di Argentan, nell’Orne. Immerso nella luce fredda di un pomeriggio di gennaio, è attraversato da una grata che segna la separazione visibile tra due mondi. Quello di suor Marie-Bénédicte, 42 anni, che vive in clausura da 22 anni, e quello di suor Nathalie Gueguen, 35 anni, infermiera professionale, da dieci anni nella congregazione apostolica delle Figlie di Gesù di Kermaria, attualmente impegnata in studi teologici. Quando entrano nella stanza non si conoscono. Hanno accettato di incontrarsi per confrontarsi sul modo di vivere il loro impegno nella vita religiosa, guidate dalla stessa volontà di seguire Cristo. Una indossa l’abito e non lascia mai le mura dell’abbazia. L’altra, dall’aspetto sportivo, zainetto in spalla, ha mille contatti con la società. Tra le due religiose una leggera timidezza cede presto il posto a un dialogo benevolo. Anche a risate. Le due donne rivelano la spontaneità di una discussione franca, che non cancella le differenze di stile. Solo la grata impedirà un abbraccio finale…

Che cosa c’è all’origine della vostra vocazione?
Suor Nathalie Gueguen: «Il desiderio di impegnarmi per Cristo ha accompagnato tutta la mia giovinezza. Andavo ogni domenica a messa a Loctudy (Finisterre) con mia nonna ed ero affascinata dal Vangelo. Anche per come Gesù entrava in relazione con gli altri, in particolare quando li curava, li guariva o li risollevava.  Mi dicevo: "In futuro vorrei fare come lui"… Nell’adolescenza hanno cominciato a presentarsi alcuni interrogativi. Presentivo la vita religiosa come un richiamo alla felicità, un modo per diventare pienamente quello che sono donandomi al Signore. Ma sapevo a cosa avrei rinunciato. Mi dicevo: "Diamine, com’è possibile che io non riesca ad abbandonare quest’idea per vivere come tutti i giovani della mia età?". Era un primo trauma. A 17 anni si è posta brutalmente la questione dell’esistenza di Dio. Quella messa in discussione interrompeva il cammino spirituale che avevo fatto nel Movimento eucaristico giovani (Mej). Quei sei mesi di turbolenze mi hanno aiutata ad accedere a una fede adulta, che era il motore di quella crisi esistenziale. Dopo il diploma ho provato il concorso alla scuola per infermieri, perché sentivo il desiderio di essere vicina alle persone vulnerabili. Mi aveva colpito una religiosa, Figlia di Gesù di Kermaria: insegnante di spagnolo, s’interessava sempre all’allievo più in difficoltà».
Suor Marie-Bénédicte: «Sono cresciuta in una famiglia in cui la pratica religiosa era piuttosto convenzionale. Prima in India e poi in Argentina, perché abbiamo seguito mio padre, ingegnere chimico: per questo eravamo estranei ai cambiamenti vissuti dalla Chiesa in Europa negli anni Settanta. Rientrata in Francia nel 1980, non mi piaceva il catechismo com’era fatto in quel periodo e ho preferito cercare nei libri la mia formazione cristiana. Uno dei miei fratelli, che stava riflettendo sulla vocazione religiosa, si è recato all’abbazia benedettina di Fontgombault, nell’Indre. Quando è tornato ci ha parlato del suo progetto. In me è scattato qualcosa. Mi ha prestato La vita di santa Teresa del Bambin Gesù: la vita religiosa si è imposta ai miei occhi. Avevo 14 o 15 anni. Poi mio fratello è entrato in una congregazione di premostratensi in Italia, ma l’ha lasciata nel giro di un anno. La mia famiglia si è detta che la sorella avrebbe fatto lo stesso… Invece ho perseverato, anche se non ero tanto sicura dell’orientamento della mia vita religiosa, se attiva o contemplativa. Allora mi è stato consigliato di venire ad Argentan. Qui mi sono subito sentita a casa. Avevo 18 anni ed ero alla fine del liceo. Il lato classico della comunità, con il canto gregoriano e la clausura, mi aveva attratto subito. Rispondeva in me a un bisogno d’autenticità».

Si può essere vicini al mondo, lontano dal mondo?
Suor Marie-Bénédicte: «Forse lei è più vicina agli uomini di noi, suor Nathalie».
Suor Nathalie: Siamo entrambe presenti nel mondo, ma in modo diverso. Così come esistono quattro Vangeli per raccontare la vita di Cristo. Per me la vita religiosa era concepibile solo attraverso un impegno apostolico. Volevo stare con le persone in ciò che è alla base della loro vita, in particolare volevo testimoniare accanto ai più poveri la Buona Novella che mi anima. Un’esperienza ad Haiti mi ha segnato profondamente e mi ha permesso di verificare questa chiamata. Anno dopo anno, mi rendo conto che l’incontro con l’altro deve essere nutrito, in modo sempre più intenso, dalla preghiera e dalla solitudine. Più è ricca la vita di relazione, più mi devo alzare presto al mattino per prendermi un tempo di preghiera. Contemplazione e azione vanno di pari passo».
Suor Marie-Bénédicte: «Per ogni vocazione c’è una parte di imitazione di Cristo. Ma Cristo ha più facce: cura le persone e si ritira sulla montagna. È quest’ultima dimensione che i contemplativi onorano. Il ritiro consente di capire meglio i bisogni e le sofferenze umane. Una vita più semplificata permette di essere più ricettivi ai problemi degli altri. I benedettini, secondo il loro motto "Pace", offrono la pace al mondo. Quando ero studentessa, ero stata interpellata da una giovane comunista che voleva discutere con me. Siamo rimaste ciascuna sulle proprie posizioni e quel dialogo tra sordi mi ha convinto che sarei stata più utile fuori dal mondo. La nostra vecchia madre badessa ci racconta spesso quello che le avevano detto quando era entrata nella vita religiosa: "Cerchi di fare mistero". Noi siamo come segnavia che ricordano che il Signore è presente sopra di noi».
Suor Nathalie: «Qualunque sia la forma della vita religiosa, ciò che conta è il modo in cui testimoniamo ciò che ci fa vivere. In realtà, poco importa come siamo visibili. Nella società siamo controcorrente. Non corriamo dietro a nulla, tra noi non c’è competizione, non c’è promozione sociale. Un tempo la vita apostolica godeva di maggiore considerazione per l’aspetto dell’utilità sociale. La nostra congregazione è nata per curare i malati nelle campagne e per garantire l’istruzione ai bambini. Oggi la nostra utilità è diversa. Vogliamo manifestare la tenerezza di Dio per ogni uomo. Per me era chiaro che il mio impegno nella vita religiosa sarebbe stato totalmente a contatto con le persone. All’inizio mi sognavo missionaria all’estero! Ciò non impedisce che provi meraviglia per la dimensione contemplativa… Essa nutre l’azione di quanti sono impegnati nella società».

Qual è il posto della preghiera nelle vostre vite spirituali?
Suor Marie-Bénédicte: «Nella Regola di san Benedetto è scritto: "Non preferire nulla all’opera di Dio". L’opera di Dio è l’ufficio divino, la preghiera comunitaria ritmata dal canto gregoriano. Ha un posto importantissimo nella nostra vita di preghiera. Il nostro primo compito è quello di rendere concreta la preghiera della Chiesa. La preghiera personale la prepara o la prolunga. Ogni giorno offre un incontro con il Signore».
Suor Nathalie: «Anche per noi la preghiera comunitaria è molto importante. Abbiamo l’ufficio dell’ora media alle 12.15 e i vespri alle 19. La nostra regola di vita stabilisce inoltre che ogni suora debba dedicare un’ora al giorno alla preghiera. Senza questo rapporto personale con Cristo è difficile mantenere il nostro impegno. Quando si ha un’attività professionale parallela, è un’autentica ascesi personale. Ma è indispensabile».

Oggi la società appare affascinata dalla vita in monastero, come se costituisse l’unica scelta di impegno religioso. Questo sembra relegare la vita apostolica a tempi antichi…
Suor Marie-Bénédicte: «Le due scelte corrispondono a bisogni diversi, ma è vero che ci si può chiedere cosa distinguerà, alla lunga, le congregazioni apostoliche dalle organizzazioni umanitarie. Sto facendo l’avvocato del diavolo…».
Suor Nathalie: «Una Ong si impegna per uno slancio di umanità. Una congregazione farà lo stesso in nome di Cristo. Ecco la differenza. Noi operiamo per una maggiore dignità umana, per la felicità dell’altro. Inoltre accompagniamo su un percorso spirituale le persone che incontriamo».

Perché la vita monastica attrae di più?
Suor Marie-Bénédicte: «È più spettacolare! La radicalità si manifesta in maniera visibile attraverso l’abito e magari la clausura. Attraverso un tipo di esistenza che si allontana maggiormente dal modello comune. Noi rinunciamo a molte cose! Ma la gente non deve avere dubbi sul fatto che le nostre due modalità di vita religiosa sono altrettanto radicali. Fuori dal mondo e nel mondo. Le nostre vocazioni sono complementari».
Suor Nathalie: «Mi sorprendono sempre i commenti che tendono a considerare l’impegno apostolico meno "serio". Ogni scelta, compreso il matrimonio, implica una radicalità, se si intende esserle fedeli».

Dunque la linea di demarcazione tra le vostre due forme d’impegno sarebbe la visibilità. Che cosa ne pensate?
Suor Nathalie: «Cosa s’intende per visibilità? Non si riassume nell’abito. Certo, esso permette di collocare una persona entro uno stile di vita, ma molti giovani oggi non sanno più cosa significhi vita religiosa. La visibilità è quello che la religiosa rivela attraverso il suo impegno, quel che è e che fa».
Suor Marie-Bénédicte: «Per le congregazioni attive che non hanno l’abito, la testimonianza consiste nel modo di stare con gli altri. Ed è forse più facile da capire per i nostri contemporanei rispetto alla vita di una religiosa dietro una grata. L’abito non è indispensabile. È una questione di tradizione e di sensibilità. Ogni congregazione ha il suo segno di riconoscimento. Per me, il primo è stato l’attrazione per la vita di una comunità, non questo o quel dettaglio».

Voi siete giovani all’interno di congregazioni che invecchiano. Non vi sentite come l’ultimo dei Mohicani?
Suor Nathalie: «Mi chiedo spesso perché il nostro modello di vita non attrae più i giovani. Nel periodo 1940-1950 entravano 20 novizie ogni anno. Oggi ce n’è una ogni dieci anni. Siamo a una svolta. Come ci prepariamo a individuare nelle aspettative dei nostri contemporanei qualcosa che corrisponda loro di più? Quest’interrogativo suscita necessariamente inquietudini per il futuro. Ma io sostengo che la perseveranza sarà ricompensata».
Suor Marie-Bénédicte: «L’attuale precarietà delle nostre congregazioni, con il rarefarsi delle vocazioni, è un appello a una maggiore speranza. Dopo queste prove saremo più solidi. Anche se siamo meno numerosi, poniamo sempre un grosso interrogativo alla società».
Suor Nathalie: «Anche più di prima, credo. Con i miei colleghi, tutti ai margini della Chiesa, non ho mai dialogato tanto come negli ultimi anni sulla sofferenza, il senso della vita, l’educazione dei figli. Ci viene chiesto continuamente che cosa ci anima, che cosa ci fa vivere».

Qualche volta siete colte dal dubbio?
Suor Marie-Bénédicte: «La nostra vita è a immagine della lotta di Cristo nel deserto. Ma questa lotta è necessaria per non restare nella routine. Tornare ogni volta al rapporto con Cristo mi ha permesso di superarla».
Suor Nathalie: «Il mio impegno è nell’ordine di un cammino pasquale. Ho dovuto rinunciare a una relazione con un uomo, ad avere dei figli. In un dato momento della mia esistenza è stato molto pesante. È vero, superarli riporta sempre a Cristo».
Suor Marie-Bénédicte: «Se ne esce sempre più fortificati, sempre più convinti che tutto viene dal Signore. Non mi manca nessun elemento della vita esterna, perché è Cristo a riempirmi la vita».

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