venerdì 25 febbraio 2011

Gli amici di Dio: chi sono?

Cari giovani, oggi vi propongo il testo di un'omelia pronunciata qualche sera fa (14 febbraio 2011) da mons. Mario Delpini, vescovo ausiliare di Milano, in una circostanza un po' particolare: a Busto Arsizio si ricordavano i 20 anni dalla morte di don Isidoro Meschi, un sacerdote che a 46 anni fu ucciso in una circostanza tragica; fu accoltellato, infatti, da uno dei tossicodipendenti ai quali aveva scelto, seguendo Cristo, di donare senza riserve la propria vita. Chi vuole sapere qualcosa di più sulla figura di don Isidoro può consultare il sito a lui dedicato cliccando qui. Questa omelia, però, è particolarmente bella proprio perché si pone su un registro diverso rispetto a quello della rievocazione: tenendo fisso lo sguardo sull'esempio di questo prete (ma senza mai nominarlo fino alla fine) mons. Delpini tratteggia infatti un profilo estremamente attuale del discepolo di Gesù, che chiama quindi in causa ciascuno. Per questo motivo lo propongo qui, convinto che possa essere una lettura significativa per tutti.
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Vivono tra noi gli amici di Dio. Vivono come tutti: di fatiche e di gioie, di giorni di frenesia e di giorni di festa, di giorni di salute e di giorni di malattia, ma gli amici di Dio vivendo come tutti, vivono in modo straordinario. Come tutti, incontrano la gente: incontrano persone simpatiche e persone insopportabili, hanno amici e talora anche nemici, incontrano tanta gente, come tutti, ma chi incontra gli amici di Dio ne conserva un ricordo particolare. Hanno il loro carattere, come tutti: alcuni sono timidi e altri estroversi e chiacchieroni, alcuni sono irruenti e reattivi, altri sono pazienti e discreti, eppure tutti gli amici di Dio sono come segnati da una disciplina che li rende disponibili anche a quello che non viene spontaneo. Vivono tra noi, gli amici di Dio, non si notano a prima vista, non fanno rumore, eppure sono quelli che tengono in piedi il mondo, quelli che mettono mano alle cose storte e cercano di raddrizzarle: che si tratti di un bambino che piange, di un malato che è solo o dei problemi di dimensione planetaria.
Gli amici di Dio vivono tra noi, vivono come tutti, sono uomini e donne che assomigliano in tutto agli altri. Eppure hanno qualche cosa di straordinario.
Gli amici di Dio vivono una particolare libertà. Hanno consegnato a Dio il loro desiderio di essere felici e perciò non si preoccupano più troppo di se stessi. Sanno che Dio non li deluderà, mai.
Perciò sono liberi. Sono liberi dalla paura: si espongono a tutti i rischi che la missione comporta, non per ingenuità o presunzione, ma per obbedienza. Sono liberi dalla ricerca del consenso, sono liberi dai giudizi altrui: ascoltano tutti e sanno che da tutti devono imparare, ma il criterio del loro agire non è la popolarità o l'approvazione del mondo. La libertà viene da una fortezza interiore dove abita il timor di Dio. Sono liberi dagli interessi meschini. Non si domandano mai "che cosa ci guadagno?", perché vivono di gratitudine. Il dono che hanno ricevuto è talmente grande, talmente gratuito che non possono che condividerlo gratuitamente. Sono disposti a rimetterci persino, non hanno preoccupazioni per il loro futuro.
Sono liberi anche dall'ossessione di verificare i risultati. Si impegnano con tutte le forze, si appassionano alle imprese che li coinvolgono, ma sanno di essere solo operai mandati a seminare. Del raccolto sono incaricati gli angeli di Dio.
Gli amici di Dio abitano in un mistero e ne sono commossi. Sono stati visitati da un invito, sono stati chiamati all'intimità indicibile. Nella solitudine non si annoiano, perché la presenza di Dio non è una parola, ma una comunione tremenda e affettuosa. Amano il silenzio e talora li sorprendi in una preghiera che non riesci a indovinare, nel cuore della notte o all'alba. Non parlano spesso di sé, hanno un riserbo sulla loro vita spirituale. Ma se poni loro delle domande, puoi restare sorpreso per parole di fuoco o per uno zampillare di acqua fresca per la tua sete.
Gli amici di Dio sono gente che vive con uno scopo. I loro obiettivi non vengono dall'ambizione, non sono nutriti dal desiderio di una carriera, dalla presunzione di un protagonismo. Hanno uno scopo, ma è piuttosto l'obbedienza alla missione. In quello che fanno mettono tutto se stessi, non risparmiano né forze, né intelligenza, né risorse, fino al sacrificio. Non hanno un altrove in cui evadere, non difendono le parentesi del loro privato, come possibilità di un'altra vita. Non hanno un'altra vita perché la missione che hanno ricevuto è diventata tutta la loro vita. Si considerano solo dei servi e vivono con fierezza il loro servire, perché conoscono il loro Signore.
Gli amici di Dio ospitano insieme una gioia invincibile e una struggente tristezza. Non si sa come spiegare quello che provano, eppure portano in giro per la città il loro sorriso in cui indovini una gioia che non viene da fortunate coincidenze o dall'assenza di problemi, ma da un'inesplorabile profondità, come una sorgente che non cessa mai di alimentare l'esultanza. Ma la gioia degli amici di Dio non è un ingenuo essere giulivi. Hanno dentro una tristezza struggente: è l'intensità della compassione perché non c'è soffrire che li lasci indifferenti; è il sospiro del compimento perché non c'è giorno della vita in cui non invochino "venga il tuo regno". Vivono tra noi, gli amici di Dio e passano per lo più inosservati. I titoli dei giornali e le chiacchiere intessute di luoghi comuni li ignorano perché si dedicano alla lamentela e al pettegolezzo, alla critica e alla denuncia, alla retorica e alla mormorazione. Così gli amici di Dio non fanno notizia. E sono qui anche in mezzo a noi, anche se passano inosservati.
Capita però, talvolta, che un evento straordinario attiri su di loro l'attenzione e allora tutti se ne accorgono e restano ammirati.
Così è stata la vicenda di don Isidoro e la tragedia della sua morte. Un amico di Dio è morto come un agnello immolato e agli occhi di tutti si è rivelata la gloria di Dio che ha avvolto di luce la vita di don Isidoro fin dai suoi primi anni. Così lui, così discreto, così schivo è diventato notizia e personaggio.
Perché mai sarà successo questo?
Io credo che gli amici di Dio compiano la loro missione in vita e in morte. Perciò credo che talora capiti che gli amici di Dio richiamino l'attenzione di molti perché tutti si possano sentire rivolta una parola, un invito, una domanda.

Vuoi diventare anche tu AMICO di DIO? Io ti dico che ne vale la pena!


mons. Mario Delpini, vescovo ausiliare di Milano
(omelia pronunciata il 14 febbraio 2011 nel 20° anniversario della morte di son Isidoro Meschi)

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se "cerchi" o hai domande vocazionali puoi scrivermi  a : fra.alberto@davide.it

giovedì 24 febbraio 2011

Prete o frate?? Quale la differenza?

Spesso, quando mi capita di incontrare un gruppo di giovani, ragazzi o bambini... specie in seguito ad una testimonianza vocazionale, arriva questa domanda:
«Ma che differenza c'è tra un prete e un frate?».


Non è solo una domanda da bambini. È una vera e propria domanda "ecclesiologica", cioè sulla natura della Chiesa e di alcune sue componenti essenziali: il sacerdozio e la vita consacrata. Senza il sacerdozio la Chiesa non sta in piedi. Senza la vita dei consacrati la chiesa è meno bella.
Per cercare di cogliere con uno sguardo semplice ciò che differenzia (e fa assomigliare) queste due vocazioni, occorre guardare al loro rapporto con Gesù.

Il Signore Gesù, nel corso del suo ministero pubblico, è stato seguito da molte persone, uomini e donne. Tutti più o meno esplicitamente da lui chiamati a condividere la sua strada. Se guardiamo al vangelo di Marco, notiamo che viene raccontata la chiamata di Simone e Andrea, e subito anche di Giacomo e Giovanni (Mc 1, 16-20; cfr. 2, 13-14). Non sono però gli unici a sentirsi invitati a seguire Gesù. Anche il "giovane ricco" si sente proporre questa chiamata (Mc 10, 21). Ma sappiamo che se ne va in un'altra direzione, triste. A seguire Gesù poi ci sono anche diverse donne: solo alcune di loro saranno con lui anche ai piedi della croce (Mc 15, 40-41). Questa prima chiamata fa di queste persone dei discepoli.
È una cosa ben diversa quando Gesù, ritiratosi sul monte con vari discepoli, ne individua una dozzina e a questi dà un mandato e un nome ulteriore: li costituisce apostoli (Mc 3, 13-19; cfr. 6, 7-13).

La Chiesa associa la chiamata e il servizio tipico degli apostoli alla Gerarchia costituita dal sacramento dell'Ordine. I vescovi sono i successori degli Apostoli: ciascuno di loro guida la Chiesa particolare a lui affidata in comunione con il Papa, successore del Principe degli Apostoli. Qual è la peculiarità dei vescovi (e di coloro a cui essi "delegano"alcune delle caratteristiche più importanti del loro sacerdozio, cioè i sacerdoti)? La vocazione peculiare del vescovo e del prete (e in qualche modo anche del diacono) è fare ciò che Gesù ha fatto. E cosa ha fatto Gesù nella sua vita e nel suo ministero pubblico? Essenzialmente ha annunciato il Vangelo e ha operato miracoli e guarigioni. Il vescovo e il prete, in effetti, sono tali per predicare la Parola di Dio e compiere quei miracoli che sono i sacramenti. Attraverso di loro Gesù opera ancora per noi in modo indubitabile.

D'altra parte, nella Chiesa ci sono molti uomini e donne che – come molti tra i discepoli del Gesù storico – vogliono vivere come Gesù è vissuto. Intendono, in qualche modo, fare proprio ciò che era essenziale e tipico del suo stile di vita. Egli non si è mai sposato o unito a una donna: è stato casto. Non ha avuto niente per sé, specie negli ultimi tre anni di vita: è stato povero. Ha poi affrontato la vita facendo propria   la volontà del Padre celeste: è stato obbediente. Le caratteristiche peculiari dello stile di vita che Gesù ha scelto per se stesso, sono i tre voti che fondano la vita consacrata di monaci e monache, di frati e suore, e pure di uomini e donne consacrati pur rimanendo "nel mondo". Tramite loro, la vita di Gesù è ancora viva e attuale in mezzo agli uomini di ogni epoca.

Sappiamo tutti che di religiosi e consacrati ce n'è nella Chiesa una enorme varietà. Ovvero si può vivere la castità, povertà e obbedienza di Cristo in modi estremamente diversi: nella clausura estrema del Certosino, nell'accompagnamento dei giovani del Salesiano, nella contemplazione della Carmelitana, nella sollecitudine dei malati del Camilliano, nello studio e nella predicazione del Domenicano... nella fraternità e minorità del Francescano. E non solo!

Come le due vocazioni evangeliche – discepolo e apostolo – hanno coinciso nelle persone dei Dodici,  così oggi le due vocazioni alla consacrazione religiosa e al sacerdozio ministeriale giungono a coincidere talvolta nella stessa persona. In modo molto evidente nel caso di congregazioni nate e cresciute come clericali, come i gesuiti o i salesiani. Ma questo accade spesso anche in famiglie religiose che potremmo definire "miste" come francescani o carmelitani.

Ma allora perché i preti – nonostante le varie polemiche che periodicamente si rilanciano sui giornali – continuano a vivere nel celibato (così si chiama la loro "promessa di celibato"), se questo invece è "tipico" della forma di vita religiosa come "voto di castità"? Perché, fin dai primi secoli, molte chiese locali di tradizione latina hanno ritenuto importante che i loro preti per poter essere bravi apostoli, fossero anche discepoli. Della serie: il modo migliore per operare le azioni di Cristo è farlo a partire da uno stile di vita il più possibile simile al suo. Cioè celibi. Più tardi il Papa san Gregorio VII ha pensato bene di estendere questa disciplina a tutti i preti latini (rito romano, ambrosiano, ecc...).
Resta il fatto che – come testimonia la disciplina delle Chiese orientali (e non solo) dei preti sposati –, per accedere al sacerdozio, il celibato non è una conditio sine qua non teologica, ma disciplinare. Ovvero la Chiesa romana ha deciso di ammettere al sacerdozio soltanto coloro che si sentono chiamati a vivere nel celibato. Ma questa è un'altra storia...

Ecco in definitiva a cosa si può ridurre la differenza:
  • i preti sono chiamati e inviati per fare ciò che Gesù ha fatto (... e magari riescono a farlo meglio se anche vivono come lui);
  • i frati sono tali anzitutto per vivere come Gesù è vissuto (e per questo molti di loro sono in una condizione ottimale per potersi anche dedicare alle sue opere più importanti: vangelo e sacramenti).
fr. Francesco

PS: ti interessa un test francescano? Clicca qui per rispondere al questionario «Che tipo di francescano saresti?» e ottenere, se vuoi, una risposta da frate Alberto

lunedì 7 febbraio 2011

Vocazione francescana


LA VOCAZIONE FRANCESCANA
L'esperienza di consacrazione religiosa francescana è quella di tanti frati che vivono il loro rapporto con Dio in modo radicale, ispirandosi alla vita, all'esempio e alla Regola di San Francesco d'Assisi.
Ecco alcuni pilastri fondamentali di questa chiamata:

1) Primato di Dio:  Il frate, attraverso l’ascolto (atteggiamento fondamentale di ogni credente), è colui che ha percepito per la sua vita una chiamata alla radicalità e alla sequela (seguimi!) nell'amore esclusivo per il Signore, sul modello dei primi discepoli. Per custodire e coltivare questo invito e questo amore, ha come primo riferimento il Vangelo e la Preghiera come strada fondamentale e irrinunciabile. Come San Francesco, "uomo fatto preghiera", la sua giornata è caratterizzata da un rapporto privilegiato con il Signore e nelle comunità francescane la vita è sempre scandita dagli orari della preghiera. Il frate è dunque prima di ogni altra cosa, "un uomo di Dio". Il voto di castità vuole esprimere proprio questo suo amore esclusivo e totale per il Signore. Anche i voti di obbedienza e povertà si radicano nel Primato di Dio: al Signore e alla Sua Parola infatti il frate dona tutta la sua obbedienza e volontà; ugualmente. il Signore è l'unico e primo suo bene che surclassa tutti gli altri beni umani o materiali che potrebbe possedere.
2) La fraternità: Il frate è colui che testimonia ad ogni uomo la comune figliolanza in Dio Padre di tutti. In lui chiunque può intuire e vedere e sperimentare cosa significhi "essere fratelli", essere un dono reciproco oltre ogni legame di sangue, razza o cultura. La comunità - (chi è chiamato lascia tutto e va a vivere in una comunità) è lo spazio dove condividere con altri fratelli ogni aspetto della vita, portando avanti un cammino di comunione, nell’impegno al celibato e la condivisione dei beni e di tutto il resto. Il frate è tale dunque perchè mai è da solo, mai agisce o opera individualmente, ma sempre in fraternità e atrraverso di essa.
3) La minorità: san Francesco volle che i suoi frati si definissero "minori" , lontani cioè da tutto quanto poteva essere grande, potente e forte, dunque prossimi (nello stile e nelle scelte) ad ogni situazione o persona piccola e povera e umile. Dall'esperienza del Poverello con il lebbroso ecco scaturire da sempre tra i frati, la passione e la cura per gli ultimi. Moltissimi i campi di impegno e di azione (tra i tossicodipendenti, i disabili, gli alcolisti, gli orfani...i diseredati). Il frate, per questa sua scelta di minorità, sempre si fa prossimo a chiunque, vicino e solidale, dando tempo e ascolto; dando la sua vita.
4) La missione: San Francesco, nella sua esperienza vocazionale, percepì ben presto un forte invito ad "andare", "annunciare", "testimoniare" il Vangelo ovunque e a chiunque per le strade del mondo. I suoi frati si sparsero in tutta Europa e furono da lui inviati in terre lontane ostili anche fra i cosidetti "infedeli" (Oriente, Terra santa, Marocco...). Anche oggi il frate sa di avere per chiostro "il mondo" (come sottolineava san Francesco) e una specifica chiamata all'evangelizzazione, nello stile dell'incontro, del dialogo e di un relazionarsi cordiale e mite con ogni persona. Il frate, un uomo sempre "itinerante" perchè tutti gli uomini possano conoscere e amare il Signore attraverso di lui. La missione dunque,  una passione tutta francescana, un'amore irrinunciabile per il frate.
5) La povertà: Questa scelta di vita trova il suo senso in quanto specificato già sopra soprattutto nel Primato di Dio. Il frate, come San Francesco sa di dover seguire e imitare "il Cristo Gesù povero e crocifisso". Il suo modo di vivere è per scelta sobrio e privo di alcun possesso o attaccamento (materiale, affettivo,relazionale, economico...). La libertà del cuore da ogni "proprietà" diventa allora fonte di gioia e letizia: nulla il frate infatti ha da difendere, tutelare....; di nulla è schiavo; di nessuno servo obbediente o sottomesso che non sia il Signore e il bene che ne viene da Lui. Per questo suo stile eccolo naturalmente vicino ai deboli e ai poveri, spesso voce di chi non ha voce.
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Cari giovani, ecco alcuni aspetti della nostra vita francescana... Se qualcuno desidera un approfondimento o altre notizie, mi scriva pure: fra.alberto@davide.it.

venerdì 4 febbraio 2011

Vocazione religiosa? Cosa... è?


LA VOCAZIONE RELIGIOSA? Cosa… è?

E’ UNA CHIAMATA. La vita di consacrazione non è una scelta, ma una chiamata che esige una risposta. Ogni chiamata ha dentro un progetto e noi dobbiamo essere in attento ascolto, aperti all’ascolto per capire. Dio chiama per condurci "fuori" da noi stessi, poiché la vera realizzazione dell’essere è aprirsi agli altri e dimenticarsi di sé, anche se questo non significa autodistruggersi. Ognuno è chiamato “fuori” in modo diverso, con una vocazione propria. Solo chi è in ricerca capisce veramente, può ascoltare la chiamata; il discernimento aiuta a ripercorrere la storia personale e a scoprire Dio che passa momento per momento nella propria vita, attraverso delle mediazioni (la Parola, le persone, le situazioni….). Un sentire questo che non è il sentire col sentimento.
I SEGNI. Il segno chiaro della chiamata alla consacrazione è il trasporto verso Dio, il profondo bisogno di Lui, l’innamoramento di Dio; e come per l’amore verso un’altra persona, anche in questa vocazione c’è prima lo slancio del cuore e poi è Dio a volere che la fede cresca. L’iniziativa è sempre di Dio e all’uomo spetta solo la risposta; Dio ha già tracciato il cammino e chiede a noi solo di mettere il piede nella Sua orma. Dopo la chiamata, la ricerca di Dio non deve però esaurirsi, perchè se è pur vero che una vocazione si innesta principalmente sulla fedeltà di Dio, è comunque necessaria la collaborazione dell’uomo per farla crescere. Dio lascia sempre all’uomo la sua libertà.
E’UN DONO. La consacrazione è un dono speciale che Dio fa alla Sua Chiesa e a qualche persona in particolare, che egli guarda con amore unico (fissatolo..lo amò) rivolgendo il Suo invito: SEGUIMI! Diventa quindi il dono totale di se stessi a Dio per il bene di tutti e non solo al fine di realizzare la propria vocazione. I religiosi, che possono essere sia laici che preti, testimoniano che la vita cristiana è esigente, radicalizzando ciò che Gesù consiglia e assumendolo nella propria vita come “voto”. Essi indicano che seguire Gesù trasforma la vita, cambia il proprio nome ed il proprio volto, rende uomini e donne più veri e più liberi. Con la propria vita il religioso ci comunica che Dio viene prima di ogni altra cosa, è l’assoluto, che chiede tutto e che dona tutto.
I CARISMI. Alla scelta definitiva di consacrare la propria vita a Dio si arriva solo dopo un lungo cammino, in cui si approfondisce sempre più il senso del rapporto personale con Dio, nello studio del carisma dell’ordine e attraverso la vita nella comunità di cui si entrerà a far parte. La vita religiosa ha come fondamento l’esperienza comunitaria, via privilegiata per l’incontro con Cristo, e si esprime in una moltitudine di ordini di cui i religiosi fanno parte. Ognuno dei numerosi ordini è caratterizzato da un particolare carisma, cioè il dono che Dio fa attraverso lo Spirito Santo al fondatore di un ordine; si tratta di una luce che illumina un particolare aspetto del Vangelo e si fa servizio in e per la Chiesa. La varietà di ordini è segno della provvidenza e della fantasia dell’Amore di Dio: in questo modo donne e uomini diventano presenza concreta di questo Amore per ogni fratello.
I VOTI. Per noi francescani, il carisma è indicato sinteticamente dallo stesso San Francesco nelle prime parole della Regola che lui consegna ai suoi: “la vita e la regola dei frati è: VIVERE IL VANGELO!”.
Questo si concretizza nei tre Voti (povertà, castità e obbedienza), detti anche “consigli evangelici”, per i quali i frati si impegnano a mettersi alla sequela di Gesù, seguendo le sue orme in maniera radicale, fedele e gioiosa.

Povertà. Non significa essere pezzenti, ma, come Gesù dice nel discorso della montagna, indica povertà di Spirito, una povertà che è prima di tutto interiore; ciò implica affidarsi solo alla fede, vivere solo della fede, della Provvidenza, vivere intensamente il presente. La povertà è un cammino da una conversione all’altra per liberarsi, è un cammino di perfettibilità. La povertà materiale è il riflesso di quella interiore.

Obbedienza. Anche questa è una forma di povertà, è dire a Dio “voglio dipendere da te”, è un atto quotidiano di adorazione, è riconoscere che Egli è Dio e noi creature. L’obbedienza a Dio passa attraverso la mediazione della Parola, dei superiori, della comunità e della regola dell’ordine.

Castità. E’ l’offerta di se stesso, del meglio di sé, del proprio cuore; per fare questo occorre crescere in purezza, diventare puri di cuore ed essere così nella beatitudine di Cristo. La castità aiuta a vivere la Carità, così come è descritta da san Paolo nel suo inno all’Amore. Ciò porta alla solitudine che viene riempita da Dio; si è messi a parte per Dio, più uniti a Lui per essere più uniti ai fratelli. La castità non si riduce quindi a una questione fisica, ma è ancor prima intenzione di purezza. Castità dice come l’Amore di Dio sia totalizzante, tale da non lasciare nel cuore lo spazio per un amore che non sia il Suo. Castità è: Dio che seduce e spinge, per Amore Suo, a lasciare tutto quello che c’era prima (beni, affetti..progetti..).

E’ Dio in definitiva a portare avanti la consacrazione con l’aiuto del religioso e in verità, per quest’ultimo, non esistono tre voti, ma uno solo, quello all’AMORE.
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Se desideri un contatto personale con un religioso francescano, scrivimi: alberto.tortelli@ppfmc.it

mercoledì 2 febbraio 2011

Giornata della Vita Consacrata


2 febbraio
Presentazione del Signore
Giornata della Vita Consacrata

Festa delle luci il 2 febbraio, perché la Luce che tutte le accende si presenta al Padre e al mondo per illuminare ogni uomo.

“Luce per illuminare le genti…”, “Luce vera che illumina ogni uomo”. Le tenebre non sono più l’ultima parola. Ce lo ripete ancora una volta questa festa chiamata “candelora” a motivo della processione iniziale con la quale inizia la celebrazione odierna.

E’ la festa della Vita Consacrata: religiosi e religiose di ogni istituto, ordine; consacrati nel mondo che con la propria vita testimoniano la Luce di Gesù e come Lui si donano per illuminare, scaldare, accendere i fratelli. Ripetere al mondo che Lui è l’unico necessario.

Buona festa dietro a Gesù, nostra Luce!


Un grazie a fr. Giovanni Voltan per la splendida fotografia tratta dal Cammino di Santiago.
Se qualcuno desidera contattarmi di persona, scriva a: fra.alberto@davide.it

Esperienze di "Natale"...



10 gennaio 2011. Alla messa in cappellina celebrata da fr. Tullio, missionario in Cile, nell'omelia tutti noi postulanti siamo stati invitati a riflettere sulle festività natalizie appena trascorse, cercando di riconoscere i luoghi e le esperienze concrete nelle quali abbiamo visto nascere Gesù.
Alcuni giorni dopo, alcuni di noi hanno pensato di testimoniare quello che avevano veduto.
Eccone alcune...

* * *

Era il 24 dicembre e, mentre facevo insieme alla comunità, le lodi mattutine, mi è venuta l'idea strana, o forse l'intuizione, di andare nel pomeriggio a fare visita a quella signora anziana che, giorni prima, avevo conosciuto in un ospizio.
Convinto che era una cosa buona e che veniva da Dio, nel pomeriggio, mi sono incamminato con qualche altro postulante verso questo ospizio, cosa del tutto strana perchè raramente mi capita di andare al di là dei programmi del pomeriggio.
Siamo arrivati, ci siamo divisi, e ognuno s'è messo a parlare con la prima persona sola che incontrava: io sono andato da Pierette, un'anziana che soffriva molto perchè non voleva stare in quel “brutto posto” anche a Natale, tanto che parlava singhiozzando ed era prorprio triste.
Allora siamo stati insieme, siamo andati al Bar, di sotto, abbiamo parlato, e le ho offerto un bicchiere d'acqua del rubinetto e un dolcetto che, poco tempo prima, una signora provvidenzialmente mi aveva regalato.
Poi quando l'ho salutata, sono rimasto contento perchè dalla sua espressione, almeno in quel momento, era stata bene.
Interpretando poi a posteriori questa vicenda, mi azzardo a dire che, in un certo modo, sono stato fecondato dallo Spirito Santo, che mi ha fatto intuire quella cosa buona, e attraverso la mia scelta, mi ha fatto generare quell'opera che in realtà potrebbe essere Gesù.
Il Verbo di Dio (la Parola di Vita che è dentro Dio e che è Dio) si è fatto carne in modo concreto grazie alla collaborazione mia con l'opera dello Spirito Santo, proprio come Maria che, fecondata dallo Spirito, ha accolto nel suo grembo Cristo, e l'ha generato grazie al Santo Spirito.
Grazie alla mia collaborazione con lo Spirito, ho potuto realizzare e concretizzare un desiderio di Dio, l'ho potuto fare venire nel mondo, l'ho fatto nascere, sono stato soggetto dell'amore di Dio.

* * *

Sono andato a casa di un amico per uscire insieme, ma prima di farlo scendere, ho chiesto se potevo salire a fare un saluto alla sua famiglia che non incontravo da anni.
Appena sono entrato in casa la sorella mi ha visto ed è scoppiata a piangere.
In particolare, lei aveva saputo del mio cammino vocazionale e non appena ci siamo abbracciati per salutarci, si è aperta dando sfogo a tutte le sue sofferenze e confidando di essere malata di SLA.
Aveva molta paura di tutto ciò che l'attendeva in questo cammino di sofferenza e in più era molto delusa dal parroco, perchè si dicevano cose non buone della sua persona.
Abbiamo parlato molto di Gesù e della sua misericordia, nonchè dell'importanza della preghiera e dei sacramenti, irrinunciabili strumenti per poter accoglierLo.
Alla fine abbiamo pregato insieme salutandoci con un sorriso ed un abbraccio.
Due giorni dopo siamo andati, insieme ad altri amici, ad una veglia organizzata per la vigilia del capodanno ad ascoltare la Parola di Gesù ed adorare il Verbo fatto carne e nato in mezzo a noi.
i Postulanti di Brescia

martedì 1 febbraio 2011

Serve un DIPLOMA per diventare frate?



SERVE UN DIPLOMA PER DIVENTARE FRATE?
E CHE DIPLOMA??








Cari giovani,
ecco qui sopra una

fra le molte e ricorrenti DOMANDE,
che mi giungono quotidianamente!!

Di seguito la mia risposta volutamente essenziale:


Per diventare frate... serve un unico diploma speciale: la VOCAZIONE, vale a dire la chiamata del Signore alla vita francescana! Questa deve essere pertanto la prima preoccupazione di un giovane: se desidera ed è chiamato a dare la sua vita intera al Signore!!! Chiaro poi che possedere un titolo di studio non guasta, anzi!!! Se però manca il diploma ...si valuterà insieme cosa è meglio fare. Solitamente infatti, una volta operato un serio discernimento vocazionale e fatta la prima scelta (quella di entrare in postulato), più di qualche giovane, recupera in convento gli studi mancanti e arriva anche al fatidico diploma di scuola superiore. Altre volte invece il percorso è diverso; sempre infatti si considera con molta attenzione l'indole, la propensione, l'età..e cosa sia comunque più opportuno per ciascuno. Direi dunque che non si deve fare del diploma il primo pensiero , per quanto importante e utile, ma piuttosto chiedersi qual'è la VOLONTA' di Dio . Poi il Signore, solitamente, fa fare Lui cose mai immaginate o anche solo temute...e , chissà, magari anche prendere un diploma, scoprendo talenti e doni mai neppure immaginati!!!!!

Dunque coraggio cari giovani... diplomati o non diplomati... chiedetevi piuttosto come spendere la vostra vita per il Signore, e Lui vi mostrerà sentieri e strade inaspettate e belle.

frate Alberto 

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Se qualcuno vuole contattarmi personalmente, mi scriva: fra.alberto@davide.it