lunedì 28 marzo 2011

Quale percorso per diventare frate francescano?


DOMANDA DI UN GIOVANE
Caro fra Alberto, mi potresti illustrare a grandi linee il percorso
per diventare Frate Francescano?
Grazie. Davide


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RISPOSTA DI F. ALBERTO
Caro Davide,
ecco di seguito sinteticamente il percorso per diventare francescano.

ALL'INIZIO:  Due sono le Premesse fondamentali.
1. La prima, che forse nella tua domanda è data per scontata, consiste  nell’avere  una intuizione vocazionale, un desiderio o almeno un dubbio o un interrogativo serio circa la possibilità di consacrarsi al Signore e nel seguirLo.
= La vocazione è simile all’innamoramento. Ma è un innamoramento che si prova per il Signore e per la sua causa. Usando questa parola, desidero sottolineare che al fondamento di ogni vocazione c’è l’Amore per il Signore. Questo innamoramento è frutto di un fuoco - di origine divina - che Dio stesso accende dentro il cuore di un giovane e per mezzo di questo fuoco lo attrae a Sé in maniera particolare. È lo stesso fuoco che il Signore ha acceso un giorno nel cuore degli apostoli quando li ha chiamati a Sé perché stessero con Lui. Si è trattato di un fuoco così dolce e così coinvolgente che essi subito, abbandonando tutto, decisero di stare con Lui. Per questo, un segno di un’autentica vocazione è la gioia (anche se poi non mancano i timori) che un giovane prova quando vede se stesso in compagnia di Gesù e al suo seguito.
= La vocazione naturale che ogni uomo e ogni donna prova per il matrimonio a questo punto viene come d’incanto superata da qualcosa che porta direttamente al senso ultimo del matrimonio: lo stare uniti al Signore senza distrazioni (1 Cor 7,35), vero e definitivo Sposo di ogni uomo, ed essere santi nel corpo e nello spirito (1 Cor 7,34) al fine di esercitare una paternità ed una maternità nell’ordine della grazia e per la salvezza di una moltitudine di figli.
2. In secondo luogo, se questo va bene per qualsiasi consacrato, chi vuole essere frate francescano deve esaminare un’altra realtà prima di iniziare il suo percorso;  se il Signore lo chiami ad essere come Lui, secondo alcune caratteristiche tipicamente francescane:  nella Fraternità, nella Minorità, in Povertà, per la Missione (cfr il mio precedente post al riguardo) 
Naturalmente non si chiede una piena conoscenza di tutto questo, ma almeno una predisposizione del cuore, una simpatia , un'attrazione , magari mediata dalla figura straordinaria di san Francesco, o da un incontro particolare con qualche frate, o da un'esperienza forte ad Assisi....
=Queste dunque sono le due premesse che si devono trovare, almeno in germe, in chi desidera fare un percorso per diventare frate francescano. L’itinerario della formazione iniziale mira a svilupparle e a farle divampare.

LE TAPPE: fatte queste premesse le tappe dell’itinerario che un giovane affronta per diventare francescano sono le seguenti:
1. Primi passi per un discernimento della vocazione.
=La guida spirituale: Prima di tutto è necessario avviare un dialogo sincero e aperto con un religioso francescano che come guida spirituale si prenda a cuore la vocazione del giovane e lo accompagni verso un discernimento della volontà di Dio.
=Il Gruppo San Damiano: Il giovane è invitato quindi a partecipare ad un gruppo di ricerca vocazionale dove insieme ad altri giovani, con i medesimi interrogativi, si fa un cammino insieme. Ci si ritrova solitamente un fine settimana al mese (da ottobre a giugno), per pregare, condividere, conoscere più da vicino la vita dei frati e i segni della chiamata.
=Esperienze di vita conventuale e di servizio: Nel tempo del primo discernimento è molto utile poter vivere alcuni giorni in una comunità francescana o in luoghi dove i frati operano e si spendono (parrocchie/santuari, missioni, con i poveri...). Della serie: "vieni e vedi!"
2. IL Postulato: si tratta della fase successiva al Gruppo San Damiano, quando il giovane, in accordo col padre spirituale e i frati responsabili del cammino, sente di poter fare un primo grande passo: entrare e vivere per 2 anni in una comunità francescana reale ( per l'italia del Nord, nel convento di Brescia ). E' comunque un tempo ancora molto elastico; serve però a verificare in concreto se uno sia adatto alla vita francescana. È come un pre-assaggio. Anche questo è indispensabile. Il Postulato è ordinato a far capire al giovane e ai Frati se concretamente, e non nelle velleità, c’è "stoffa".
3. Il Noviziato: Della durata di un anno, si svolge ad Assisi presso la basilica e la tomba di san Francesco. E' ordinato a introdurre decisamente nella vita francescana, a capire come si risponde ad una vocazione divina, a dare testimonianza a se stessi e all’Ordine della propria attitudine a vivere nella via segnata da San Francesco. In questo tempo si è affidati ad un Maestro, un saggio frate che accompagna il giovane, passo dopo passo, verso la piena donazione di sè al Signore.
All’inizio del noviziato avviene la vestizione del saio francescano (i panni della prova, come li chiama san Francesco). Il noviziato termina con l’emissione dei voti di povertà, castità e obbedienza, chiamata anche professione religiosa. La professione definitiva (detta anche solenne) è sempre preceduta dalla professione temporanea, della durata di almeno tre anni (ma non più di sei).
4. Post Noviziato: Nel tempo che segue il noviziato, i giovani frati vivono a Padova presso il Convento san Antonio dott. dove si applicano principalmente allo studio delle discipline filosofiche e teologiche  in vista della professione solenne (frati per tutta la vita) e per molti anche in vista dell'ordinazione sacerdotale (circa 6 anni di studio). Si tratta di anni importanti per la formazione culturale e spirituale come per le varie esperienze di apostolato e servizio nelle quali il giovane frate viene introdotto. Spesso, dopo l'ordinazione sacerdotale, il ciclo di studi continua ancora per qualcuno al fine di approfondire un ambito telogico o biblico.
=Quello che colpisce di più, forse a prima vista, sono gli anni di studio. Ma va subito aggiunto: questi, sì, sono necessari (specie nel nostro difficile contesto culturale), ma è ancor più necessario che il francescano si riempia sempre più di Dio, viva all’unisono i misteri di Cristo nella propria vita, e a somiglianza del suo padre San Francesco non faccia altro che parlare con Dio o di Dio.
5. Per te: Caro amico, forse il Signore ti attende a seguirlo più da vicino; la Chiesa e gli uomini ti attendono; ti attendono i poveri e i deboli, gli umili e i semplici così come i sofferenti nell'anima e nel corpo; ti attendono le lontane terre di missione, ma anche i tanti ambiti di evangelizzazione e servizio nelle nostre terre sempre più scristianizzate;  ti attendono i giovani e tutti gli assetati di luce e verità e senso in questo nostro difficile tempo.

=Anche san Francesco ti attende per fare di te quello che fece con i suoi primi compagni e con i tanti giovani che da secoli sono affascinati dalla sua figura  e dal suo messaggio. A te accogliere questo invito esigente ed esaltante, a te portare ovunque la pace e la gioia..l'amore del Signore...
=Caro Davide, ti ringrazio della domanda.

So per certo che corrisponde al desiderio di molti dei nostri visitatori, a molti dei quali finora ho risposto in privato.
Ti prometto un particolare ricordo al Signore e al Santo Padre Francesco così come al mio confratello Sant'Antonio (ho la fortuna di vivere accanto alla sua basilica qui in Padova).
Ti saluto fraternamente e ti benedico.


Fra Alberto
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x contatti: fra.alberto@davide.it





domenica 27 marzo 2011

Diventare prete.

UN MORMORIO DI VENTO LEGGERO
(testimonianza vocazionale di un giovane sacerdote: Don Giacomo Ruggeri)
La scoperta della vocazione al sacerdozio, per quanto mi riguarda, è avvenuta in un clima e in un contesto feriale e quotidiano. Come a dire: non vi sono state esperienze o eventi particolari rivelatori che il Signore mi chiamava per quella strada.
Come il mormorio del vento leggero di cui Dio si è servito per rivelarsi a Elia.
L’intuizione che il Signore aveva posto gli occhi su di me è arrivata durante un normale e annuale campo scuola estivo vocazionale organizzato dal Centro Diocesano Vocazioni. In uno scenario stupendo come le Dolomiti (avevo 15 anni) mentre camminavano per i sentieri verso la Marmolada un sacerdote mi chiese: “Giacomo, hai mai pensato di farti prete?”. La mia risposta fu un solo sguardo verso di lui accompagnato da una risata. E il cammino sul sentiero proseguì. Ma il Signore era già all’opera e, con questa “dichiarazione esplicita”, aveva scelto di esporsi nei miei confronti. Dopo un paio di mesi ritornai da quel sacerdote con questa domanda: che cosa avevano visto i tuoi occhi su di me? Cosa vedevi che io non vedevo? Lui iniziò a raccontarmi la sua storia vocazionale. Dopo 16 anni che sono sacerdote comprendo la ricchezza del racconto esperienziale che parte dalla propria vita, quel racconto che può essere il terreno di intuizioni dove il Signore inizia a seminare segni precisi, tangibili, concreti, senza sprecare la Grazia.
Indicatori precisi: parrocchia, gruppo, famiglia.
Avevo iniziato a comprendere, negli anni delle superiori, che ero chiamato a donare la mia vita in qualcosa e qualcuno di grande, ma che non era pienamente nominato e chiaro a me stesso. Da qui il passo successivo: l’importanza di non disperdere i piccoli segni e affiancarsi a persone che avevano fatto scelte stabili di vita. Così è stato. Ho iniziato, nel periodo delle superiori, un percorso al Cdv (Centro Diocesano Vocazioni) che aveva sede, allora, in una parrocchia. Il fine settimana rientravo nel mio paese, durante le mattine frequentavo la scuola. Il tutto in un contesto parrocchiale. A distanza di anni posso dire che una comunità parrocchiale è un buon filtro per vagliare e misurare lo spessore, la natura, la maturità di una vocazione. La gente vede ciò che un prete non vede e, forse, nemmeno il padre spirituale scorge. La gente sì. Consiglio caldamente nei percorsi vocazionali una vita di discernimento in una parrocchia. L’approfondimento è proseguito negli anni delle superiori aprendomi anche a dei servizi che il mio parroco del paese di origine mi aveva chiesto: accompagnare le liturgie domenicali con il suono dell’organo e aprire un gruppo scout. Il sì definitivo che si dà a Dio muove i primi passi nei «feriali sì» piccoli e anche, solo all’apparenza, frammentati. Ma nella logica di Dio tutto si ricompone con giusta misura. Quando personalmente si intuisce, e le persone attorno lo confermano a vario titolo, che si è chiamati ad una vita di donazione consacrata, è importante ricordarsi tre cose: fare i passi graduali, verificare con umiltà e nella preghiera, ascoltare la vita che ti parla attorno. È importante per un ragazzo, chiamato eventualmente al sacerdozio, non guardare unicamente alla meta da raggiungere, con il rischio reale di dimenticarsi dell’età che si ha, le amicizie, gli hobby, ecc. Negli anni delle scuole superiori (Tecnico Agrario) ho amato tanto (e a tutt’oggi è così anche se non lo vivo concretamente!) lavorare la terra, il lavoro nei campi, coltivare le piante. Il motto Ora et labora di matrice benedettina ha una sua grande saggezza e sapienza in un cammino vocazionale. Imparare a coltivare con amore i frutti della terra per saper custodire ciò che Dio ha seminato nel proprio cuore. Così dicasi per il servizio all’organo nelle liturgie, in parrocchia: senti di avere gli occhi addosso, vieni chiamato ad accompagnare celebrazioni nuziali, esequie, ecc. Ciò che si vive a quell’età porta frutto negli avvenire. Il medesimo discorso lo si può fare per l’esperienza scout che ha favorito e ampliato la vocazione sacerdotale. “Quanto sei disposto a servire?” dice la domanda nel rituale della Promessa Scout. La risposta: “Se piace a Dio, per sempre”. Si, per sempre. In ambito pedagogico si afferma, a volte, che i giovani di oggi temono ciò che è per sempre. Anche una volta era così e i timori erano gli stessi. Diverso, semmai, era l’approccio, la verifica, il discernimento. Oggi vi è la tendenza, forse, a porsi più domande e a cercare risposte immediate di conferma. Ma non è così che vanno le cose. Ci vuole pazienza e, soprattutto, imparare a mettere ordine nella propria vita, come direbbe S. Ignazio di Loyola. E’ l’ordine del fine, della meta, del sapere dove voler andare e il come. Non è l’ordine della perfezione, ma della stabilità interiore, senza la quale nulla potrà avere futuro e durata.
Le difficoltà: un dono per maturare
Volendo ritornare al sentiero di montagna, dove la salita inizia a farsi sentire, anche nel percorso vocazionale è cosa molto buona l’essere aiutati a riconoscere fatiche, difficoltà, paure. Una fra tutte è la seguente: l’aver sbagliato strada, il non essere adatti e capaci. È importante confidare subito ad una persona fidata, un uomo una donna di Dio, quanto si porta nel cuore. Tenerlo in gestazione significa amplificare la paura in fuga, la fuga in abbandono. Le difficoltà non sono degli ostacoli, né tanto meno delle conferme che la strada intrapresa è sbagliata. Le difficoltà sono il segno di un cammino dal volto vero, puro, autentico, sincero. E tutto ciò costa fatica, sopportazione. Una vocazione sana matura sempre in un contesto di difficoltà oneste. Mai nascondersi dietro falsi problemi e tanto meno situazioni non risolte del proprio passato. Se non fai verità oggi sarai chiamato ad essere onesto domani. Le difficoltà, inoltre, sono quasi sempre accompagnate da esperienze che confermano la strada scelta come giusta e che Dio, non a caso, ha pensato e non inventato. Sono esperienze solitamente di servizio, di gratuità, di dono verso altri. Le chiamerei le “esperienze centrifughe” che aiutano a trovare il centro fuori da se stessi. La Provvidenza di Dio, solitamente, si serve proprio dei poveri, degli ammalati, delle situazioni di degrado umano, affettivo, familiare. Il dolore altrui aiuta a purificare e ripensare il proprio. Nella mia esperienza di sacerdote posso affermare, grazie all’insegnamento dei miei genitori (ora entrambi nella Vita eterna), che le difficoltà sono un’occasione di Grazia, di crescita interiore, di maturità a tutto tondo. S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, parlava di Satana come il “nemico”, rispetto all’amico, il Cristo. Nel momento delle difficoltà, dei tentennamenti e nei passi che si fanno incerti, il nemico si mette all’opera per distrarre dall’intenzione iniziale. In queste occasioni è provvidenziale il rimanere fermi e saldi – non ostinati – all’intuizione iniziale frutto dello Spirito. Il nemico gioca sporco, facendoci dissuadere dal cammino intrapreso, mostrando una via più facile, veloce, meno faticosa. E nella debolezza il cedere è quanto mai facile. Saggio, in tale situazione, confrontarsi con una persona del quale si ha stima, fiducia, riservatezza. Il parlare genera movimento interiore e impedisce alla desolazione di annidarsi, attecchire e portare frutto, a modo suo.
Una volta scelto? Maturare nella perseveranza
Le scelte si pensano, si compiono, si portano avanti. Non basta aver scelto, bisogna essere perseveranti nella scelta. Quali aiuti, in tal senso? Come primo elemento vedo cruciale una costante chiarezza interiore e onestà con se stessi, nel dirsi che cosa si desidera, si vuole fare e scegliere. Le motivazioni iniziali esigono una quotidiana purificazione. Vi può essere il rischio di rivestire un ruolo, un incarico, esercitarlo anche bene, ma interiormente si sono perse le motivazioni di fondo di ciò che si è e si fa. Si impazzisce. Penso ad alcuni confratelli che hanno attraversato questa fase con tribolazioni forti. Come secondo elemento indicherei, quale aiuto, una vita spirituale che sia fedele alla Parola di Dio, ai Sacramenti. Un ulteriore aiuto lo vedo nella vita di condivisione tra sacerdoti, partendo dalla mensa comune, nel realizzare esperienze pastorali insieme, senza umiliare i confratelli e avendo stima di loro, senza fermarsi al carattere personale del quale ognuno risponde in prima persona. Ed infine, ma non da ultimo, l’aiuto arriva dalla gente della comunità, dai bambini agli anziani, passando attraverso tappe di gioia e di dolore. Questo è l’aiuto principale.


(D. Giacomo Ruggeri è parroco nella diocesi di Fano)
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sabato 26 marzo 2011

Vorrei diventare frate, ma...mi piacciono le donne!



Cari giovani, molti di voi mi scrivono prospettandomi "un problema" che, lo confesso, mi fa sempre un pò sorridere, ma anche riflettere sulle "distorsioni mentali" diffuse in ordine alla vocazione e a una possibile chiamata del Signore alla vita religiosa o sacerdotale.
Riporto di seguito lo stralcio di una mail scrittami da Alessandro, un ragazzo di Torino,insieme alla mia veloce risposta.
Resto naturalmente a disposizione per chi mi volesse scrivere personalmente su questo tema.
Il Signore vi benedica. frate Alberto



Domanda:
caro frate Alberto, sono un ragazzo di Torino di 25 anni (...) mi piacciono le donne! E pur percependo in me talvolta un forte richiamo alla vita consacrata (specie in un campo-scuola, ad Assisi, qualche anno fa),  ho sempre voluto interpretare questo orientamento come un chiaro segno della volontà del Signore sulla mia vita, scacciando anche in modo brusco ogni ombra di dubbio al riguardo. Al momento vivo una bella relazione con la mia ragazza. Nonostante ciò, non nego di provare nel mio cuore, ogni tanto, una sorta di nostalgia verso una vita completamente offerta come religioso, specie quando mi ritrovo a fare qualche cosa di utile per gli altri, per qualche povero o nell'oratorio della mia parrocchia dove faccio l'educatore di un gruppetto di adolescenti. (...) Non ci capisco molto...mi dia una mano, anche se temo con questa richiesta...di mettermi nei casini. Grazie. Alessandro


Risposta:
Caro Alessandro, confesso che la tua mail mi ha lasciato alquanto sorpreso, diviso fra l'ilare e il preoccupato. Ti rispondo brevemente e  "bruscamente"!. Ma...allora secondo te..., se la discriminante per scegliere o no la vita religiosa è l'appartenenza o meno ai normali gusti e orientamenti sessuali di un giovane maschio..; ebbene..., dimmi un pò.. chi si fa prete o frate!!!??? Quasi che (cosa che in realtà anche molti "buoni" cristiani pensano) per diventare frate occorra essere "un pò strani", misogini o forse asessuati...o incapaci di amare???!!! In realtà, la chiamata a lasciare tutto per il Signore, è rivolta da Lui a chi vuole, come vuole e quando Lui vuole. E' un appello misterioso , che guarda caso, come dice il Vangelo, presuppone proprio una grande capacità di amare fino a lasciare tutto e "campi e casa e moglie e fratelli e sorelle"....; dunque cose, affetti, beni..Ti dirò di più; il fatto di rendersi conto di saper amare una donna, oltre ad essere quanto di più normale ci sia,  deve essere per il giovane in ricerca vocazionale (o che percepisce questo richiamo o dubbio) motivo di grande conforto (per quanto possa essere difficile la rinuncia); questo giovane infatti sa di avere un cuore di carne...capace di volere bene. E come c'è bisogno di frati e preti e religiosi che esprimano con cuore grande, limpido e puro e senza possesso, l'Amore del Signore!!!! Si diventa frati infatti per Amore e non per altro!!!
Dunque caro Alessandro, non vedo alcun ostacolo in questo tuo orientamento..anzi!! Piuttosto, se il richiamo ad un amore offerto al Signore e a tutti ritorna in te...non scappare!! Parlane apertamente e con fiducia con una guida spirituale (ce l'hai?) e anche, con delicatezza, alla tua ragazza: è importante nella vita infatti "trovare il proprio posto", realizzare il progetto per cui siamo stati da sempre pensati...Fai almeno un percorso di discernimento; cerca di ascoltare e comprendere meglio il significato di questo invito nascosto nel tuo intimo...perchè forse il Signore sta chiamandoti a formare una famiglia o forse cerca proprio te a donargli per intero la tua vita, la tua passione, il tuo cuore, la tua forza, la tua intelligenza, anche la tua corporeità e affettività...tutto quello che sei!! Forse ...Qualcuno sta aspettandoti.
ti benedico e ricordo. frate Alberto
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x contatti personali: fra.alberto@davide.it

Cosa vuoi da me, Signore?


Cosa vuoi, Signore, da me?
Quale è la tua volontà su di me?
L’interrogativo è giusto. Tipicamente cristiano, dato che per noi la vita è dialogo con Dio; dialogo che vede in Dio e non in noi il suo iniziatore e interlocutore principale. L’uso che si fa di tale domanda può essere a volte però molto ambiguo e addirittura fuorviante. Quando è così, è meglio distrarre da questa domanda e porre la sua complementare:  «E tu? Che cosa vuoi, tu, da te stesso?».

a) La domanda giusta al momento giusto
Penso che la domanda circa la volontà di Dio su di me, vada posta all’inizio di una scelta vocazionale. È la domanda di accesso. Se non c’è, l’inizio neanche c’è. Se un giovane o un adulto imposta o continua ad impostare la sua vita su una logica di auto-governo, l’idea che la vita si giochi su una dinamica di risposta a Qualcuno fuori di sé non lo sfiora neanche. E se lo sfiora, nella logica dell’autogestione l’appello divino gli apparirà come una restrizione alla propria libertà. Dunque, la domanda circa la volontà di Dio è posta bene quando emerge da un modo di prendere la propria vita in chiave di risposta e da un certo modo di esercitare la propria volontà. Se la domanda non parte da questa disponibilità a farsi dono, a fare posto in sé ad un Altro, va a confondersi con il gioco di mosca cieca: indovina, indovinello… E come si può indovinare se si guarda solo al parere di Dio senza interrogare la propria vita passata e futura?  A volte, è proprio così. E allora la ricerca vocazionale si trasforma in un girovagare senza approdo. Altre volte si presume di trovare la risposta, ma essendo staccata dal proprio contesto di vita, è più l’esito di un sentimento di colpa che della disponibilità di sé a farsi dono. Nel viaggio della colpa la domanda circa la volontà di Dio trova una persona che si sente obbligata (obbligazione soggettiva della «spada di Damocle» anziché interpellata (obbligazione oggettiva di un appello ad incontrarsi). Nell’immediato la colpa funziona, ma con il tempo la persona troverà il modo di ricuperarsi la libertà di disporre di sé. Dunque, l’attenzione è legare questa domanda circa la volontà di Dio a dinamiche di autogestione oblativa (i due termini non sono in contraddizione) e non di delega passiva, di responsabilizzazione e non di coercizione. Che cosa vuole Dio da te: che tu ti faccia francescano/a piuttosto che domenicano/a, che sposi Maria piuttosto che Ilaria…? Neanche la guida più esperta lo potrà mai sapere. Ciò che possiamo sapere con certezza (per evidenza di Vangelo) è che Lui vuole che tu faccia della tua vita un dono di te all’insegna della totalità dell’amore («con tutto il cuore…») e della sequela (come Gesù ha amato), su questa base ripercorri la tua vita e molto probabilmente vi troverai dei segni sul «che cosa» scegliere.

b) Quando la domanda su ciò che Dio vuole da me è posta bene?
C’è un segno facilmente verificabile: quando la domanda è la conseguenza di una serie di esperienze (anche piccole) di donazione di sé. In questo caso è lo sbocco di una disponibilità a farsi dono già documentata. Invece, pende verso il lato dell’inconcludenza quando si poggia su propositi futuribili la cui realizzabilità trova poca documentazione. C’è già, oggi, qualcosa di quanto mi impegno a fare anche domani?

c) Cercare per non cercare
Sottolineo la partecipazione attiva di chi si domanda perché domandarsi non vuol dire sperare in una risposta. L’esito non appartiene forzatamente o automaticamente alla struttura del cercare. La dinamica del decidersi è più complessa di quanto si pensi. L’ingenuità ci porta a ragionare così: la brava gente fa ciò che dice di voler fare, ossia vive secondo quanto promette. Non è così. Non perché la gente non sia brava, non perché ad un certo punto si rimangia la parola, ma perché il voler cercare non necessariamente contiene la clausola del voler trovare (così come promettere e mantenere la promessa non sono sinonimi).
A volte, quando si trova, si scappa… «Sarò bravo» può soltanto significare «ero stato cattivo»: un’espressione che pone termine ad un passato, ma non inizia un futuro; non dice la volontà di esserlo quando lo si dice in termini di passato, ma non di futuro. «Sarò bravo» può anche riferirsi solo al presente, sebbene declinato al futuro. Può cioè rispondere solo alle esigenze dell’oggi, quelle che servono per rispondere ai bisogni attualmente in azione che non necessariamente saranno gli stessi bisogni che si attiveranno in futuro: ad esempio la ricerca vocazionale che nasce da periodi di tristezza, crisi, delusione, superati i quali si dimentica. Non stiamo parlando dei «bamboccioni», ma di persone serie, con retta intenzione, partecipazione emotiva; eppure manca un motivo addizionale in più: quello di volersi prenotare in anticipo a registrare il proprio futuro sulla risposta che si troverà.

d) Progetto da gestire
La parola gestire incomincia, così, a prendere il suo senso corretto, ben lontano dall’invito al soggettivismo o all’arbitrarietà. Gestire la propria vocazione = assumersene la responsabilità. Questa «assunzione di responsabilità» accompagnerà sempre la ricerca della volontà di Dio, anche quando e soprattutto se la chiamata si svilupperà in sentieri non previsti o programmati.
All’inizio del cammino la ricerca trova se è una ricerca disponibile al dono di sé. Con il passare del tempo, ciò che si è trovato va vissuto nella attuazione della disponibilità dichiarata. Se la vocazione è dialogo, il dialogo non è mai un monologo, ma contempla sempre entrambi gli interlocutori e, come ogni dialogo, gli interlocutori assumono registri e ruoli diversi. La vocazione è dono, ma anche conquista, frutto dell’azione di Dio, ma anche del nostro contributo, qualcosa di «suo» ma anche di «mio».

e) Fare la propria parte
So gestire la mia vocazione quando faccio la parte che è mia (Dio mi aiuterà, ma non si sostituirà a me). Faccio la mia parte quando vi metto questi elementi:
1- Identità personale: nel progetto di vita (cercato e/o trovato) sto giocando la mia dignità, la mia credibilità. Non si tratta di assumere buoni comportamenti e neanche buone virtù. Qui ci sto giocando il mio onore. Qui c’è da rimetterci la faccia!  Occorre, in altre parole, avere un chiaro senso (o rispetto) di sé, di Dio e della differenza fra sé e Dio, il che permette di assumere un debito reciproco.
2 - Temporalità: essere consapevoli che qualcosa detto oggi vincola più tardi. Pensare, quindi, in termini di futuro (e non solo – come detto prima – in termini di passato e di presente); prevedere le possibili reazioni alle situazioni in cui ci si potrà trovare; verificare il realismo delle aspettative; prenotarsi fin da ora a vivere in un certo modo domani…
3 - Motivazioni: chi si dà un progetto di vita deve essere consapevole che ha e avrà intenzioni conflittuali o ambivalenti per cui può ragionevolmente dubitare delle sue parole di oggi. Di qui, l’impegno per il discernimento personale, la vigilanza, la cura della propria scelta…
4 - Alterità: il progetto si fa davanti a Dio, ma anche davanti agli altri. Contiene un elemento di rischio espositivo. Quindi: fare in modo che anche gli altri possano vedere la serietà di ciò che sto facendo, sapere che mi comprometto anche con loro, prevedere che con loro mi impegno ad essere in un certo modo e non in un altro…  La forza della Parola di Dio è nella relazione.


Autore: Alessandro Manenti
Link utili: http://www.editricerogate.it

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per contatti: fra.alberto@davide.it
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mercoledì 23 marzo 2011

Preghiera vocazionale: l'Angelus


L'Angelus: la preghiera vocazionale per eccellenza

V/. L'angelo del Signore portò l'annuncio a Maria.
R/. Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.

V/. "Eccomi sono la serva del Signore".
R/. "Avvenga in me secondo la tua parola".
Ave Maria, piena di grazia...

V/. E il Verbo si fece carne.
R/. E venne ad abitare in mezzo a noi.
Ave Maria, piena di grazia...

V/. Prega per noi, santa Madre di Dio.
R/. Perché siamo fatti degni delle promesse di Cristo.

Preghiamo.
Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu che, all' annuncio dell'Angelo, ci hai rivelato l'incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Al termine dell'Angelus si recita il Gloria per tre volte ed il Requiem una volta.
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L'Angelus, una preghiera della tradizione francescana
La prima notizia certa dell'Angelus Domini risale al 1269, al tempo in cui era Generale dell'Ordine francescano san Bonaventura da Bagnoregio, detto il "dottore serafico". Fu un Capitolo Generale dei Frati Minori, tenutosi a Pisa in quell'anno, che prescrisse ai religiosi di salutare la Madonna ogni sera con il suono della campana e la recita di qualche Ave Maria, ricordando il mistero dell'Incarnazione del Signore. Fu stabilito anche che "i frati nei discorsi persuadessero il popolo a salutare alcune volte la Beata Vergine Maria al suono della campana di Compieta (alla sera, quindi), perché è opinione di alcuni solenni dottori che in quell'ora essa fosse salutata dall'Angelo".

domenica 20 marzo 2011

Desiderio vivo

"Mantieni vivo il desiderio di sapere qual è la volontà di Dio su di te" 
 
Alcune puntualizzazioni sulla  "VOCAZIONE"

Stop ad un TABU'.
Cerchiamo di infrangere il tabù che sta dietro la parola vocazione. Nella vocazione sta "il senso" della nostra vita. È vivendo in essa che possiamo raggiungere il massimo delle nostre potenzialità e della nostra capacità di dono. Nella realizzazione del progetto che Dio ha pensato per noi sta il segreto della felicità.La vocazione è una realtà molto ricca e complessa. Potrebbe essere rappresentata come punto di sintesi e d’equilibrio fra varie componenti. Espressione del dialogo tra la volontà di Dio e quella dell’uomo, si realizza nell’incontro tra le ricchezze della persona e gli appelli che la vita fa a ciascuno, tra il proprio desiderio di libertà e il proprio senso di responsabilità, tra i bisogni dell’individuo e le attese della comunità, tra esperienza passata e progetto di sé. Tutto ciò fa della vocazione una realtà relazionale e dinamica che si sviluppa grazie alla capacità di autodeterminazione del soggetto. Essa muta al mutar delle situazioni pur seguendo un filo logico, provvidenzialmente tracciato, che diviene comprensibile all’individuo solo ad una lettura retrospettiva, profonda ed illuminata, della propria storia.
La sofferenza di una vita SENZA SENSO.
La parola vocazione viene dal latino e significa "chiamata". E' Dio che chiama l’uomo: ad ogni persona affida una missione, un progetto da realizzare. All’individuo spetta il compito di rispondere all’appello di Dio. Solamente chi «centra la propria vocazione» realizza a pieno la sua vita spendendola per l’obiettivo per cui è stato creato. A questo proposito è interessante notare come l’etimologia della parola peccato in ebraico significhi proprio «sbagliare mira», «non centrare l’obiettivo», «camminare fuori strada»: in altre parole, essere fuori dal progetto di Dio.(…) Viceversa anche tu avrai potuto sperimentare quanto sia pacificante vivere accanto a persone che hanno centrato in pieno la loro vocazione, che con equilibrio sanno mettere a frutto le proprie potenzialità ed accettare i propri limiti. Sono individui profondamente in pace con se stessi e con gli altri perché «al proprio posto», hanno  "trovato il loro posto"!! Anche la psicologia, utilizzando la categoria della significatività, ci offre una riflessione assai interessante. Victor E. Frankl, psicoterapeuta viennese, afferma «Ogni epoca ha la sua nevrosi. In realtà, noi oggi non siamo di fronte, come ai tempi di Freud, ad una frustrazione sessuale, quanto piuttosto ad una frustrazione esistenziale. Il paziente di oggi soffre di un abissale sentimento di insignificanza, intimamente connesso a un senso di vuoto esistenziale».Chi non scopre il senso della propria vita o, in altre parole, la propria vocazione, è condannato alla frustrazione e al vuoto interiore. Un vuoto che si fa sempre più strada anche tra i giovani. I tentativi di fuga da questo sentimento sono vari (stressarsi in mille attività, ubriacarsi, drogarsi, stordirsi con la musica, fare sesso ecc.) ma tutti inefficaci.
A tutti è data una vocazione da REALIZZARRE.
Non è facile parlare oggi ai giovani di vocazione a causa dei tanti preconcetti che nel tempo sono venuti a formarsi su questo tema. Per questo prima di entrare nel vivo dell’argomento sono obbligato a fare un lavoro previo per sgombrare il campo dai tanti pregiudizi. L’idea più pericolosa è che la vocazione non interessi tutti, ma solo alcuni: quelli che sono chiamati a diventare preti o suore. Fortunatamente il Concilio Vaticano II si è opposto a questo modo di pensare asserendo che tutti siamo chiamati, a tutti Dio affida una vocazione, tutti Dio chiama alla santità, alla radicalità evangelica. È interessante come Giovanni Paolo II, nell’enciclica sui laici (Christifideles laici, 16), parlando della vocazione di tutti alla santità, affermi che «questa è stata la consegna primaria affidata dal Concilio [...] alla Chiesa». Il Papa quindi, afferma che una delle cose più importanti dette dal Concilio è che tutti siamo chiamati a farci santi.
Tutti siamo chiamati alla SANTITA'.
Questo è il sogno che Dio nutre per ciascuno di noi. La santità, come abbiamo visto, non è un privilegio per i più belli o i più simpatici. Dio vuole tutti santi, anche te! Sei stato creato per questo. Questo stesso è il desiderio più profondo che portiamo dentro di noi. È il desiderio verso il quale è protesa la tua stessa natura. Come non puoi chiedere ad una mucca di darti del vino se è stata creata per fare il latte, così non puoi chiedere a te stesso una vita di compromessi se sei stato creato per la santità. Questa è l’unica via che può darti quella felicità alla quale aneli. Per tutto questo è opportuno vincere la paura di confrontarsi con essa. Occorre quindi fare chiarezza.
Una premessa: Dio non gioca a NASCONDINO!
Occorre subito sfatare un’idea sbagliata secondo la quale scoprire la propria vocazione è veramente difficile. È vero, Dio non ti telefonerà per comunicarti quanto vuole da te. Per comprendere la tua vocazione hai bisogno di impegno e discernimento. Allo stesso modo, però, è ridicola l’idea di un Dio che giochi a nascondersi. Non è così! La vocazione prima di essere il nostro problema è quanto Dio stesso ci vuol comunicare. Dio vuoi farci conoscere qual è il senso della nostra vita, molto di più di quanto noi stessi lo desideriamo. Così fa di tutto per comunicarcelo. Il problema non sta in Lui, ma in noi che non vogliamo ascoltarlo. Lo sappiamo benissimo: non c’è peggior sordo di chi non vuoi sentire! Mettiti allora in ricerca della tua vocazione animato da questa certezza: Dio vuoi parlarmi! Alla domanda se è difficile conoscere la propria vocazione, Giuseppe Lazzati, ha dato questa risposta: «Direi che in fondo non è difficile, se noi non complichiamo le cose, se cioè abbiamo volontà per conoscerla e la lealtà per riconoscerla» (1990).
La vocazione chiede ASCOLTO e SILENZIO.
Mantieni quindi vivo il desiderio di sapere qual è la volontà di Dio su di te e non porre resistenza. Dunque, mettiti in ASCOLTO...Dunque, necessariamente ricerca il SILENZIO...Allontana da te il frastuono assordante di tante cose e impegni e affari e relazioni che spesso ingombrano il tuo cuore....
Ascolta....Cerca il silenzio..Rientra in te stesso...Ascolta...
Un buon impegno per questa Quaresima da intraprendere subito senza esitare!
Il Signore ti dia Pace.

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fra.alberto@davide.it

mercoledì 16 marzo 2011

Giovani al Triduo Pasquale 2011


GIOVANI e FRATI al TRIDUO PASQUALE  2010

BASILICA DI S.ANTONIO (Pd).


Dal pomeriggio del Giovedì Santo (21 aprile)
Al pranzo di Domenica di Pasqua (24 aprile).



(X Giovani dai 17 - 30 anni) 
 -ragazzi e ragazze-




Cinque "buoni" motivi per partecipare:
1) Per vivere in modo più intenso e profondo il mistero della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù.
2) Per condividere una fortissima esperienza comunitaria e di preghiera con altri giovani, con i frati e le suore francescani.
3) Per assaporare un grande coinvolgimento spirituale ed emotivo nelle splendide liturgie della Settimana Santa celebrate nella Basilica di S. Antonio.
4) Per essere accolti in uno dei più importanti e antichi conventi francescani del mondo (più di 60 frati).
5) Per stare accanto alla tomba del Santo più amato e conosciuto : S. Antonio!

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per informazioni o iscrizioni scrivimi: fra.alberto@davide.it

sabato 12 marzo 2011

Chi sono e che fanno i frati?

Cari amici, ricevo moltissime lettere circa la nostra vita e le nostre scelte.
Vi voglio presentare oggi la testimonianza di due giovani frati, uccisi a causa del Vangelo. Sono passati vennt'anni dall'eccidio che vide la loro morte violenta in terra di missione, tra i poveri dei poveri, in Perù.
«Sono i nuovi santi martiri». Con queste parole Giovanni Paolo II riconosceva l’eroicità della testimonianza di fra Michal e fra Zbigniew, trucidati dai terroristi a Pariacoto (Perù), nel 1991.
I ricordi dell’unico superstite, fra Jarek Wysoczanski, sono raccontati in un articolo pubblicato dal Messaggero di Sant'Antonio
L'esempio di questi frati e il loro sangue versato per Cristo siano germe di nuove vocazioni alla vita consacrata francescana.
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per contatti: fra.alberto@davide.it

mercoledì 2 marzo 2011

Potrei diventare fratello religioso? Cosa significa... [1]

La vita francescana è certo molto varia, densa di enormi potenzialità! Generalmente quando si pensa al frate e non se ne conosce qualcuno di persona, non si sa bene cosa faccia. Certo prega... e poi? Dice Messa, confessa? O lavora, viaggia, mendica...? Fra' Alberto ha risposto così, offrendo una una panoramica piuttosto ampia e l'esperienza concreta dalla comunità della Basilica di Sant'Antonio.

Certo da convento a convento la vita può cambiare anche molto, a seconda dell'attività prevalente della comunità. Ma anche da frate a frate ci possono essere delle differenze nel tipo di impegno. Specie se, oltre all'incarico, è differente anche la vocazione! Sì, nello stesso convento e nello stesso ordine ci possono essere religiosi con vocazioni differenti. Non solo perché la vocazione di ognuno è unica e irripetibile. Ma anche perché qualcuno può essere chiamato al ministero sacerdotale e qualcuno no! Il frate-non-sacerdote oggi viene chiamato comunemente «fratello religioso».

Certo le vocazioni del fratello sacerdote e del fratello religioso sono differenti: portano alla fraternità e alla Chiesa contributi differenti. Ma non ci sono tra loro livelli diversi, non dignità diverse. E questo non significa sminuire l'originalità e l'importanza del sacerdozio per la Chiesa. Piuttosto quella francescana è una forma di vita in cui sacerdoti e non si impegnano a vivere anzitutto da fratelli. E nessuno è "più fratello" di un altro!
fr. Francesco
continua... [2] [3]