lunedì 8 agosto 2011

I francescani e l'Immacolata. P. Kolbe 70 anni or sono

MORIRE AL POSTO DI UN ALTRO
Il 14 agosto del 1941 (70 anni fa), P. Massimiliano M. Kolbe, si sacrificò ad Auschwitz per un suo compagno di prigionia. P. Kolbe era un sacerdote francescano dei Frati Minori Conventuali (la mia famiglia religiosa). Vi propongo di seguito il racconto del suo martirio, di un gesto estremo che liberamente egli scelse certo ricordando anche un lontano sogno fatto da bambino in cui la Vergine Immacolata gli aveva proposto 2 corone: la bianca, simbolo della verginità e la rossa del martirio. Il piccolo Raimondo (il suo nome di battesimo) le aveva subito accolte entrambe. Possa il suo eroico esempio rafforzare la nostra debole fede e suscitare nel cuore dei giovani un fuoco, una grande passione per il Signore e l'intera umanità.

L'uomo uscì dai ranghi- era il "numero 16670"- e con passo deciso si diresse verso il comandante del campo. Come un soffio di vento, un bisbiglio sommesso passò, da un "blocco" all'altro, per tutte le file del grande quadrato: "Chi è?"; "Che fa?"; " Ma cosa vuole?"; "E' impazzito?". A ricordo dei superstiti più anziani di Auschwitz, nessuno, mai, senza un ordine preciso, aveva osato rompere le file, passare in mezzo ai compagni e soprattutto uscire sullo spiazzo aperto e muovere direttamente verso "Testa di mastino". L'infrazione alla ferrea disciplina del campo era così clamorosa e incredibile che avvennero due fatti altrettanto incredibili e clamorosi: il primo fu che nessuna delle numerose guardie che assistevano alla scena, use tutte a premere il grilletto alla prima mossa sospetta, lasciò partire un colpo; il secondo fu che il terribile Lagerfùhrer Fritsch, vedendo venire verso di lui a passo fermo quell'uomo inerme, fece un balzo all'indietro estraendo fulmineamente dalla fondina la P38 dalla lunga canna: "Alt! - urlò con voce strozzata - cosa vuole da me questo porco polacco?". Lungo le file del grande quadrato passò di nuovo un bisbiglio sommesso: "E' Padre Kolbe!..."; "Sicuro, è Padre Massimiliano Kolbe!..."; E' il francescano di Niepokalanòw!".  Il "numero 16670" aveva finalmente un nome: padre Massimiliano Kolbe, fondatore di Niepokalanòw, la "Città dell'Immacolata". Ma cosa voleva dal purosangue germanico Fritsch quel "porco polacco"? Si tolse il berretto e si pose dignitosamente sull'attenti davanti al comandante del campo. Era calmo e sorridente negli occhi dolci, alto al punto che la magrezza lo faceva allampanato, pallido in volto da parere diafano, la testa leggermente inclinata a sinistra. Disse, quasi sottovoce: "Vorrei morire al posto di uno di quelli " e fece cenno con la mano verso il gruppo dei dieci condannati al bunker, serrati fra gli sgherri. Nello sguardo invasato di "testa di mastino" passò l'ombra dello sbalordimento. Quello che aveva udito superava a tal punto ogni sua possibilità intellettiva, ch'ebbe, per qualche attimo, il dubbio di sognare. Eppure non sognava; e tuttavia lui, l'onnipotente che non ammetteva obiezioni ai suoi ordini, l'inflessibile che non ritornava mai su una decisione presa, il sanguinario che freddava chiunque recalcitrasse davanti a lui con un solo colpo della sua P38, lui, sotto la chiarezza di quello sguardo, non trovò che una parola, per formulare una domanda: " Warum? ", (perchè?). Non era mai accaduto che il Lagerfùhrer Frtisch parlasse direttamente con un "numero" del suo campo, o peggio, discutesse con lui. Padre Kolbe comprese subito che un suo atteggiamento eroico in quel momento poteva guastare tutto. Meglio facilitare la ritirata del carnefice, che per la prima volta si trovava visibilmente in difficoltà, e spianargli la strada invocando un paragrafo non scritto, ma fondamentale, della legge nazista: i malati e i deboli devono essere liquidati. "sono vecchio, ormai, e buono a nulla - rispose - La mia vita non può più servire granchè...". "E per chi vuoi morire?", boccheggiò Frtisch, sempre più interdetto. " Per lui. Ha moglie , lui, e ha bambini...", e indicò col dito, oltre la siepe degli elmetti di acciaio delle SS, il sergente Francesco Gajowniczek, ancora singhiozzante, le mani avvinghiate alla fronte. " Ma tu chi sei? ", sbottò Frtisch. "Un prete cattolico". Non disse un religioso, non disse un francescano, non disse il fondatore della Milizia dell'Immacolata. Semplicemente "un prete". E lo disse per umiltà. E per offrire a Frtisch un solido pretesto che giustificasse quel suo ritorno su una decisione già presa. Perchè i preti, nella consideraione degli aguzzini di Auschwitz - se "considerazione" conserva ancora questo significato, parlando di fatti avvenuti in quell'inferno recinto di filo spinato - i preti, dicevo, occupavano la penultima bolgia; l'ultima essendo riservata, per diritto di razza, agli ebrei. Ma dopo i "porci ebrei" venivano subito i "porci preti", die schweinerische pfaffen, ed ad essi erano imposti i lavori più sfibranti, e su di essi cadevano con maggiore predilezione i colpi di staffile. Umiliati, calpestati, ridotti a stracci umani, l'odio ideologico li braccava senza tregua come bestie rognose. "Un pfaffe" (un prete), disse con un ghigno livido il Lagerfùhrer, rivolgendosi a Palitsch. E in quel ghigno padre Kolbe lesse ormai la certezza che la sua richiesta sarebbe stata esaudita. "Accetto", fu infatti la risposta di Fritsch; e Palitsch tracciò un rigo sul numero 5659 del sergente Gajowniczek, e lo sostituì col numero di padre Kolbe. Tutto era a posto. I conti tornavano, ma il campo pareva impietrito dallo stupore. Ad Auschwitz mai si era verificato il caso che un prigioniero avesse offerto la propria vita per un altro prigioniero a lui completamente sconosciuto. Per la prima volta, nel cupo regno dell'odio era esplosa la luce abbagliante d'un atto d'amore.

Gino Lubich, Massimiliano Kolbe numero 16670.  Padova. Ed. Messaggero, 1982
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Lettera scritta da P. Massimiliano alla madre Maria, appena giunto ad Auschwitz [Oswiecim], 15.06.1941


A Maria Kolbe, Cracovia
Mia amata Mamma,
Verso la fine del mese di maggio sono giunto con un convoglio ferroviario nel campo di Auschwitz.
Da me va tutto bene. Amata Mamma, stai tranquilla per me e per la mia salute, perché il buon Dio c'è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto. Sarebbe bene non scrivermi prima che io ti mandi un'altra lettera, perché non so quanto tempo rimarrò qui.
Con cordiali saluti e baci.
Kolbe Raimondo





2 commenti:

  1. Pace e Bene

    Mio nome è ﺇﺳﻛﻧﺪﺭ (Iskandar), chiedo scusa per mio italiano. Sono uno studente saudita di ventisei anni iscritto alla Scuola di Specializzazione in Oftalmologia I, Università di Roma "La Sapienza". Sono un cattolico di stretta osservanza e ringrazio ﷲ (Dio Clementissimo) per il Dono della fede che mi ha concesso. Mio papà, che è un accreditato, benestante imprenditore nativo di نجران (Najran in Arabia Meridionale) ha ereditato la confessione cattolica dal mio bisarcavolo (i nonni paterni di mio papà appartenevano ad una devotissima tribù azera) e ho ricevuto i Sacramenti ad Aden, nell’attuale Repubblica Yemenita. Mi piacerebe chiedere se a Roma ci sono dei sacerdoti dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali disposti ad avviare un rapporto di direzione spirituale. A me piacerebe a Roma e non in periferia (soprattutto non all’Eur). In attesa di una risposta, attendo fiducioso.
    (In šāʾ Allāh) إن شاء الل
    ﺇﺳﻛﻧﺪﺭ

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  2. RISPOSTA A ISKANDAR
    Pace a te Iskandar, grazie per quanto mi hai scritto. Se mi contatti personalmente ti saprò dare indicazioni più precise circa quanto mi chiedi. Il Signore ti benedica. frate Alberto
    (fra.alberto@davide.it)

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