martedì 30 novembre 2010

Tu...seguimi

Incontri e chiamate

Non so se ci avete mai pensato, ma possiamo dire che le scritture raccontano una lunga serie di incontri tra Dio e gli esseri umani; come Dio, per poter parlare, per poter agire, ossia per portare avanti ciò che chiameremo il suo sogno, ha chiamato uomini e donne (a dire la verità, per quanto ricordano le scritture almeno, più uomini che donne).

La storia del popolo d’Israele attraverso il quale Dio agirà nel mondo comincia proprio con la chiamata di un uomo, Abramo cui viene semplicemente detto di mettersi in marcia : «Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa del tuo padre e va’ nel paese che io ti mostrerò» (Gen 12,1). Tale chiamata che coinvolge in prima persona anche la moglie di Abramo, Sara, è alle radici di tutte le vicissitudini dei patriarchi, i primi testimoni del Dio d’Israele.

Ancora prima, però, Dio aveva portato avanti la sua storia col mondo (assicurando che il mondo avesse una storia) chiamando Noè. Noè (che in mezzo al degrado generale di quell’epoca lontana aveva «trovato grazia agli occhi del Signore») viene fatto partecipe deiprogetti divini: «Nei miei decreti, la fine di ogni essere vivente è giunta poiché la terra a causa degli uomini è piena di violenza... ecco io li distruggerò» (Gen 6,13) e gli viene affidato un compito, costruire una barca, la famosa arca. Così Noè, così Abramo, così tanti altri.

Prendiamo, per esempio, la storia della liberazione del popolo d’Israele finito schiavo in Egitto. Essa inizia con la chiamata di Mosè. Mentre Mosè sta pascolando il gregge di suo suocero sul monte, ecco che Dio lo chiama da un pruno ardente «Mosè! Mosè!». Come aveva fatto con Noè, Dio condivide i suoi progetti con Mosè: «Ho visto l’afflizione del mio popolo…; sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani» (Es 3,7s.) affidando anche a lui un compito: «Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo» (Es 3,10). Dio ha un grandissimo sogno, liberare gli schiavi dall’Egitto, farli diventare un popolo, dare loro una terra.

Come pensa di portarlo avanti? Tramite Mosè! Dio ha bisogno di noi. E così, mentre Samuele è ancora bambino, Dio lo chiama «Samuele, Samuele» per farlo diventare il suo messaggero, portavoce delle sue parole e guida del popolo; chiama Davide, scegliendolo come monarca di Israele quando è ancora ragazzo. Chiama i profeti: Isaia, mandato ad annunciare la distruzione del paese e anche il giovane Geremia, mandato ad annunciare un altro messaggio scomodo.

Gli incontri sono così tanti, le chiamate così abbondanti che dopo essere arrivato a Raab nel suo lungo elenco di testimoni, l’autore della lettera agli Ebrei esclama: «Che dirò di più? Poiché il tempo mi mancherebbe per raccontare di Gedeone, Barac, Sansone, Iefte, Davide, Samuele e dei profeti» ai quali aggiungiamo Sara, Debora, Miriam le quali, chiamate e chiamati da Dio «conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero l’adempimento di promesse» (Ebr 11,32s.) In altre parole, è attraverso persone come noi che Dio porta avanti la sua storia col mondo.

Nel corso del tempo i racconti di chiamata che troviamo nelle scritture come quelli di Mosè o di Isaia hanno assunto forme simili mostrando dei tratti comuni.

Uno di questi tratti è il compito affidato alla persona chiamata.

In altre parole, la chiamata non è qualcosa di generico ma è specifica, individuale. Si è chiamati per qualcosa: Noè per costruire una nave, Abramo per emigrare, Mosè per andare dal faraone e liberare il popolo, Miriam per condurre il popolo, Geremia per parlare, Maria (sì, perché anche Maria viene chiamata) per concepire e partorire un bambino speciale.

Sì, perché a ciascuno e ciascuna di noi è affidato un compito, ad ognuno e ognuna di noi è data una vocazione. Per poter parlare, per poter agire, per poter amare, per poter diventare corpo, Dio ha bisogno di noi.

Tuttavia, alla luce di ciò che ho detto finora, ci stupisce la chiamata perentoria che Gesù rivolge alle persone che incontra.

Che cosa disse Gesù a Simone e Andrea che stavano gettando le reti lungo il lago? «Seguitemi» (Mc 1,16) o, nella versione di Matteo «Venite dietro a me» (Mt 4,19) che è la stessa cosa. Che cosa disse all’esattore delle tasse seduto al suo bancone di nome Levi? «Seguimi» (Mc 2,14). Che cosa disse all’uomo ricco? «Poi vieni e seguimi» (Mc 10, 21). E, alla fine del vangelo di Giovanni, quando pensiamo che a Pietro Gesù abbia già detto tutto, ecco le ultime parole che il Gesù risorto gli rivolge: «Tu seguimi». Parole che semplicemente ci rimandano di nuovo all’inizio del vangelo in modo che Pietro e forse anche noi con lui ora cominci il suo percorso.

Così la chiamata di Gesù è un po’ come quella rivolta ad Abramo, è un invito a metterci in marcia, non sapendo dove porterà il cammino, un invito ad intraprendere un’avventura non sapendo quale sarà il suo esito e non avendo neanche tanto chiaro il compito che ci sarà affidato.

È la chiamata a scoprire un passo alla volta come essere, insieme ad altri l’occhio, l’orecchio, la mano, il piede, la mente ma soprattutto il cuore di Dio. A rendere concreto il sogno di Dio per il mondo.

autore: Elizabeth E. Green

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Se desideri un chiarimento o la risposta ad alcune domande, o un contatto scrivi a: fra.alberto@davide.it

vedi video bellissimo di una canzone di Branduardi su San Francesco

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