venerdì 26 novembre 2010

Vita religiosa e castità


Lo stupore della castità

Che cosa c'è dietro la scelta di rinunciare al matrimonio per dedicare la propria vita a Dio? Perché è difficile comprendere questo tipo di scelta? Domande che interpellano giovani e famiglie. E che esigono risposte.

C’è una parola che, al di fuori degli ambienti strettamente religiosi, suscita insieme curiosità e diffidenza, stupore ma anche perplessità. Ed è "castità". Non me ne meraviglio, anzi credo che queste reazioni siano normali. La castità come scelta di vita, cioè la rinuncia a sposarsi e ad una propria famiglia per dedicare interamente la propria vita a Dio e, di riflesso, ai fratelli è effettivamente uno scandalo perché è qualcosa che sembra andare contro la stessa natura umana. Eppure, pur con modalità diverse, è una scelta che accomuna parecchi percorsi spirituali anche non cristiani. Perché, come dice Gesù di questo stato di vita: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini; e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei Cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,11-12).

Chiariamo subito una cosa. In realtà, a proposito di questa scelta di vita sarebbe meglio parlare di "verginità", essendo in qualche - modo la castità (intesa più in generale come custodia del cuore, come purezza da applicare ad ogni atto della vita) un impegno e un atteggiamento che dovrebbe riguardare chiunque creda e si sforzi di seguire gli insegnamenti evangelici e l'esempio di Gesù. E anche per restare al campo più strettamente sessuale, non è che agli sposati o ai non sposati in attesa di trovare un partner sia concessa ogni libertà. La sessualità, infatti, va comunque vissuta in modo ordinato e conforme al disegno di Dio sull'uomo perché possa trovare la sua migliore realizzazione.

Se, dunque, dopo questa precisazione, impieghiamo il termine un po' improprio di "castità" è perché questo è l'uso invalso nella Tradizione. D'altra parte, sempre nella stessa Tradizione, la castità non viene mai considerata da sola, ma strettamente unita ad altri due elementi che la accompagnano, cioè la "povertà" e "l'obbedienza". Questo perché si è sempre reputato che questi tre aspetti si aiutino e si sostengano a vicenda: non può reggere a lungo una vera castità chi non sia anche povero nello spirito e, quantomeno, parco nella vita, come chi non sia davvero obbediente e disponibile alla volontà di Dio anzitutto, ma anche alla materna guida della Chiesa ed, eventualmente, alla comunità nella quale è inserito.

Ma perché questa scelta - così anticonformista soprattutto oggi - che, proprio perché tale, non a tutti è dato capire? Che cosa c'è dietro, che cosa la muove e la sostiene? C'è l'intuizione - ma forse sarebbe meglio dire l'illuminazione - che Dio è Tutto e che, al contempo, è Amore. Un Tutto, un Amore che già di per sé riempie in modo così pieno la vita al punto che quest'ultima gli può essere, fin da qui, interamente dedicata. "Dio sarà tutto in tutti" ci dice s. Paolo riferendosi al Paradiso. Ecco, il vergine è stato così folgorato da questa rivelazione da volerla anticipare, da cercare di viverla con la maggior pienezza possibile fin da ora. La sua è, dunque, al contempo, una scelta e una testimonianza: quella che si può vivere di Dio rinunciando anche a gioie terrene lecite e giuste come quelle che nascono dall'amore di una famiglia umana. Non rinunciando invece, a praticare un amore casto verso i fratelli in umanità, anzi dedicandosi totalmente ad essi come è più facile fare, con cuore indiviso, nella verginità e nel celibato.

Si tratta di una vocazione di minoranza. La chiamata al matrimonio è la più diffusa ed è altrettanto nobile e importante, dal momento che è attraverso di essa che vedono la luce i nuovi figli di Dio. Però è una vocazione preziosa perché, anche attraverso lo scandalo che suscita, ma pure per i frutti spirituali che produce, è una testimonianza e al contempo un simbolo molto forte. Una sorta di piccolo faro che illumina e fa pensare.
Una vocazione che nel tempo ha assunto forme diverse. Monaci e monache ritirati nei loro monasteri, dai quali ci garantiscono un ricordo costante nella preghiera. Solo in Cielo sapremo quanto dobbiamo a questi fratelli che vegliano lodando e impetrando Dio per noi così indaffarati in tutti i nostri numerosi impegni. Religiosi e religiose di vita attiva dediti alle più varie opere sociali e di apostolato. E, da ultimo, laici che in forme diverse e spesso non rinunciando ad una professione testimoniano in mezzo a tutti questa loro scelta portandola, come testimonianza umile ma preziosa fin dentro agli ingranaggi della vita. Confusi in mezzo agli altri, professionalmente impegnati ma, al contempo presenza che richiama alla consapevolezza che tutti, vergini e non vergini, siamo incamminati verso una meta preziosa. Una meta dalla quale a essi viene speranza e linfa e che, proprio per questo, dimostra come non tutto si esaurisca nei gesti e negli eventi di questa vita.
Forse a questo punto ci è più facile capire perché la Chiesa latina insista - anche contro una opinione pubblica spesso contraria - nel mantenere il sacerdozio ministeriale legato ad una scelta di verginità. Non sarebbe indispensabile. Si tratta infatti di una legge ecclesiastica e non di diritto divino. Tuttavia - al di là dei problemi pratici che il matrimonio comporterebbe per un prete: il mantenimento di una famiglia, la cura da dedicare a moglie e figli, che molto toglierebbero alla disponibilità di tempo per i fedeli - ciò che la Chiesa ha voluto sempre sottolineare è la testimonianza di un cuore sacerdotale che, similmente alla scelta fatta da Gesù, si offre totalmente a Dio ed ai fratelli con cuore indiviso, in un servizio di dedizione generosa e piena. Certo, molti di loro potranno qualche volta cadere, come del resto può succedere a tutti noi. ma è la meta che conta.
La misericordia di Dio è a loro disposizione come per ogni cristiano. Per questo possono rialzarsi anch'essi e ripartire con coraggio e speranza. È segno di poca comprensione delle radici profonde della scelta della Chiesa affermare, per esempio, che se i preti si sposassero sarebbero più equilibrati sessualmente e tra loro ci sarebbero meno pedofili. Occorre scegliere bene i candidati, questo sì, escludendo ovviamente le patologie. Occorre seguire bene la formazione dei sacerdoti - ma più in generale di chi abbia questa vocazione alla verginità - perché maturino la loro umanità in modo giusto e diventino capaci di fare una corretta sublimazione della loro energia sessuale e affettiva. Ma pensare che il rimedio alle difficoltà sia abbassare la grandezza della meta è togliere speranza alla fede e a tutta la lunga e gloriosa esperienza della Chiesa. Lo Spirito, che aiuta tutti a santificarsi nel modo più adatto a ciascuno, non può certo abbandonare questi suoi figli che ha chiamati ad un ruolo e ad una testimonianza speciali. Coraggio dunque, a tutti loro che oggi più che mai remano contro corrente, e a noi, chiamati a stimarli profondamente e a sostenerli con la nostra preghiera.
La cultura di oggi vuole convincerci che rinunciare al sesso, al denaro, ad una libertà quasi senza limiti sia una scelta assurda, incomprensibile, addirittura malata. E qualche volta rischia di riuscirci o, quanto meno, di insinuarci dei dubbi. È un fatto che oggi, anche in famiglie di credenti, spesso si lotta contro eventuali vocazioni verginali dei figli.
Eppure, al di là di ogni ragionevole aspettativa, ad ogni generazione, anche oggi, si ripete questo meraviglioso evento, quasi un miracolo che sempre provoca stupore: che un giovane (o anche un meno giovane) rispondano "sì" alla chiamata divina a seguire Gesù in povertà, castità, obbedienza. A seguirlo per testimoniare di un Amore che ha illuminato il loro cuore e che lo ha totalmente conquistato. Nuovi figli di Dio che vanno ad unirsi alla schiera dei vergini che nella Chiesa, pur con i loro limiti, cercano di anticipare coraggiosamente il Regno e aiutano tutti noi a ricordare la giusta gerarchia delle cose, il primato di Dio su tutto, la speranza che nasce dalla fede, la meta che ci attende.
di Rosanna Brichetti
fonte: il Timone

4 commenti:

  1. MMm...
    1)Già ci sono i preti sposati prima dell'ordinazione. Maroniti, bizzantini, e ora anche gli anglicani di ritorno (con possibilità di scelta nel loro ordinariato di uomini sposati)
    2)Non si capisce come mai la donna debba competere nell'amore con Dio. Sono due piani distinti.

    3)Non è solo rinuncia al sesso (la donna non è un semplice sfogo!) ma è la rinuncia ad un affettività che può completare l'uomo. E infatti, ora come ora pochissimi rinunciano consapevoli dell'importanza di questo aspetto nella vita "ordinaria".

    4)Sacerdoti sposati; Sacerdoti a metà? O Sacerdoti più completi?

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  2. caro amico (anonimo) apri questioni interessanti e più volte dibattute. Non ho qui la possibilità di fare grandi discorsi che rimando eventualmente ad un contatto più personale, anche se è mia intenzione riprendere sul blog questo tema. Mi limito a questo pensiero: il celibato è già stato realizzato da Gesù (tutt'altro che misogino...mi pare!!); in Lui c'è un cuore d'uomo capace di donarsi senza ombre e incertezze alla salvezza e alla santità della Chiesa. E' il riferimento a Gesù e a Lui come modello che rende anche oggi non assurdo e ancora attuabile "la preferenza di Cristo"in coloro "ai quali è stato concesso" (cf. Mt19,11)
    pace e bene. frate Alberto

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  3. caro padre, sono un giovane in discernimento vocazionale con il gruppo diocesano. Le confesso da un lato il mio grande desiderio di diventare prete, dall'altra vivo una fortissima tensione sessuale, fatta di attrazioni, emozioni, pulsioni, peccati..Sono molto combattuto e non so bene che fare. cerco un consiglio. grazie! Angelo

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    1. caro Angelo, grazie per la fiducia. Circa quanto mi scrivi, non mi stupisce affatto che tu provi in te questi desideri apparentemente contrastanti. In realtà, non è che chi diventa prete si trasformi per questa scelta in un essere asessuato, in cui scompaia ogni naturalissima attrazione o pulsione e affettività. Il prete è un uomo, un maschio e tale resta tutta la vita....e meno male!! Come sono del resto tristi e poveri quei religiosi che hanno ibernato la loro sessualità e affettività e modalità maschile di porsi!
      Ma la questione forse va collocata su un altro piano: se davvero il Signore ha posto in te questa chiamatala al sacerdozio ( e qui occorre un serio discernimento), Egli saprà donarti anche la forza di una donazione totale e assoluta a Lui e al Regno verso cui potrai indirizzare e rimotivare e trascendere e riversare tutto di te, affettività e sessualità compresa. Quando un prete vive questo...qui trova la sua pienezza, sperimenta un cuore amato e amante, scopre dentro di se' infinite energie e risorse da riversare per la sua gente, nella pastorale, per i poveri..La verginità come offerta totale di sè al Signore infatti è il motore, il nucleo irradiante, di ogni gesto e azione e donazione...del prete e del consacrato...Carissimo, ecco alcuni pensieri. Spero ti possano essere utili. Fatti aiutare in un serio discernimento e se continuerai ad ardere principalmente pensando ad un famiglia e ad una donna...meglio a questo punto seguire questa indicazione interiore. Il Signore, infatti, non chiede per seguirlo più da vicino sforzi sovrumani o atteggiamenti che vanno contro noi stessi. Il Suo è sempre invece un invito docile, amorevole e mansueto per chi accetta di accoglierlo nella sua vita: se vuoi...seguimi!
      Ti benedico e incoraggio. ciao. fra Alberto

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