sabato 25 dicembre 2010

Dio è più grande del nostro cuore (1Gv3,20-21)


IO FOLGORATO

DA DIO

SULLE VIE

DI PARIGI:

storia di una conversione



Il famoso critico francese

narra la sua conversione




Nato nel 1951 a Parigi, Patrick Kéchichian è stato per 25 anni giornalista e critico letterario di «Le Monde». Ora esce in italiano, per San Paolo, il suo «Elogio del cattolicesimo» (pp. 146, euro 12) in cui – oltre a segnalare «le parole chiave della tradizione cristiana» – l’autore narra anche la sua conversione, avvenuta negli anni Ottanta; ne riproponiamo in questa pagina il brano relativo. Oggi Kéchichian (nella foto qui sopra) collabora con «La Croix» e «Art Press». Ha scritto vari libri, tra cui un recente testo sulla conversione di san Paolo, insieme al teologo Stanislas Breton e il critico d’arte Philippe Morel.

Per lungo tempo ammalato e depresso, ma ugualmente tronfio di orgoglio, e di un orgoglio al rovescio, sono arrivato a pensare che non ero altro che polvere, una quantità infinitesimale di polvere. ridipingevo la realtà, o almeno la sua rappresentazione, con i colori cupi e opachi della mia anima. Era per me un punto d’onore tenere costantemente pieno fino all’orlo il calice amaro di ogni giorno. Con un’ostinazione cronica e inconsapevole mi lasciavo precipitare nel baratro di una aberrazione negativa e morbosa, ripromettendomi di accrescerla, di perfezionarla, di trovarvi agio e conferme, sforzandomi, talvolta senza riuscirci (la mia tristezza non era finta), di trovare gioia nello scetticismo e nella tristezza. Leggevo Cioran con passione, ripetendo a me stesso le sue massime tragiche sull’inconveniente d’essere nati.

Non si dirà mai abbastanza del fascino seducente del nichilismo – più sorriso incantatore che dottrina, più orizzonte notturno che spettacolo del dolore –, soprattutto quando ci si ritrova ad ammannirselo da sé e a crogiolarsi in esso; rovina che prende posto fra le rovine; creatura ombrosa, rantolante, indecente e ansimante che sposa tutte le oscenità della notte. In quel periodo confuso, le notti di Parigi mi divennero amiche. Mi sentivo a casa in quelle notti, solo, senza amici, lontano dalle feste, dai rumori e dalle luci. Camminavo errabondo, sfinendo il mio corpo, credendo di sottrargli lo spirito, in un gioco puerile e sinistro. Mi sentivo inattaccabile e innocente. (Nessuna ragione saggistica giustifica l’esercizio autobiografico. Inutile, dunque, prolungare questo racconto per giungere al proposito che mi sono fissato). Questo era il mio stato abituale prima della conversione al cattolicesimo. E fu forse quello stato psicofisico che costituì per lungo tempo un ostacolo alla svolta. L’ostacolo reale non erano tanto le passeggiate errabonde della notte, né la solitudine, né la mia ombra proiettata sui marciapiedi dalla pallida luce dei lampioni parigini e neppure la mia innocenza gettata alle ortiche (innocenza più credibile dei miei tentativi di dannarmi)..., era piuttosto quella percezione di un mondo perduto generata dal mio sé malato e dal mio sguardo pessimista, era la percezione di un mondo senza redenzione. Il mio peccato non «mi sta sempre dinanzi» (Sal 51,5), ma era come sospeso sopra di me, invisibile, inconoscibile, inaudito. Ho la sfrontatezza di pensare che la mia colpa reale, appurata e da me conosciuta, non fosse più grande della punta di uno spillo. Semplicemente, mi struggevo in essa, e mi compiacevo a ingigantirla un milione di volte al microscopio della melanconia. Una «nube d’inconoscenza» nascondeva la luce che, ogni mattina, si offriva di guarirmi, di purificarmi. Ogni mattina la respingevo, preferendo i miei fantasmi notturni, e attendendo da essi non so quale rivelazione. Una dialettica perversa mi teneva prigioniero negli antri più sordidi del mio animo, simile a quella descritta da Charles Du Bos: «Un sentimento d’indegnità personale aveva preso dimora in me, e anziché condurmi a cercare un Dio compassionevole, sensibile alla mia miseria, mi revocava il diritto a credere in Lui». Tuttavia, un mattino, che nulla annunciava di nuovo, una luce si fece largo, e si aprì un varco, lentamente, senza strepiti. Nel grigiore ordinario di un giorno ordinario, fu come il primo raggio di sole della prima alba del mondo. Ero capitato per caso su una frase della prima Lettera di san Giovanni (3,20-21) e questa frase mi fulminò: se il tuo cuore ti condanna, «Dio è più grande del nostro cuore». L’avevo letta molte volte quella frase, senza mai comprenderla, come se non fosse stata scritta per me, come se fossi destinato a fermarmi alla superficie, al suo involucro più esterno, a rimanere estraneo al suo reale significato e al suo invito potente, accecato dalla condanna che mi ero inflitto da me stesso. Non appena mi arresi, accettando di andare più in profondità, quelle parole incendiarono la mia notte. Prima non lo credevo possibile, non me ne curavo, ma davvero quel versetto ebbe la meglio su di me. Fu questione di un attimo, divenne un’intuizione da cui fui assolutamente e definitivamente conquistato. Furono per sempre fissati in quell’attimo un prima e un dopo – un dopo definitivo. Non sto parlando di una illuminazione. Piuttosto di un salto; un salto oltre la linea dell’orizzonte... Già da tempo mi ero accorto di questa linea di demarcazione tracciata con il gesso sul terreno, quasi cancellata dal mio calpestìo e da quello dei miei simili. Da questo lato della linea c’era la mia infanzia, poi i miei favolosi anni di abbrutimento, di oscurità; era già scritto l’uomo vecchio che sarei diventato. Dall’altro lato della linea, si estendevano non certo verdi pascoli, ma quel territorio che Chesterton chiamava, opponendolo al semplice «piacere», il «privilegio eccentrico» della vita ( Ortodossia, IV). Avevo circa trent’anni. Eravamo agli inizi degli anni 80. La frase di san Giovanni mi trasmetteva la sensazione che la «retta via» (espressione da intendersi libera da ogni moralismo) era infinitamente più larga e accogliente degli spazi messi in fila in tanti anni dai miei patetici vagabondaggi notturni. E soprattutto che questa «via» non mi era preclusa, non era una strada proibita per me, anche se mi ritenevo indegno. La questione non era, o non era più, quella di inebriarsi della propria carenza d’amore o della caricatura d’uomo sulla quale bisognava riversare questo amore! Ora potevo finalmente divorziare dalla mia notte, congedare i miei spettri! Dio mi amava senza mercanteggiare, senza pretendere da me una contropartita, mi amava anche se mi consideravo poco amabile! Poiché «Dio non cessa mai di amare quei disorientati, quegli storditi che si lasciano cadere rotolando e precipitando di male in peggio, dal tramonto fino al buio più assoluto» (Max Jacob, Meditazioni, XXIII). Inoltre, questo mi liberò definitivamente dalla pretesa di giudicare me stesso e gli altri. Nel bene e nel male. Convertirsi è anche svincolarsi dall’ossessione del giudizio. All’amore, all’amore di cui parla san Giovanni, spetta tutto. Davvero tutto. Tutto divenne improvvisamente chiaro, di una chiarità soprannaturale, che fondeva carità e giudizio. Tutto – il mondo, gli altri e me stesso – si trasfigurava, per grazia di una luce universale di cui non coglievo ancora la natura, la potenza, gli effetti... In quella luce, colsi immediatamente le primizie di una dolcezza infinita e di un’intelligenza superiore. Tutto era cambiato e tutto restava al suo posto. Ogni pensiero, parola e gesto assumevano tuttavia il loro vero valore. Da quel momento, ogni pensiero, parola e gesto avrebbero avuto la loro reale portata, il loro peso.

Avvenire, 21 dicembre 2010

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per contatti personali , scrivi a : fra.alberto@davide.it

1 commento:

  1. bella questa storia di conversione! mi è piaciuto quando dice "tutto era cambiato e tutto restava al suo posto"mi fa pensare alla vita nuova che genera Cristo "che fa nuove tutte le cose"a Lui che risorge con un corpo glorioso ma che è lo stesso corpo che ha vissuto la passione e ne porta ancora tutte le ferite quelle in cui Lui stesso invitava Tommaso a mettere le mani!

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