martedì 31 maggio 2011

La vita è un dono



Nessuno viene al mondo per sua scelta, non è questione di buona volontà
Non per meriti si nasce e non per colpa, non è un peccato che poi si sconterà
Combatte ognuno come ne è capace
Chi cerca nel suo cuore non si sbaglia
Hai voglia a dire che si vuole pace, noi stessi siamo il campo di battaglia
La vita è un dono legato a un respiro
Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo
Ogni emozione che ancora ci sorprende, l'amore sempre diverso che la ragione non comprende
Il bene che colpisce come il male, persino quello che fa più soffrire
E' un dono che si deve accettare, condividere poi restituire
Tutto ciò che vale veramente che toglie il sonno e dà felicità
Si impara presto che non costa niente, non si può vendere né mai si comprerà
E se faremo un giorno l'inventario sapremo che per noi non c'è mai fine
Siamo l' immenso ma pure il suo contrario, il vizio assurdo e l'ideale più sublime
La vita è un dono legato a un respiro
Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo
Ogni emozione, ogni cosa è grazia, l'amore sempre diverso che in tutto l'universo spazia
e dopo un viaggio che sembra senza senso arriva fino a noi
L' amore che anche questa sera, dopo una vita intera, è con me, credimi, è con me.

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Cari amici ecco per voi stamattina una splendida canzone di Renato Zero, per rallegrarci un pò e anche per riflettere sul SENSO della vita e sui nostri giorni: come li voglio spendere?
ciao a tutti.


fra Alberto





lunedì 30 maggio 2011

Chi sono io...e chi voglio essere?

E' impossibile negare che una delle caratteristiche più evidenti del nostro mondo sia quella di essere un mondo 'Fast', veloce; l'utilizzo diffuso di telefonini e computer ci aiuta moltissimo nel tenere i contatti con le persone e con le cose; la tecnologia ci permette di faticare di meno ma ci fa andare molto più velocemente e ci fa produrre molto di più...
Gli effetti di questa vertiginosa velocità che scuote, in misura diversa, la vita di tutti, ha vari effetti nell'esistenza delle persone. Fra questi effetti mi sembra vi sia quello che definirei come il rischio di non affrontare la domanda essenziale della vita: chi sono io e chi voglio essere.  La domanda, se posta con serietà, è quanto di più interessante possa esistere, e rimane tale in ogni momento della vita; a questa domanda si deve rispondere ogni giorno perchè in un certo senso ogni giorno rinasciamo. Una volta sentii rispondere a questa domanda utilizzando un paragone: io voglio fare della mia vita un'opera d'arte, un qualcosa di bello, sostanzialmente; forse con qualche imperfezione ma bello. Con un linguaggio più clericale avrei detto: io vorrei diventare santo...ma il concetto è lo stesso. Non è poco rispondere così, con una certezza di questo tipo! Chi è credente può aggiungere qualche parola ed una considerazione: Dio mi vuole santo ed è disponibile ad aiutarmi; anzi suo Figlio è già morte per me. E' ovvio che sia così: quale padre o madre chiederebbe per il proprio figlio la mediocrità? Qualunque cosa faremo, in qualunque situazione ci troveremo non possiamo fare altro che diventare santi. Santo si, ma come? Nel matrimonio, nella vita consacrata, nell'attesa di incontrare una persona a cui donarmi e che si doni a me, nell'accoglienza di una vita celibe o nubile ma spesa ugualmente nell'amore verso Dio e i fratelli...Beh questa scelta spetta a noi, è una straordinaria responsabilità personale; anche in questo caso, chi crede, sa che può contare sulla collaborazione di Dio che ci conosce meglio di chiunque altro. La scoperta della propria vocazione è una questione centrale nell'esistenza di un giovane. Dio desidera che ogni persona possa scegliere la strada lungo la quale diventare santa. Il fatto che non tutti riescano a capire e a scegliere è quindi una stortura rispetto al desiderio di Dio, è un difetto rispetto al progetto del Regno di Dio, Regno di amore e di pace per tutti. Se oggi diventeremo migliori collaboratori del Regno di Dio, aiuteremo la scoperta della propria vocazione di qualche giovane. E allora via, dai: se oggi decideremo di ritornare a Dio e magari di andarci a Confessare, il Regno d'Amore di Dio crescerà e un giovane troverà la sua strada e quando l'umanità intera vivrà nell'amore, ogni giovane smetterà di soffrire ricercando se stesso.


 autore: don Nicolò Anselmi

sabato 28 maggio 2011

Cosa fa un frate?

Cari amici, ricevo molte lettere in cui mi si chiede COSA FA UN FRATE? Ebbene, fra le molteplici attività di cui un francescano può occuparsi nel nome del Signore che ama, vi è certo la cura e il dono di sè ai più poveri e abbandonati. Al riguardo voglio partire da un recente fatto di cronaca. Padova ha  infatti vissuto da poco un evento a dir poco singolare: migliaia di giovani e giovanissimi  si sono ritrovati, per un'intera notte, in Prato della Valle (la più grande piazza cittadina) per un happening definito alla spagnola, "IL BOTTELLON". Di che si tratta? Un ritrovarsi spontaneo e auto organizzato, e propagandato da belle parole (è una festa, incontro, voglia di stare insieme, un nuovo modo di far politica ecc..); ma una parola fra tutte primeggiava: ALCOOL... ALCOOL... ALCOOL!!!! E se ne è visto a fiumi;  una sbornia colossale ....!!! A detta dei giornali, il giorno dopo, la nottata pareva essere trascorsa senza situazioni particolarmente difficili da gestire: qualche coma etilico (sigh!)...qualche ritiro patente..qualche arresto e nulla più.Tutto nella norma!! :) :)
Girovagando anch'io  incuriosito quella sera fra tanta gioventù che si dimostrava entusiasta ed euforica, non ho potuto non pensare a cosa fanno alcuni nostri frati nella COMUNITA' SAN FRANCESCO di Monselice (Pd) Qui, con tanto amore e poco clamore, ormai da 30 anni, continuano ad occuparsi di centinaia di giovani coinvolti in situazioni di dipendenza da sostanze tossiche e da alcool. Una fenomeno ques'ultimo, spesso poco considerato o tollerato se non addirittura esaltato con simili parole: "l'alcool disinibisce, ti dà sicurezza, crea subito clima e senso di amcizia...ti scioglie..ecc...". Forse varrebbe la pena anche riflettere di più sulla diffusione dell'alcool fra i ragazzi e chiedersi con onestà quali ne siano i risvolti educativi e sociali, tenendone finalmente presenti gli effetti devastanti , specie per chi inizia a farne uso dalla giovinezza..!!!!! I nostri frati di Monselice ne sanno qualche cosa: giovani dalle vite distrutte, famiglie spezzate, incidenti e malattie, dipendenza e schiavitù...dolore e tanta sofferenza... A Monselice, con amore, i miei confratelli francescani cercano di ridare libertà e senso a dei percorsi lacerati, di ricostruire pazientemente identità frantumate, far rinascere la speranza....Cammini non facili, affidati alla gratuità e verità di un gruppo di francescani a cui stanno davvero a cuore i ragazzi, la loro vita e il loro futuro.
Se qualcuno vuole saperne di più , circa l'attività di questi religiosi veda il sito: http://www.comunitasanfrancesco.org/
Il Signore vi benedica. frate Alberto
Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua,
la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta.
(san Francesco. Il cantico delle creature)

venerdì 27 maggio 2011

Estate 2011: giovani ad Assisi

Esercizi Spirituali Vocazionali per Giovani in "ricerca"
(ragazzi e ragazze 17-28 anni)
ASSISI: 1-6 agosto 2011- BASILICA di S. FRANCESCO

Se sei "giovane"...
Se hai "domande" aperte di vita e di senso,
Se cerchi il "dono" seminato in te,
Se ti interroghi sul tuo "domani",
Se desideri metterti in "ascolto" del Signore,
Se vuoi trovare un spazio di "silenzio" e condivisione..
Se vuoi incontrare "Gesù"....
Se ti affascina l'avventura di san "Francesco"....
Se...se...se...

Vieni ad Assisi, alla Basilica di San Francesco:
potrai vivere un'esperienza straordinaria di fede, di bellezza, di futuro..
accanto ai miei fratelli della numerosa Comunità francescana dei Frati Minori Conventuali, da sempre custodi della tomba del Poverello
Vi aspetto..fatevi vivi perchè i posti sono limitati..e anche per poter eventualmente organizzare il viaggio insieme. Il Signore vi dia Pace. frate Alberto

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ISCRIZIONI e INFORMAZIONI

per il Nord Italia: fra.alberto@davide.it ; www.riparalamiacasa.it
per il centro Sud: informazioni@cnpgv.it ; http://www.cnpgv.ithttp://www.giovaniversoassisi.it

mercoledì 25 maggio 2011

Gruppo san Damiano: pellegrinaggio vocazionale


Domenica 5 giugno i giovani del gruppo vocazionale francescano compiranno un pellegrinaggio a piedi.  Il cammino si svolgerà lungo le rive boscose del fiume Chiese fino a raggiungere la splendida chiesa romanica de "la Madonna della Formigola" a Corticelle Pieve (Bs), immersa nella ubertosa campagna bresciana. L'antica Pieve è legata alle vicende di un nostro santo e umilissimo fraticello, fra Giacomo Bulgaro, che avremo così modo di conoscere meglio e invocare per il nostro discernimento.
La proposta è per i giovani del Gruppo san Damiano, ma anche per tutti quei ragazzi che intendono avvicinarsi e "curiosare" un pò più da vicino la nostra vita e spiritualità francescana, anche attraverso l'esempio di fra Giacomo Bulgaro.

Se vuoi unirti a noi... scrivimi.
Il Signore ti benedica.

frate Alberto 

Il programma di massima:
Sabato 4 giugno.
ore 16,00: Appuntamento a Brescia al nostro convento di San Francesco
ore 17,00-18,30: Proposta- meditazione e tempo di adorazione (per riordinare...un pò le idee e il cuore)
ore 19,00: Vespri
ore 19,30: Cena
Domenica 5 giugno
ore 7,30: Lodi con la comunità francescana e i postulanti
ore 8,30: Partenza per il pellegrianggio (a piedi)
ore 11,00: S. Messa
ore 12,30: Pranzo "francescano"

Il Servo di Dio fr. Giacomo Bulgaro, Brescia.

martedì 24 maggio 2011

W sant'Antonio - W il nostro Santo!


Cari giovani,
si avvicina la festa di S. Antonio, che vedrà riversarsi in Basilica a Padova, giunti da tutto il mondo,  migliaia di pellegrini e devoti del Santo. Un incontro di fede, popoli, culture che è  per noi Frati minori Conventuali, custodi da sempre della tomba di questo famoso confratello, affascinante e provocante allo stesso tempo: di certo,  un invito alla santità insieme all'onore di avere questo grande tesoro in mezzo a noi.
Fra l'altro, cari amici, sapevate che la nostra famiglia francescana , dei Frati Minori Conventuali,  è pure da sempre la custode anche della tomba del fondatore dell'Ordine, San Francesco, e della sua splendida Basilica in Assisi?
Di seguito ecco una traccia biografica di S. Antonio: ..la sua chiamata...la sua missione... Cari amici, sempre rileggendo la vita del Santo mi colpisce la sua giovinezza: muore a 36 anni!!! E in pochissimi anni, quanta grazia...quanta benedizione!!! Che ancora continua e si offre!! Questo semplice dato mi pare davvero provocante per i tanti giovani "in ricerca" spesso parcheggiati e timorosi di fare un passo in più. S. Antonio è uno sprone al decidersi, a non temere nell'assumere la responsabilità della vita, a fare subito tutto il bene che ci è affidato, a fidarci del Signore nel seguire una VOCAZIONE. Il tempo infatti stringe...e la giovinezza...vola !  Vi aiuti il Santo nelle vostre scelte di vita. Il Signore vi dia Pace. frate Alberto

LA CHIAMATA
S. Antonio nasce a Lisbona in Portogallo nel 1195, ed è battezzato col nome di Fernando. Di nobile famiglia (dei Buglione) è predestinato ad essere cavaliere e un uomo d’arme. Giovanissimo (ha solo 15 anni) dà invece ascolto ai suoi desideri più profondi. Non segue pertanto la carriera militare voluta per lui dal padre, ma entra in monastero, tra i Canonici Agostiniani. La sua ricerca pare già conclusa in una vita di solitudine, interamente dedita alla preghiera e allo studio assiduo della Parola di Dio.
Nel cuore del giovane e dotto Fernando diventa però sempre più grande il desiderio di andare ad annunciare e testimoniare il Vangelo; le mura sicure del monastero non riescono più a contenere il suo amore per Cristo. L’occasione gli è data dall’incontro con i frati francescani. Alcuni di essi si sono spinti come missionari fino al Marocco, fra gli infedeli; ma dopo qualche tempo fanno ritorno in Portogallo soltanto i loro corpi martirizzati a colpi di scimitarra con barbara ferocia. Il Santo ne resta tremendamente colpito e provocato! Dopo un periodo di difficile crisi, a venticinque anni, lascia l’ordine agostiniano per diventare frate francescano, mosso dal sogno di dare anche egli la vita per il Signore e il suo Vangelo.
L’IMPREVISTO DI DIO
Lasciando il quieto monastero di Coimbra per avventurarsi ormai su mille strade incerte e sconosciute (in Africa, in Italia e Francia) egli è davvero un “uomo nuovo”. Nuovo nel nome che assume: Antonio. Nuovo nell’abito che ora indossa: l’umile saio francescano. Nuovo nella sua missione di Apostolo del Vangelo e testimone di carità fra i poveri e fratello di ogni uomo. Nuovo nello spirito di provvidenza e povertà e letizia francescana che lo sostiene e lo sospinge.
Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco. È verso la fine del 1220 che s'imbarca su un veliero diretto in Africa, ma giunto in Marocco è ben presto colpito da febbre malarica e costretto a letto. La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi. Ma la nave su cui si imbarca è spinta da una terribile tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Il giovane Antonio, giunge straniero, profugo e naufrago in una terra lontana e sconosciuta e non farà mai più ritorno in Portogallo.
ALL'EREMO
Accolto e curato dai frati, a Pentecoste è inviato al Capitolo generale di Assisi, dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Nessuno per altro intuisce la straordinaria personalità di questo giovane frate straniero. Gli propongono pertanto di trasferirsi in un luogo sperduto sull’Appennino, a Montepaolo presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell'eremo composto da una chiesina, qualche cella e un orto. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personale le mansioni più umili, finché deve scendere con i confratelli in città, per assistere nella chiesa di San Mercuriale all'ordinazione di nuovi sacerdoti dell'ordine e dove predica alla presenza di una vasta platea composta anche dai notabili. Fu l’occasione predisposta dalla Provvidenza per rivelare al mondo la santità e l’ardore del Santo. Da quel momento frate Antonio non avrà più quiete.
PREDICATORE APPASSIONATO
Frate Antonio è un giovane appassionato del Signore! Per questo non può sottrarsi all’urgenza di annunciare il Vangelo con forza, coraggio e una dedizione assoluta. Lo stesso S. Francesco gli assegna il ruolo di predicatore e insegnante, scrivendogli una lettera deferente (lo chiama “mio Vescovo”) dove gli raccomanda, però, di non perdere lo spirito della santa orazione e della devozione. Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell'Italia settentrionale; usa la sua parola per combattere l'eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove risiede dal 1225 al ‘27. Qui assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell'Ordine, Francesco nel frattempo è morto, è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina provinciale dell'Italia settentrionale.
VANGELO E CARITA'
Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz'ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova. Qui, in due mesi scrive i Sermoni domenicali; i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui è acerrimo nemico. A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano facendo introdurre norme a tutela dei debitori insolventi a causa della piaga dell’usura che strozzava la città. Non solo, tiene testa al feroce tiranno Ezzelino da Romano, soprannominato il “figlio del diavolo” e che in un solo giorno aveva fatto massacrare undicimila padovani che gli erano ostili: Antonio va da lui perché liberi i capi guelfi incarcerati.
In città forte e incisiva è la sua azione per riconciliare fazioni divise, condurre a pace famiglie lacerate, curare e tutelare i più poveri e sfruttati. La sua predicazione, è talmente potente da guarire molti cuori. Antonio sana ferite, Antonio conforta e porta a conversione, Antonio sempre parla di Dio, Antonio è un uomo di Dio e annuncia Colui che ama! Ovunque è ricercato per la sua sapienza, come per l’intensa vita spirituale.
Su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo papa è definito "arca del Testamento". Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua. Per tre anni viaggia senza risparmio; è stanco, soffre d'asma ed è gonfio per l'idropisia. Quando torna a Padova memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231.
LA MORTE
Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella arborea. Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.
A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell'Arcella dove muore in serata. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto. Aveva solo 36 anni.
Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano "guerre intestine" tra i frati, le monache presso le quali era spirato, il clero e i maggiorenti della città che si contendevano le spoglie. Durante la disputa si verificano persino disordini popolari; infine, tutti ancora si accordano nel nome di Antonio affinchè la salma sia portata a Mater Domini, piccolo convento dove il Santo abitualmente risiedeva.
I MIRACOLI
Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba, o un piede reciso; aveva fatto ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno; ad una donna riattaccò i capelli che il marito geloso le aveva strappato; rese innocui cibi avvelenati; predicò ai pesci; costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all'Ostia; fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio. Poiché un marito accusava la moglie di adulterio, fece parlare il neonato "frutto del peccato" secondo l'uomo, per testimoniare l'innocenza della donna. I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello.
IL SANTO
Antonio fu canonizzato l'anno seguente, a soli 10 mesi dalla sua morte, dal papa Gregorio IX: il santo “più rapido” della storia! La grande e meravigliosa Basilica a lui dedicata sorse ben presto, con il contributo entusiasta dell’intera città di Padova. Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua di Antonio incorrotta, ancora conservata miracolosamente nella cappella del Tesoro presso la basilica della città patavina di cui è patrono.
Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa. Il suo culto è diffusissimo nel mondo intero ; venerato e invocato non solo dai cristiani, per tutti è “il Santo”.
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Vi propongo di seguito 3 stupendi video consequenziali sulla vita del Santo:

sabato 21 maggio 2011

pellegrinaggio dei giovani con S. Antonio



IL CAMMINO DI SANT'ANTONIO 2011
Anche quest'anno noi frati riproponiamo il Pellegrinaggio notturno dei giovani tra sabato 28 e domenica 29 maggio 2011 sulle tracce del Cammino di S.Antonio (25km; da Camposampiero-Arcella-Basilica del Santo-Pd). Sono particolarmente invitati i giovani che aderiranno alla GMG di Madrid (agosto).

Vedi il programma dettagliato e come iscriversi al sito: http://www.ilcamminodisantantonio.it/

domenica 15 maggio 2011

Ti Seguirò

Ti seguirò ovunque tu andrai

Caro amico, caro giovane "in ricerca" che visiti questa pagina, oggi 15 maggio, tutta la Chiesa prega per le vocazioni. Ed è una preghiera che devi sentire innalzata anche per te, ti riguarda e coinvolge tante altre persone che solo attraverso la tua risposta potranno amare il Signore, conoscerlo, operare il bene, testimoniare l'amore, coltivare la speranza. Devi avere una  forte consapevolezza di  questa grande responsabilità che è affidata al tuo SI'!!!
Ti lascio il bel testo successivo  per la tua riflessione e per spronarti a non temere il Signore e la Sua volontà, a non avere paura: è la chiamata e la storia di Marco, ma potrebbe essere anche la tua storia;  la storia di Piero, di Antonio, di Luca, di Luigi, di Stefano......
ti benedico. frate Alberto
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«Ti seguirò dovunque andrai»

Marco si spaventò subito di aver pronunciato quelle parole. Azzardate, audaci. Non appena fuori dalla sua bocca, stentò a riconoscerle come sue. Fu per questo che aggiunse subito: “... ma prima permettimi di separarmi da quelli di casa mia”.

Marco si spaventò subito di aver pronunciato quelle parole. Azzardate, audaci. Non appena fuori dalla sua bocca, stentò a riconoscerle come sue. Fu per questo che aggiunse subito: “... ma prima permettimi di separarmi da quelli di casa mia”.
Era come prendere tempo, un momento di fiato prima di gettarsi dalla cima nel vuoto, per riflettere ancora nonostante fossero mesi che rincorreva quella decisione ed ogni volta che pensava di averla finalmente afferrata eccola sgusciare via come un’anguilla.
“Ti seguirò”. Presuntuoso e sicuro di sé quanto ora la catena della paura lo immobilizzava e il veleno del dubbio intossicava ogni ragionamento, un serpente lo stritolava nelle sue spire. Del resto la sua richiesta non era poi così assurda, i suoi cari, quelli che più gli erano vicini, la sua casa, il suo nido, la sua tana. Non era possibile abbandonare tutto così su due piedi, con noncuranza. È che all’improvviso era balenata davanti ai suoi occhi la possibilità, neanche poi così remota, di non tornare più, mai più in quella casa, nel suo paese, mai più tra quelle montagne, a mangiare quella polvere, a guardare quei colori quando tramontava il sole e l’aria si faceva fina. Mai più la sua famiglia, il vecchio padre e la madre malata, le sue sorelle, il fratello così fragile e la giovanetta, quella che vendeva le verdure e per lui aveva sempre un sorriso.
La sua casa era come un grande corpo vivo dove trovavano agio e sicurezza tutti i suoi affetti più intensi e dove i ricordi più teneri si rincorrevano lontani, dove da dietro una porta socchiusa spuntava all’improvviso lui stesso bambino.
Certo avrebbe dovuto cambiare una strada con mille strade, ecco questo era davvero spaventoso: cambiare la propria strada, quella sulla quale hai cominciato a camminare e dalla quale non ti sei mai allontanato, quella strada che sai dove porta, conosci tutti i luoghi e dietro gli angoli sai cosa si trova e non c’è nessuno spavento, la conosci sasso dopo sasso, curva dopo curva. Sai da dove comincia e dove finisce e la percorreresti ad occhi chiusi senza inciampare mai.
La tua strada sicura. La tua. Le altre mille invece, senza essere padrone di nessuna e di niente. Strade sconosciute come bocche aperte sul mistero e sul pericolo, sull’insicurezza, sull’incerto come incerta e pericolosa e misteriosa sarebbe stata tutta la sua vita. Strade da percorrere pur non avendo alcun posto dove arrivare: ecco quel senso di spaesamento, di estraneità che improvvisamente lo aveva invaso, non avere alcun posto dove arrivare, il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.
Camminare da stranieri, con attenzione passo dopo passo, senza che gli occhi riconoscano niente, senza potersi mai affezionare ad una pendenza, ad una piccola irregolarità del terreno, a quel fiore così caparbio sul margine.
Rispose Gesù: “Chiunque mette mano all’aratro e poi si volta indietro, non è adatto per il regno di Dio”.
Gesù osservava da molto tempo Marco. E quel giovane, sempre presente nel gruppo che lo accompagnava, a volte si faceva così vicino che le loro tuniche sembravano toccarsi e in altre invece si faceva improvvisamente lontano, quasi fosse colto in un istante da un terrore sconosciuto che arrivava silenzioso per aggredirlo. Insomma, Marco seguiva Gesù senza mai avvicinarsi troppo però alla radicalità del cambiamento che aveva visto avvenire nella vita di tanti prima di lui.
“Sei come una falena, Marco, attirata dalla luce, che avanza e indietreggia, si scontra e fugge via, in una folle danza d’amore e paura. Così, Marco, non hai il cuore di rinunciare né quello di scegliere. È che per un simile volo è necessario essere liberi nella mente e nell’animo, in grado di gestire i propri forti sentimenti e gli impulsi che mandano all’aria la ragionevolezza. Bisogna essere consapevoli che l’amore che noi nutriamo per i nostri cari e loro per noi non deve essere pesante come una catena ma lieve come un paio di ali. Quando ci si allontana dalla propria strada per avventurarsi su mille altre strade sconosciute, nulla di quello che è nel nostro cuore va perduto. Altrimenti dove prenderemmo il coraggio e l’audacia e la forza di resistere davanti alle tante difficoltà che dietro ogni angolo cercano di fermare il nostro straordinario viaggio? Come potremmo fare se non avessimo l’animo traboccante di tutto l’amore dato e ricevuto?
Quando giunge il momento di crescere, Marco, è necessario allontanarsi dal nido, mettere alla prova tutto quello che ci è stato regalato dai nostri cari per difenderci e farci sentire più sicuri, mettere alla prova noi stessi e la nostra capacità di sopportare e sopportare fino allo stremo ogni fantasma e ogni mostro e ogni paura. Quando il grido dell’animale nella notte ci diventerà familiare e il sasso sul quale poggeremo il capo non sarà poi così duro, quando l’ignoto non sarà più il nemico da cacciare ma l’amico da inseguire con curiosità, allora scopriremo di avercela fatta e non prima. Smetteremo di costringere ogni cosa con forza nella gabbia della ragione per prevedere e gestire e neutralizzare qualunque imprevisto. Crescere significa accettare che gli imprevisti esistano e magari ti inducano a cambiare la strada che avevi scelto con fatica o perfino a tornare indietro annullando un lungo tratto percorso inutilmente.
È vero, sei stato soltanto colto dalla nostalgia e la nostalgia è un sentimento innocente e gentile, nessuno vuole che tu diventi un cuore di pietra, ma voltare la testa non è un modo di ritrovare quello che pensi di aver perso e che invece percorre la tua stessa strada con un enorme anticipo e aspetta che tu lo raggiunga, lì davanti a te. Non ci si volta a guardare la propria stella cometa, perché essa ci guida e dobbiamo seguirla non perdendo mai di vista l’orizzonte davanti ai nostri occhi e non guardando dietro le nostre spalle.
Chi mette mano all’aratro ha davanti a sé il campo da arare, la terra da aprire zolla per zolla e poi finalmente seminare per una nuova vita. È l’infanzia che ci lega alla terra tanto da farci pensare che soltanto quella che è stata calpestata dai nostri primi passi sia la nostra terra, mentre il resto del mondo resti estraneo e sconosciuto. Soltanto quella dove cademmo le prime volte e dove conosciamo l’inciampo è la terra che può amarci, le altre non possono perché non ci conoscono e si muoveranno per lasciarci cadere. Ma quello che rende diverso un bimbo da un uomo non è evitare di cadere. Un bimbo cadrà e resterà piangendo seduto per terra. Tu cadrai e piangendo ti rialzerai per continuare.
Non venire, Marco, se il cuore non è pronto. Non permetterò a nessuno di biasimarti e neppure di volertene o di beffarsi di te. Attendi ancora fino a quando il desiderio di mettere a frutto l’intero amore che hai ricevuto e che trabocca dentro di te non sarà così struggente da spingerti con una forza tale che nessuno potrà fermarti mai più. Allora correrai, Marco, correrai verso quello che un attimo prima avevi guardato con terrore, scrutandolo fino alle sue pieghe nascoste per rintracciare e distruggere i pericoli.
Correrai su strade che non conosci e alle quali non pensavi ti saresti mai avvicinato. Correrai ferendoti con i sassi e gli arbusti e gli spini senza badare al dolore. Correrai, che ci sia luce o sia buio, perché la strada è tracciata dentro di te e nessuno può cancellare il disegno. Correrai, felice, respirando forte e mettendoci tutte le forze, e quando ti fermerai un istante per ridare alle gambe il tempo di trovare nuovamente il vigore, io sarò quell’uomo distante che si è fermato ad attenderti”.


autore: Gioia Quattrini

da : http://www.donboscoland.it/

sabato 14 maggio 2011

Io sono la porta.

15 maggio 2011

Quarta Domenica di Pasqua
Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

“Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9).
Abbondanza, pienezza di vita; gioia non passeggera, ma che duri nel tempo… Il nostro cuore aspira a questo, a costo di percorrere tante strade, alcune non sempre azzeccate.
Gesù che sempre la quarta domenica di Pasqua si presenta come il buon pastore, conosce i desideri profondi del cuore di ciascuno. Ci conosce "personalmente" per guidarci ad una vita piena. “Io sono la porta". Cristo è passaggio, apertura, porta spalancata che si apre sulla terra dell’amore leale, più forte della morte (chi entra attraverso di me si troverà in salvo); più forte di tutte le prigioni (potrà entrare ed uscire), dove si placa tutta la fame e la sete della storia (troverà pascolo)”. (padre Ermes Ronchi).

Cari giovani, in questa domenica ravviviamo la nostra preghiera per il dono di nuove vocazioni alla vita consacta e sacerdotale, e soprattutto per comprendere la nostra chiamata e accoglierla con gioia e disponibilità. vi benedico. frate Alberto


Ps. un grazie a p. Giovanni autore della bella fotografia.

venerdì 13 maggio 2011

13 maggio: la Madonna di Fatima

AVE MARIA!
Anche stasera, 13 maggio, come ogni sera in questo mese dedicato alla Madonna, noi frati della Basilica di S. Antonio abbiamo pregato il S. Rosario con tantissima gente. E' stato bello ricordare quei lontani avvenimenti (siamo nel 1917) che toccarono 3 umili e poveri bambini.  La Madonna apparve loro e diede al mondo, sconvolto da guerre, rivoluzioni e tragedie immani, un messaggio di Pace e speranza. Legò questo annuncio a tre inviti pressanti e materni, che scaturivano dal Vangelo:
-l'invito alla conversione permanente;
-l'invito alla preghiera e specialmente alla recita della corona del Rosario;
-l'invito al senso di responsabilità collettiva e alla pratica della riparazione dei peccati attraverso gesti di amore, donazione e sacrificio.
Tre inviti che valgono ancora per ciascuno di noi.
Possa in particolare la preghiera del S. Rosario accompagnare il cammino di crescita, maturazione e scelta di tanti giovani, unire le famiglie, sostenere le mamme e i papà nel loro non facile compito educativo; possa condurre alla pace il mondo intero.
Di seguito il racconto di quegli avvenimenti......Vedi sito del santuario 
http://www.santuario-fatima.pt/portal/index.php?id=1000

Vieni e seguimi...!!!

Pace a te caro amico; forse sei un giovane in "ricerca" o forse sei solo capitato "per caso" in questa pagina . Approfitto per ricordarti che domenica 15 maggio si celebra la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni sacerdotali e religiose. Mi pare una buona occasione per pregare il Padrone della messe perchè mandi operai nella sua messe, ma anche è un'opportunità per te per chiederti come stai spendendo la tua vita, se stai ascoltando e ubbidendo al Progetto di Dio su di te.
Chissà...forse l'invito del Signore è rivolto proprio a te:
Vieni e seguimi...!!!
Al riguardo ti presento la bella testiomonianza di un giovane frate francescano, fra David Maria, che ringrazio di cuore per averci raccontato la sua storia vocazionale, la sua chiamata. Possa esserti da sprone e incoraggiamento.
Ti benedico. frate Alberto

   NON NE SONO DEGNO SIGNORE.....
                               ....MA SE TU VUOI, PRENDI ME  !!!

Più che spiegare, è difficile individuare con precisione il momento esatto in cui la vita ti chiama a imboccare una strada diversa da quella sempre immaginata. Parlo di quel magico istante in cui apri gli occhi sul fatto che Dio possa aver pensato per te un futuro singolare e inedito: non restano che due strade allora, voltare le spalle e fuggire a gambe levate il più lontano possibile dal Suo sguardo, oppure accettare di fare i conti con la paura e trovare la forza di balbettare un giorno: “Signore, cosa vuoi che io faccia?”.

Anche per me è difficile scorgere il punto d’inizio della straordinaria avventura che mi ha portato a vestire un saio francescano invece di tante camicie e cravatte, a trasferirmi in città prima quasi sconosciute e così lontane dalla amata Roma, a “convivere” con fratelli chiamati dai quattro punti cardinali per seguire le orme di Cristo nella fraternità inaugurata da san Francesco.
Certo, poi ti guardi indietro e riconosci il filo rosso che unisce le mille scelte apparentemente senza senso, come i tanti passaggi felici o tribolati della tua vita, e allora dici: ora Ti vedo, Signore, di spalle, certo, ma comprendo e credo e voglio dirti ancora una volta ‘Eccomi’, anche se non so dove porterà questa strada e neppure se avrò la forza di percorrerla tutta.
Poi a volte ti chiedono: “Perché ? Perché lasciare tutto quando c’è la possibilità di fare tanto bene nel proprio ambiente, vicino alle tante persone care e in mezzo alle contraddizioni del nostro mondo? Perché andarsene e quasi fuggire?” Non ho ancora trovato una risposta decente. So però che a volte capita di arrivare trafelati alla stazione e di sbattere il naso sul primo treno in partenza, senza sospettare nulla della sua destinazione, se non che potrebbe essere quella giusta per te. A me è successo proprio questo. Salito su quel treno non ho ancora trovato – e Dio solo sa se ne ho cercati – motivi di pentimento, ma solo buone ragioni per ripetere: “Non ne sono degno, Signore, ma se lo vuoi prendi me”.


Fra David Maria
http://giovanifrati.blogspot.com/







martedì 10 maggio 2011

Per cosa vale la pena vivere? Chi sono Io?

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 6,30-35. (Vangelo di oggi, mercoledì 10 maggio 2011)
Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi?
I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo».  Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».
Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.
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Cari amici, cari giovani assetati e affamati di senso, di significato per la vostra vita, bisognosi di bene e di speranza..; accogliamo con fiducia e gioia il Vangelo di oggi. Lasciamoci abbracciare da Gesù:  solo da Lui saremo veramente sfamati e dissetati in ciò che di più profondo attende il nostro cuore. Non lasciamoci distrarre o illudere da fonti inquinate e avvelenate... 

Vi propongo al riguardo un'acuta riflessione di Antonio Socci, un autore che sempre sa cogliere e interpretare il nostro difficile e spesso triste tempo alla luce del Vangelo e del suo messaggio di vita vera per ciascuno di noi. Vi benedico. frate Alberto
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COME DIFENDERSI DAL DESERTO CHE AVANZA
Uno tsunami di chiacchiere, un’alluvione di sciocchezze e pure idiozie, una tracimazione di banali o ridicoli “secondo me” che pretenziosi sentenziano su tutto e tutti…
Come difendersi da questo assordante assedio di tv, internet e altri media che ci fanno perdere di vista la realtà e perfino la cognizione di noi stessi (e che forse proprio per far perdere la cognizione del dolore vengono fatti dilagare)? Queste formidabili armi di “distrazione” di massa riescono a far credere ad alcuni miliardi di abitanti del pianeta, per giorni, che il matrimonio di due bamboccioni di buona famiglia a Londra sia “la” notizia da diffondere in mondovisione per ore e che debba elettrizzare l’umanità, che sia la notizia importante per la nostra vita. Assai più delle tragedie del mondo (perlopiù oscurate) e pure della nostra esistenza concreta, delle nostre difficoltà, delle nostre intime e brucianti domande, della nostra personale ricerca del senso della vita.
Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta,/ forse po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke).
Tutto cospira a cancellare la domanda “per cosa vale la pena vivere?” o “chi sono io?”, tutti si rassegnano al pensiero dominante, a ripetere quel che “si dice”, a vivere all’esterno di se stessi.
E così “tutti quelli che mi hanno incontrato è come se non m’avessero veduto” (Rimbaud).
Così ci lasciamo convincere addirittura che è bene non essere se stessi, che l’inautentico è un’opportunità, che tante maschere possano sostituire un volto assente.
Lo proclama un personaggio di Philip Roth nel romanzo ‘La controvita’: “Tutto ciò che posso dirti con certezza è che io, per esempio, non ho un io, e che non voglio o non posso assoggettarmi alla buffonata di un io.  Quella che ho al posto dell’io è una varietà di interpretazioni in cui posso produrmi, e non solo di me stesso: un’intera troupe di attori che ho interiorizzato, una compagnia stabile alla quale posso rivolgermi quando ho bisogno di un io, uno stock in continua evoluzione di copioni e di parti che formano il mio repertorio. Ma sicuramente non possiedo un io indipendente dai miei ingannevoli tentativi artistici di averne uno. E non lo vorrei. Sono un teatro e nient’altro che un teatro”.
Così siamo divenuti una dimora disabitata, estranea a noi stessi. Per questo la nostra generazione trova così arduo accompagnare i propri figli in quella fondamentale avventura che è la conoscenza di sé e l’esplorazione del mistero dell’esistenza.
E siccome però esplode da ogni fibra del nostro essere il bisogno di ritrovarci, di scoprire la nostra anima, siccome non possiamo sfuggire alla “nostalgia del totalmente altro”, allora l’industria delle parole ci rifila sui suoi scaffali i “prodotti spirituali”, i Mancuso, i Galimberti e perfino gli Scalfari…
Come se si potesse mai placare l’atavica sete di acqua fresca di un morente nel deserto, con un diluvio di confuse chiacchiere sull’acqua.
Converrebbe piuttosto scoprire guide autentiche, per farci accompagnare alla decifrazione della nostra condizione umana e verso sorgenti di acqua zampillante…
Ci sono due testimoni, due grandi anime, apparentemente molto diverse e lontane: Franz Kafka e santa Teresa d’Avila. Cos’hanno in comune lo scrittore praghese e la mistica spagnola?
Intanto nascono entrambi nella storia e nella sensibilità ebraica e poi hanno scritto due libri – a distanza di tre secoli e mezzo – con un titolo quasi identico: “Il Castello”, nel caso di Kafka e “Il castello interiore” nel caso di Teresa d’Avila. Per entrambi il “castello” è la metafora della misteriosa fortezza dell’anima, dell’autenticità. E’ stato Antonio Sicari ad accostare, in un suo piccolo volume – “Fortezze accessibili”  (edizioni Ocd) – questi due grandi e i loro due libri.
Il “Castello” di Kafka racconta – secondo la sintesi di Sicari – di “un impiegato che giunge nel villaggio situato ai piedi del Castello da cui è stato ufficialmente convocato per assumervi il posto di agrimensore (geometra)”.
Quella “convocazione” del protagonista, identificato come “K.”, è la chiamata ad esistere (dal nulla) e al grande compito della vita. “Ma nel Castello egli non riesce ad entrare a causa di mille difficoltà e mille intralci burocratici.. Il suo contratto d’assunzione è regolare e non può essere sciolto, ma è stato fatto nell’epoca in cui al Castello c’era veramente bisogno di un geometra, poi la pratica è andata smarrita per anni, quando finalmente è stata ritrovata e spedita già non c’era più bisogno di lui”.
Lo “spaesamento” del protagonista, ci avverte Sicari, è quello dell’uomo moderno: “gettato in un mondo dove non è atteso, dove è di troppo, dove nessuno ha bisogno di lui”.
Infatti l’ostessa del villaggio dice a K. : “lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla”.
A dire il vero c’è stata un’occasione in cui K. poteva entrare finalmente nel Castello: “di fatto c’è un istante notturno in cui sembra che gli venga offerta una qualche possibilità, ma, proprio in quel momento, K. è intontito dal sonno e non ha la forza di rendersene conto”.
Quante volte un avvenimento, un incontro, un fatto, un volto ti fa intuire o ti spalanca la possibilità di ritrovare te stesso, ma poi quella possibilità di una vita diversa non fiorisce, non diventa una storia, viene perduta nella distrazione, a causa del nostro torpore, sprecata dalla nostra mancata adesione, dalle nebbie della sonnolenta esistenza “fuori” di noi.
Cosa ci sia dentro il Castello, cioè cosa si perde a starne fuori, lo racconta Il Castello interiore: “Anche Teresa” spiega Sicari “parla di un uomo ‘estraneo’ al Castello e ne parla in termini ancora più radicali (dato che, nella sua opera, l’uomo esiliato diventa sempre più simile alle bestie), ma ella ha anche insegnato la possibilità, e perfino il dovere, di ‘entrare’ nel Castello, di ‘abbellire e abitare’ progressivamente tutte le sue dimore e perfino di raggiungere l’appartamento regale dove si è amorevolmente attesi”.
Dal tempo di Teresa all’epoca moderna cosa è accaduto? E’ diventato più difficile incontrare delle “guide” che aprano le porte del Castello e ti accompagnino a gustarne le delizie.
Infatti K. non trova intermediari, non trova chi lo aiuti: “è alla spasmodica ricerca di un qualche amico, anche miserabile” nota Sicari, ma “non c’è mediatore alcuno, non c’è Messia”.
Il nostro è il tempo della povertà, quello in cui è più difficile incontrare i santi, gli amici del Salvatore, è più difficile riconoscerli e seguirli.
Eppure Dio ci raggiunge comunque attraverso il “divino drappello” dei suoi santi che è la Chiesa.
E’ proprio la “detestata” (dal mondo) Chiesa che può accompagnare l’uomo nel Castello in cui è stato chiamato a regnare.
Un po’ come lo “stalker” dell’omonimo film di Tarkovskij (un ex detenuto del lager, uno che a un certo punto mette sulla testa una corona di spine) accompagna chi lo chiede nella “zona” dove si trova la misteriosa “stanza dei desideri”.
Scrive Wittgenstein “Questo tendere all’assoluto, che fa sembrare troppo meschina qualsiasi felicità terrena… mi sembra stupendo, sublime, ma io fisso il mio sguardo nelle cose terrene: a meno che ‘Dio’ non mi visiti”.
Il Re dei Cieli ci visita e noi non ce ne accorgiamo, pieni di sonno, storditi dalle chiacchiere e dal frastuono della vita esteriore (fuori dal Castello) che non ci fa accorgere della sua voce che ci chiama.
Cosicché Eliot poteva scrivere: “Conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio/ Conoscenza delle parole e ignoranza del Verbo/…/ Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?/ Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?”.


Antonio Socci
Da “Libero”, 8 maggio 2011

lunedì 9 maggio 2011

Siate santi!

Gremitissimo e festoso - oltre 300.000 presenze - il Parco di S. Giuliano (Venezia-Mestre) per la messa domenicale (8 maggio) presieduta dal Santo Padre che alle genti del Nordest si è così rivolto:

“Siate Santi! Ponete al centro della vostra vita Cristo! Costruite sul di Lui l’edificio della vostra esistenza. In Gesù troverete la forza per aprirvi agli altri e per fare di voi stessi, sul suo esempio, un dono per l’intera umanità”.
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A voi cari giovani raccogliere in particolare questo invito forte ed esigente: è dei giovani la santità; è dei giovani costruire su Gesù la propria vita; è dei giovani aprirsi senza paura all'altro; è dei giovani il FARSI DONO  per tutta l'umanità anche in questo nostro tempo così complesso.
Qualcuno se la sente di accettare questa sfida? Di correre questo..rischio? Qualcuno vuole intraprendere questo viaggio?


per contatti: fra.alberto@davide.it








lunedì 2 maggio 2011

Mese di maggio: consacrazione a Maria

E' iniziato il mese di maggio, tradizionalmente dedicato alla Madonna. Qui alla Basilica del Santo, ogni sera alle 21,00, si recita il S. Rosario insieme  a tanta gente che si unisce a noi frati nella lode alla Vergine. Del resto, da sempre noi francescani abbiamo questa predilezione e tenero amore alla madre di Dio, espressa in tanti modi dallo stesso San Francesco, da S. Antonio e più vicino a noi, da San Massimiliano Kolbe, un nostro confratello profondamente innamorato dell'Immacolata. P. Kolbe ci ha lasciato una splendida preghiera a Maria che è anche un atto di consacrazione a lei. Ve la propongo con l'invito a recitarla con affetto e devozione specialmente in questo mese.
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CONSACRAZIONE a MARIA IMMACOLATA
composta da P. Massimiliano Maria Kolbe - Frate Minore Conventuale

O IMMACOLATA,
Regina del cielo e della terra, Rifugio dei peccatori e Madre nostra amorosissima, cui Dio volle affidare l'intera economia della misericordia, io, indegno peccatore, mi prostro ai tuoi piedi,
supplicandoTi umilmente di volermi accettare tutto e completamente come cosa e proprietà Tua,
e di fare ciò che Ti piace di me e di tutte le facoltà della mia anima e del mio corpo, di tutta la mia vita, morte ed eternità.
Disponi pure, se vuoi, di tutto me stesso, senza alcuna riserva, per compiere ciò che è stato detto di Te: "Ella ti schiaccerà il capo" (Gn 3,15), come pure: "Tu sola hai distrutto tutte le eresie sul mondo intero" (Lit.), affinché nelle Tue mani immacolate e misericordiosissime io divenga uno strumento utile per innestare e incrementare il più fortemente possibile la Tua gloria in tante anime smarrite e indifferenti e per estendere in tal modo, quanto più è possibile, il benedetto regno del SS. Cuore di Gesù.
Dove Tu entri, infatti, ottieni la grazia della conversione e santificazione, poichè ogni grazia scorre, attraverso le Tue mani, dal Cuore dolcissimo di Gesù fino a noi.

Concedimi di lodarTi, o Vergine santissima.
Dammi forza contro i Tuoi nemici.




domenica 1 maggio 2011

La vocazione di Giovanni Paolo II: Dono e mistero

La Capella polacca nella Basilica del Santo-(Pd) addobbata in onore del nuovo beato.

Oggi il nostro indimenticabile Giovanni Paolo II è  stato proclamato beato : la sua è una storia di santità e donazione assoluta che ha stupito e commosso il mondo intero. Mi piace ricordarlo qui come prete appassionato della propria  vocazione; una chiamata che sempre rilanciò e propose ai giovani come scelta affascinante, segno di grande predilezione da parte di Dio .
Riporto di seguito il racconto che lui stesso fece sul proprio cammino vocazionale verso il sacerdozio, in occasione dei 50 anni dalla sua ordinazione.

AGLI INIZI .... IL MISTERO!

La storia della mia vocazione sacerdotale? La conosce soprattutto Dio. Nel suo strato più profondo, ogni vocazione sacerdotale è un grande mistero, è un dono che supera infinitamente l'uomo. Ognuno di noi sacerdoti lo sperimenta chiaramente in tutta la sua vita. Di fronte alla grandezza di questo dono sentiamo quanto siamo ad esso inadeguati.
La vocazione è il mistero dell'elezione divina: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15, 16). «E nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne» (Eb 5, 4). «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1, 5). Queste parole ispirate non possono non scuotere con un profondo tremore ogni anima sacerdotale.
Per questo, quando nelle più diverse circostanze — per esempio, in occasione dei Giubilei sacerdotali — parliamo del sacerdozio e ne diamo testimonianza, dobbiamo farlo con grande umiltà, consapevoli che Dio «ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia» (2 Tm 1, 9). Contemporaneamente ci rendiamo conto che le parole umane non sono in grado di reggere il peso del mistero che il sacerdozio porta in sé.
Questa premessa mi è sembrata indispensabile, perché si possa comprendere in modo giusto quello che dirò del mio cammino verso il sacerdozio.........(vedi seguito....)
http://www.vatican.va/archive/books/gift_mystery/documents/archive_gift-mystery_book_1996_it.html
Basilica del santo-Vetrata della cappella polacca