martedì 14 agosto 2018

IL MARTIRIO DI SAN MASSIMILIANO KOLBE: PRIMA L'ALTRO !

Pace e bene cari amici in ricerca e in ascolto della vocazione divina per la vostra vita.

Oggi ricordiamo il martirio di un santo frate, fra Massimiliano Kolbe, che morì il 14 agosto del 1941 ad Auschwitz dopo essersi offerto di prendere il posto di un altro prigioniero, padre di famiglia, Francesco Gajowniczek, già destinato al «bunker della fame» dal comandante del campo di concentramento.


Una tremenda e incredibile scelta, ma coerente con ciò che come cristiano da sempre aveva creduto e annunciato e che, ancor più come frate francescano, aveva promesso di osservare fedelmente nel giorno della professione religiosa: "vivere il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo".

Dopo due settimane di indicibili sofferenze, nel porgere il braccio per l’iniezione mortale di acido fenico, fra Massimiliano serenamente dice: «Ave, Maria!»


È la vigilia dell'Assunta ed ha 47 anni.

Definito da papa Giovanni Paolo II "il patrono del nostro difficile tempo" (guarda il video molto bello commentato dal Papa), P. Kolbe risulta oggi più che mai attuale e provocante:
  • PRIMA L'ALTRO: Di fronte all'egosimo e all'individualismo imperante, che annuncia con arroganza la supremazia o il primato o la priorità di qualcuno su altre persone, P. kolbe ci aiuta a credere e proclamare il valore dell'Altro, del prossimo, di ogni persona, del fratello fino a dare la vita gratuitamente come gesto estremo di amore.
  • DIO C'E': Di fronte al male e all'oscurità e alle tante paure che ci assalgono e che ecclissano la stessa esistenza di Dio, rendendolo inutile e irrilevante, P. kolbe continua ricordarcene la presenza sollecita e provvidente, riafferma la vittoria del bene e della giustizia divina, la forza creatrice dell'amore, la speranza cristiana.
  • TOCCA A ME: Di fronte al senso di impotenza e di piccolezza che spesso anche come credenti percepiamo nei riguardi della complessità che tutti subiamo (a livello economico, sociale, famigliare, ecclesiale...); ma anche nei riguardi di tanti complici silenzi, dell'ignavia, del menefreghismo indifferente, P. kolbe ci richiama ai piccoli, grandi gesti d'amore unicamente affidati a ciascuno di noi. Il mondo cambierà, la nostra società sarà migliore, più sereno ed equo e faterno sarà il futuro delle nuove generazioni, se ciascuno di noi, in prima persona, non vorrà sottrarsi alla propria responsabilità di uomo-donna, cittadino, credente nel fare il bene. Come ha ricordato recentemente papa Francesco ai giovani italiani: "È bene non fare il male, ma è male non fare il bene".
Terminata la guerra, il padre di famiglia scampato alla morte più volte racconterà quegli eventi insieme all'incredibile gesto di fede operato da p. Kolbe. Nel 1981 Gajowniczek si trova a Mestre per una testimonianza che un frate della Basilica del Santo – fra Francesco Ruffato – raccoglie. Ve la propongo di seguito con l'invito a lasciarvi guidare nella vostra vita cristiana e nelle vostre scelte, dall'esempio forte e mite nello stesso tempo, di san Massimiliano Maria Kolbe, frate minore conventuale.

Al Signore Gesù e alla Vergine Immacolata sempre la nostra Lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


UN UOMO PER UN ALTRO UOMO
Massimiliano Kolbe -  Auschwitz -  14 agosto 1941

HOMO HOMINI
(Un uomo: Massimiliano Kolbe, per un altro uomo: Francesco Gajowniczek)
Due parole in latino. Sono scritte su un bassorilievo in latta, appeso all’ingresso del Blocco della morte, ad Auschwitz, per ricordare il volontario sacrificio di Massimiliano Kolbe (14 agosto 1941), polacco, francescano minore conventuale, confratello dei frati del Santo, per salvare dalla morte un padre di famiglia: Francesco Gajowniczek (+ 1995) . 

Ho accolto la sua diretta testimonianza dei fatti a Mestre, nell’ottobre 1981, quando giunse in Italia, ospite del Centro Culturale P.M. Kolbe di VE-Mestre, che celebrava il 40° anniversario del martirio del celebre frate polacco. Divenne l’uomo del giorno e di pace, a tre mesi dall’assassinio dell’ingegner Giuseppe Taliercio, ex direttore del Petrolchimico di Portomarghera, perpetrato dalle Brigate Rosse. Erano tempi di piombo e l’uomo risparmiato dalla morte per un atto d’amore poteva suscitare speranza di pace. 
Parlò alla città con tanta umiltà e commozione, senza retorica. Abbassò gli occhi e raccontò il dramma, messo, mirabilmente, in scena (film Vita per vita) dal celebre cineasta Crzysztof Zanussi. Raccontò particolari toccanti, come quando «Kolbe uscì dalle fila, rischiando di essere ucciso sull’istante, per chiedere al Lagerfhurer di sostituirmi. Non era immaginabile che la proposta fosse accettata, anzi molto più probabile che il prete fosse aggiunto ai dieci selezionati per morire insieme di fame e di sete. Invece no! Contro il regolamento, Kolbe mi salvò la vita». Quel momento segnò la storia.

REAZIONI
Gajowniczek accettò di presentarsi anche agli studenti del Liceo classico R. Franchetti di Mestre, miei allievi, per rispondere alle loro domande. Già conoscevano la cronaca del martirio di Kolbe. Devo dire che il clima rispecchiava il tormento del terrore, suscitato in città dalle Brigate Rosse. E le domande erano tese. Sono rimaste inedite, tanto quanto le risposte, di cui vi riferisco, perché le ritengo di attualità. 

  • Giovane 19 anni: «Lei non prova rimorso a viaggiare per il mondo con la faccia di un altro? Perché lei non si è rifiutato di essere sostituito?» R. «Amico, che domanda mi fa! Ad Auschwitz non era permesso nessun atto libero, nemmeno di pregare personalmente o di manifestare un gesto di solidarietà, di amicizia. Se ti attardavi per soccorrere qualcuno dei compagni, venivi riempito di botte e finivi nel fosso assieme al compagno. Se uno tentava di suicidarsi buttandosi contro i fili di alta tensione e non vi riusciva, veniva impiccato sulla piazza davanti a tutti. Noi eravamo proprietà del Terzo Reich».
  • Una ragazza: «Padre Kolbe, per me, mi dispiace per lei, ha fatto male a sceglierne uno, abbandonando i compagni che contavano molto sul suo appoggio per resistere. Lei che ne pensa?» R. «Una cosa è certa. Per i prigionieri p. Kolbe rappresentava tutto: il prete e l’animatore. Ci incoraggiava. Diceva che la guerra sarebbe finita presto e saremmo tornarti a casa tutti. Ci dava la forza di resistere. Era pronto a dividere con noi anche il suo pezzo di pane. Era unico e insostituibile. Questo è vero: lui ha scelto e il suo sacrificio, non la mia vita, è diventato maestro di umanità. Di più, signorina non so dirle. Mi perdoni».
  • Un professore: «La capisco. Ma anche nel suo caso, vale più la virtù o la fortuna?» R. «Direi la virtù. Almeno uno l’ha salvato. Il gesto di Kolbe è un successo».
  • D. «Per chi? A noi che sentiamo questa storia vien da dire che non c’era bisogno di Kolbe e che lei girasse il mondo per farlo conoscere, se avessimo tagliato la testa a Hitler prima che fosse votato democraticamente. Questo bisogna capire da questa storia e non affidarla alla virtù di uno o alla fortuna. A me vien da dire che lei è stato fortunato e Kolbe virtuoso. La sua fortuna è la ragione del successo di Kolbe». R. Che le posso dire? Quello che vado dicendo da quarant’anni è che io ho visto in faccia un uomo più forte della morte. I miei occhi si sono incontrati con i suoi. I suoi brillavano e io piangevo. Amico, bisogna provare per credere che lo stupore non è sufficiente a interpretare i fatti. Altra cosa certa: io sono vivo perché Padre Kolbe mi ha amato. Se non mi avesse amato, nemmeno Dio mi avrebbe scelto. Lei la chiama fortuna. Io ho capito, invece, che Qualcuno ha pensato a p. Kolbe, a me e alla mia famiglia».
  • Una ragazza: «Lei sarebbe stato capace di dare la vita per salvare quella di Kolbe?» R. «Decisamente no. Avevo troppo odio e desiderio di vendetta in corpo».
  • Un giovane: «Perché il Comandante del Campo ha fatto un eccezione per lei?» R. «Non per me, ma perché Kolbe era un prete: e i preti, simboli di pace, dovevano morire! Ma i pacifici sanno morire. Di essi ci si può fidare. Danno la vita per amore degli altri»
Io conclusi, dicendo: «Nessuna guerra ha insegnato a non fare la guerra. Maestri di pace sono coloro che preferiscono morire, piuttosto che far morire. Oggi come ieri».
Luigi Francesco Ruffato, frate del Santo di Padova

lunedì 13 agosto 2018

ASSISI, 24 AGOSTO: 16 GIOVANI DIVENTANO FRATI


Cari amici in ricerca e in cammino vocazionale il Signore vi dia pace. 

Venerdì 24 agosto alle ore 11.00, presso la Basilica di san Francesco in Assisi, 16 giovani, a conclusione dell'anno di Noviziato o "della Prova", emetteranno la loro PROFESSIONE TEMPORANEA promettendo di vivere in Povertà, Castità e Obbedienza per tre anni in vista di un impegno definitivo e per sempre che avverrà con la Professione Solenne. (vedi  annuncio ufficiale)

Di seguito vi trascrivo la formula che pronunceranno nelle mani dei rispettivi ministri provinciali (i superiori delle varie circoscrizioni geografiche, o Provincie, in cui si suddividono i frati),

Anche se la Chiesa prevede prudenzialmente un primo impegno di soli tre anni, si tratta di una fondamentale tappa nel cammino vocazionale di questi fratelli: il desiderio e la volontà di affidarsi totalmente al Signore, seguendo le orme di san Francesco, qui devono trovare, infatti, già piena disponibilità e realizzazione. E non potrebbe che non essere così ! Inimmaginabile un'adesione parziale, a scadenza, della serie "vediamo come va"... "faccio un tentativo", "ma sì...poi al limite lascio"!
Chi, al termine del Noviziato si accinge ad emetter i voti nella Professione temporanea, sa che idealmente questi sono già definitivi e per sempre, è già un Sì libero e pieno e totale al Signore. 

Vi chiedo una preghiera per loro e per per quanti hanno accompagnato in questi anni il percorso umano e spirituale e vocazionale di questi Novizi (genitori, educatori, religiosi, amici, parenti...): il frate, è sempre, infatti, il buon frutto di un albero che ha avuto cure e attenzioni e preghiere ed esempi e sproni da molte, molte persone.

Rendiamo grazie al Signore! A Lui sempre la nostra Lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

    FORMULA DELLA PROFESSIONE RELIGIOSA
    A lode e gloria della Santissima Trinità.
    lo, fra....( il candidato pronuncia il proprio nome)
    poiché il Signore mi ha ispirato
    di seguire più da vicino il Vangelo
    e le orme di nostro Signore Gesù Cristo,
    davanti ai fratelli qui presenti,
    nelle tue mani, fra (qui si pronuncia il nome del Ministro provinciale)
    con fede salda e volontà decisa:
    faccio Voto 
    a Dio Padre santo e onnipotente
    di vivere per tre anni (se la Professione è temporanea), 
    per tutta la vita (se si pronuncia la Professione solenne)
    in obbedienza, 
    senza nulla di proprio 
    e in castità
    e insieme professo
    la vita e la Regola dei Frati Minori
    confermata da papa Onorio
    promettendo di osservarla fedelmente
    secondo le Costituzioni dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali;
    Pertanto mi affido con tutto il cuore a questa fraternità
    perché, con l'efficace azione dello Spirito Santo,
    guidato dall'esempio di Maria Immacolata,
    per l'intercessione del nostro Padre san Francesco
    e di tutti i santi,
    sostenuto dal vostro fraterno aiuto,
    possa tendere costantemente alla perfetta carità
    nel servizio di Dio, della Chiesa e degli uomini.

domenica 12 agosto 2018

UN GIOVANE CHE NON SA SOGNARE E' ANESTETIZZATO - Il PAPA incontra i giovani italiani


Cari amici in ricerca, il Signore vi dia pace.

Ieri sera nella splendida cornice del circo Massimo a Roma, il Papa ha incontrato i giovani italiani al termine dei tanti pellegrinaggi e cammini intrapresi in questa calda estate.

Nell’incontro, Papa Francesco, parlando a braccio, ha risposto alle domande dei ragazzi sui sogni, sulle scelte, sul futuro, spiegando che:

 “I sogni sono importanti. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana. E i sogni dei giovani sono i più importanti di tutti, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità. Ecco, cari giovani, voi avete nel cuore queste stelle brillanti che sono i vostri sogni: sono la vostra responsabilità e il vostro tesoro. Fate che siano anche il vostro futuro!”. 

 Il Papa ha inviato i ragazzi a rischiare, a credere all’amore sincero e coraggioso, a imparare e ascoltare guardando dentro sé stessi.

Vi invito a riascoltare per intero le parole del Papa (vedi video) davvero forti, alternative e incoraggianti.

Buona domenica a tutti.
Al Signore Gesù sempre la nostra lode.

Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)



sabato 11 agosto 2018

LA LUCE DELLA SANTITA' DI CHIARA D'ASSISI

“ La forma di vita dell’Ordine delle Sorelle Povere, 
istituita dal beato Francesco, è questa: 
Osservare il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo…"
(Incipit del testo legislativo composto da Chiara e approvato da Innocenzo IV il 9 agosto 1253)

Pace e bene a tutti/e voi. 

Si celebra oggi nel mondo francescano la festa di Santa Chiara d'Assisi, che scelse di mettersi sulle orme di Francesco per seguire più da vicino il Cristo povero e crocifisso.

A lei si ispirano tutte le Clarisse sparse nei tanti monasteri del mondo. Esse sono testimoni per tutti che Dio c'è, che per Lui si può spendere l'intera vita, che Egli cammina con noi e bussa con pazienza e amore al cuore di ciascuno. Queste donne "alternative" continuano anche in questo nostro tempo così secolarizzato,  ad essere un misterioso e inaspettato richiamo ad una vita di contemplazione per molte giovani.

Sorprende vedere quante di esse appena diplomate, ragazze e donne affermate, professioniste, decidano di aderire ad una strada così elevata. Ho parlato spesso di questa vocazione in svariati POST che potete rileggere  E' una vita contro corrente declinata sul primato dell’interiorità e di una relazione speciale con il Signore. E' una scelta che certo provoca e interroga, ma anche conferma che i valori veri sono ancora importanti: non solo i giovani li capiscono, ma li amano fino a spendersi totalmente per essi.

Di seguito riporto alcuni testi proposti per la novena in preparazione alla festa inviatemi da suor Francesca giovane suora delle Clarisse di Camposampiero (Pd) che ringrazio di cuore con la sua bella comunità. Si tratta di "nove lumi accesi" da Chiara per seguire Cristo. Il confronto è fra la "Legenda sanctae Clarae" di Tommaso da Celano (primo biografo) e la "Gaudete et Exultate" di papa Francesco.

Al Signore Gesù sempre la nostra Lode
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


 Sorelle Clarisse di Camposampiero - Agosto 2018
Novena a S.Chiara  

La luce della santità di Chiara d’Assisi
nove lumi accesi per seguire Cristo

1) LA GIOIA

Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza. Essere cristiani è «gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17), perché «all’amore di carità segue necessariamente la gioia. Poiché chi ama gode sempre dell’unione con l’amato […]. Per cui alla carità segue la gioia». Abbiamo ricevuto la bellezza della sua Parola e la accogliamo «in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo» (1 Ts 1,6). Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita, allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4).
Ci sono momenti duri, tempi di croce, ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che «si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto». È una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani.  (GE 122.125)

Mentre in genere ogni grave afflizione dei corpi genera l’afflizione anche degli animi, ben diversamente in Chiara: conservava infatti in ogni sua mortificazione un volto festivo e gioioso, tanto che sembrava o non sentire o prendersi gioco delle angustie del corpo. Dal che chiaramente si può capire come la santa letizia di cui abbondava interiormente rabboccava anche esteriormente, perché l’amore del cuore rende lievi i flagelli del corpo. (FF 3196)
 2) LA PAZIENZA

Una delle caratteristiche della santità è rimanere centrati, saldi in Dio che ama e sostiene. A partire da questa fermezza interiore è possibile sopportare, sostenere le contrarietà, le vicissitudini della vita, e anche le aggressioni degli altri, le loro infedeltà e i loro difetti: «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Questo è fonte di pace che si esprime negli atteggiamenti di un santo. Sulla base di tale solidità interiore, la testimonianza di santità, nel nostro mondo accelerato, volubile e aggressivo, è fatta di pazienza e costanza nel bene. È la fedeltà dell’amore, perché chi si appoggia su Dio (pistis) può anche essere fedele davanti ai fratelli (pistós), non li abbandona nei momenti difficili, non si lascia trascinare dall’ansietà e rimane accanto agli altri anche quando questo non gli procura soddisfazioni immediate.
(GE 112)

Il vigore della carne era venuto meno davanti all’austerità della penitenza praticata nei primi anni e poi, nei tempi successivi, era stato provato dalla malattia; così si potrebbe dire che, quand’era sana, è stata arricchita dai meriti delle opere e, quando divenne malata, fu arricchita dai meriti delle sofferenze. E infatti la virtù nell’infermità si accresce.
Quanto ammirevole fosse la sua virtù, resa perfetta dalla malattia, appare soprattutto in questo, che durante ventotto anni di sofferenze quotidiane non si udì un brontolio, né una lamentela, ma dalla sua bocca uscì sempre una santa conversazione e il rendimento di grazie. (FF 3235-3236)

3) L’AUDACIA

La santità è parresia: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo. Perché ciò sia possibile, Gesù stesso ci viene incontro e ci ripete con serenità e fermezza: «Non abbiate paura» (Mc 6,50). «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste parole ci permettono di camminare e servire con quell’atteggiamento pieno di coraggio che lo Spirito Santo suscitava negli Apostoli spingendoli ad annunciare Gesù Cristo. Audacia, entusiasmo, parlare con libertà, fervore apostolico, tutto questo è compreso nel vocabolo parresia, parola con cui la Bibbia esprime anche la libertà di un’esistenza che è aperta, perché si trova disponibile per Dio e per i fratelli (cfr At 4,29; 9,28; 28,31; 2 Cor 3,12; Ef 3,12; Eb 3,6; 10,19).
La parresia è sigillo dello Spirito, testimonianza dell’autenticità dell’annuncio. È felice sicurezza che ci porta a gloriarci del Vangelo che annunciamo, è fiducia irremovibile nella fedeltà del Testimone fedele, che ci dà la certezza che nulla «potrà mai separarci dall’amore di Dio» (Rm 8,39). (GE 129.132)

Il signor papa Gregorio di felice memoria, uomo tanto degno del suo ministero quanto venerabile per meriti, amava grandemente con paterno affetto questa santa. Ma quando egli volle convincerla ad acconsentire ad avere, a causa dell’incertezza dei tempi e i pericoli del mondo, dei possedimenti, che lui stesso le offriva generosamente, quella con animo fermissimo si rifiutò e in nessun modo accettò. Al che il pontefice rispose: «Se è per il voto che temi, noi ti sciogliamo dal voto»; e quella disse: «Santo padre, per nulla mai desidero essere sciolta dalla sequela di Cristo».(FF 3187).

4) IN COMUNITÀ

La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due. Così lo rispecchiano alcune comunità sante. In varie occasioni la Chiesa ha canonizzato intere comunità che hanno vissuto eroicamente il Vangelo o che hanno offerto a Dio la vita di tutti i loro membri. […] Vivere e lavorare con altri è senza dubbio una via di crescita spirituale. San Giovanni della Croce diceva a un discepolo: stai vivendo con altri «perché ti lavorino e ti esercitino nella virtù».
La comunità è chiamata a creare quello «spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto» (S. Giov. Paolo II). Condividere la Parola e celebrare insieme l’Eucaristia ci rende più fratelli e ci trasforma via via in comunità santa e missionaria. (GE 141.142)

C’era una volta in monastero un solo pane, mentre si avvicinava l’ora della fame e del pranzo. Chiamata quella che doveva servire, la santa le comanda di dividere il pane in due parti: una da mandare ai frati e l’altra da conservare dentro per le sorelle. Della metà che era stata conservata ordina che se ne facciano cinquanta fette, secondo il numero delle «signore», e che vengano loro servite alla mensa della povertà. Al che la figlia devota rispondeva: «Qui sarebbero necessari gli antichi miracoli di Cristo per far sì che si riesca a fare cinquanta parti di un pezzo di pane tanto piccolo». Ma la madre rispose dicendo: «Figlia, fa’ con fiducia quel che ti dico». Si affretta la figlia a eseguire i comandi della madre, mentre si affretta la madre a rivolgere pii sospiri al suo Cristo per le figlie. Per intervento divino quella piccola quantità crebbe tra le mani di quella che la divideva, cosicché ciascuna nella comunità ricevette una porzione abbondante. (FF 3189)

5) LA POVERTÀ

Le ricchezze non ti assicurano nulla. Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di sé stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli, né per godere delle cose più importanti della vita. Così si priva dei beni più grandi. Per questo Gesù chiama beati i poveri in spirito, che hanno il cuore povero, in cui può entrare il Signore con la sua costante novità.
Luca non parla di una povertà “di spirito” ma di essere «poveri» e basta (cfr Lc 6,20), e così ci invita anche a un’esistenza austera e spoglia. In questo modo, ci chiama a condividere la vita dei più bisognosi, la vita che hanno condotto gli Apostoli e in definitiva a conformarci a Gesù, che «da ricco che era, si è fatto povero» (2Cor 8,9). Essere poveri nel cuore, questo è santità.            (GE 68.70) 

         La povertà di spirito, che è la vera umiltà, concordava con la povertà di tutte le cose. E anzitutto, all’inizio della sua conversione, fece vendere l’eredità paterna che le era arrivata e del ricavato nulla trattenne per sé e tutto diede ai poveri. Quindi, abbandonato fuori il mondo, con la mente arricchita interiormente, si incamminò alleggerita, senza sacco, dietro al Signore. Da allora iniziò un amore così grande e strinse un patto con la santa povertà che non volle avere niente altro che Cristo Signore e niente permise che le sue figlie possedessero.
Le esorta a conformarsi, nel loro piccolo nido di povertà, a Cristo povero, che la madre poverella depose piccolino in un angusto presepe. E questa memoria in particolare poneva sul suo petto, come fosse una collana d’oro, affinché la polvere delle cose terrene non entrasse nella sua interiorità. (FF 3183.3185)

6) L’UMILTÀ

L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità. Se tu non sei capace di sopportare e offrire alcune umiliazioni non sei umile e non sei sulla via della santità. La santità che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante l’umiliazione del suo Figlio: questa è la via. L’umiliazione ti porta ad assomigliare a Gesù, è parte ineludibile dell’imitazione di Cristo: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21). Egli a sua volta manifesta l’umiltà del Padre, che si umilia per camminare con il suo popolo, che sopporta le sue infedeltà e mormorazioni (cfr Es 34,6-9; Sap 11,23-12,2; Lc 6,36). Per questa ragione gli Apostoli, dopo l’umiliazione, erano «lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41).
Non mi riferisco solo alle situazioni violente di martirio, ma alle umiliazioni quotidiane di coloro che sopportano per salvare la propria famiglia, o evitano di parlare bene di sé stessi e preferiscono lodare gli altri invece di gloriarsi, scelgono gli incarichi meno brillanti, e a volte preferiscono addirittura sopportare qualcosa di ingiusto per offrirlo al Signore: «Se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio» (1Pt 2,20).
Non dico che l’umiliazione sia qualcosa di gradevole, perché questo sarebbe masochismo, ma che si tratta di una via per imitare Gesù e crescere nell’unione con Lui. Questo non è comprensibile sul piano naturale e il mondo ridicolizza una simile proposta. È una grazia che abbiamo bisogno di supplicare: “Signore, quando vengono le umiliazioni, aiutami a sentire che mi trovo dietro di te, sulla tua via”. (GE 118.119.120)

Chiara, pietra primaria e nobile fondamento del suo Ordine, volle porre sin dall’inizio l’edificio di tutte le virtù sul fondamento della santa umiltà. Promise infatti al beato Francesco la santa obbedienza e a tale promessa mai venne meno. Invero, tre anni dopo la sua conversione, declinando il nome e l’ufficio di abbadessa, volle umilmente essere in basso piuttosto che essere in alto e tra le ancelle di Cristo più volentieri servire che essere servita. Per ordine del beato Francesco accettò tuttavia il governo delle «signore»: per la qual cosa nel suo cuore nacque timore, non orgoglio e crebbe il servizio, non l’indipendenza. Perché, quanto più sembra in alto per una superiorità apparente, tanto più nella sua stima si colloca in basso e si fa pronta al dovere e umile nell’aspetto esterno. (FF 3179)

7) LA PAROLA

La lettura orante della Parola di Dio, più dolce del miele (cfr Sal 119,103) e «spada a doppio taglio» (Eb 4,12) ci permette di rimanere in ascolto del Maestro affinché sia lampada per i nostri passi, luce sul nostro cammino (cfr Sal 119,105). Come ci hanno ben ricordato i Vescovi dell’India, «la devozione alla Parola di Dio non è solo una delle tante devozioni, una cosa bella ma facoltativa. Appartiene al cuore e all’identità stessa della vita cristiana. La Parola ha in sé la forza per trasformare la vita».
L’incontro con Gesù nelle Scritture ci conduce all’Eucaristia, dove la stessa Parola raggiunge la sua massima efficacia, perché è presenza reale di Colui che è Parola vivente. Lì l’unico Assoluto riceve la più grande adorazione che si possa dargli in questo mondo, perché è Cristo stesso che si offre. E quando lo riceviamo nella comunione, rinnoviamo la nostra alleanza con Lui e gli permettiamo di realizzare sempre più la sua azione trasformante. (GE 156-157)

Attraverso devoti predicatori provvede per le sue figlie l’alimento della parola di Dio, della quale non si procura la parte peggiore. Infatti ascoltando la santa predicazione è tanta l’esaltazione da cui è pervasa e tanta è la memoria del suo Gesù in cui si delizia, che una volta, mentre predicava frate Filippo da Atri, un bambino bellissimo apparve presso la vergine Chiara e per gran parte della predicazione la divertiva con le sue dimostrazioni di gioia. E la sorella che aveva meritato di vedere tali cose della madre, dopo aver percepito quell’apparizione, sentì una dolcezza inesplicabile.
Benché Chiara non fosse una letterata, le piaceva ascoltare le predicazioni colte, sapendo che nel guscio si nasconde il nocciolo delle parole, che lei coglieva con sottigliezza e percepiva con gusto. Sapeva cogliere, in qualsiasi frase di chi parlava, quello che giova all’anima, sapendo che ci vuole non minore prudenza per mangiare il frutto di un nobile albero che per cogliere talvolta un fiore dalla rude spina.         (FF 3230-3231)
8) LA PREGHIERA

Malgrado sembri ovvio, ricordiamo che la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione. Il santo è una persona dallo spirito orante, che ha bisogno di comunicare con Dio. È uno che non sopporta di soffocare nell’immanenza chiusa di questo mondo, e in mezzo ai suoi sforzi e al suo donarsi sospira per Dio, esce da sé nella lode e allarga i propri confini nella contemplazione del Signore.
La preghiera fiduciosa è una risposta del cuore che si apre a Dio a tu per tu, dove si fanno tacere tutte le voci per ascoltare la soave voce del Signore che risuona nel silenzio. Ricordiamo che «è la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo». […] E se davanti al volto di Cristo ancora non riesci a lasciarti guarire e trasformare, allora penetra nelle viscere del Signore, entra nelle sue piaghe, perché lì ha sede la misericordia divina. (GE 147.149.151)

         Come era quasi morta nella carne, così era anche estranea al mondo e teneva occupata la sua anima continuamente nelle sacre orazioni e nelle lodi di Dio. Aveva già fissato lo sguardo ardentissimo del suo desiderio interiore nella Luce e, avendo trasceso la sfera dei confini terreni, apriva del tutto il suo intimo ad essere inondato di grazie.
A lungo, dopo compieta, prega con le sorelle e le sgorgano profluvi di lacrime che stimolano quelli delle altre. Poi, mentre le altre andavano a dare riposo alle stanche membra sui duri giacigli, ella restava vigile e, quando le altre erano prese dal sonno, lei rimaneva invitta nella preghiera, per poter percepire furtivamente con il suo orecchio il soffio del sussurro di Dio.
Quando ritornava gioiosa dalla santa orazione, dal fuoco dell’altare del Signore riportava parole calde, tali che accendevano il petto delle sorelle. Esse infatti notavano la grande dolcezza che usciva dalla sua bocca e il suo volto appariva più luminoso del solito. Certamente Dio, nella sua dolcezza, aveva preparato una mensa alla poverella e la luce vera, che nella preghiera aveva riempito la sua mente, si rivelava fisicamente all’esterno. FF 3197.3199)

9) LA CARITÀ

La fermezza interiore, che è opera della grazia, ci preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza che invade la vita sociale, perché la grazia smorza la vanità e rende possibile la mitezza del cuore. Il santo non spreca le sue energie lamentandosi degli errori altrui, è capace di fare silenzio davanti ai difetti dei fratelli ed evita la violenza verbale che distrugge e maltratta, perché non si ritiene degno di essere duro con gli altri, ma piuttosto li considera «superiori a sé stesso» (Fil 2,3).
La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore, dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre. A volte, per un dono dell’amore del Signore, in mezzo a questi piccoli particolari ci vengono regalate consolanti esperienze di Dio. (GE 116.145)

Questa venerabile abbadessa non soltanto amò le anime delle sue figlie, ma anche servì i loro fragili corpi con una grande attenzione di carità. Infatti spesso, durante il freddo della notte, copriva di propria mano quelle che dormivano ed ebbe riguardo per le invalide, che vedeva incapaci di conservare l’austerità comune, volendo che fossero contente di un regime di vita più moderato. Se qualcuna era turbata da una tentazione, se qualcun’altra, come può accadere, era presa da una mestizia, in segreto, chiamatele a sé, con lacrime le consolava.
Talvolta si metteva ai piedi delle sofferenti per alleviare con carezze materne la forza del dolore. E le figlie, non ingrate, ripagano con tanta devozione questi benefici. Contemplano nella madre l’affetto di carità, riveriscono nella maestra la cura del suo incarico, seguono nella pedagoga la rettitudine del cammino e ammirano nella sposa di Dio la presenza di ogni santità. (FF 3233-3234)


Davvero è santa, 
davvero regna 
nella gloria con gli angeli
Colei che sulla terra 
ricevette tanto onore dagli uomini.

Intercede per noi presso Cristo
 la prima delle povere signore
che condusse tanti alla penitenza
 e tanti alla vita.


(LegSC 48 - FF 3260)



lunedì 6 agosto 2018

UNA VITA DA TRASFIGURATI


Oggi Gesù si mostra "trasfigurato"
E noi, siamo capaci di mostrarci e vivere da "trasfigurati"? 
Siamo capaci di farci vedere come davvero siamo dentro? 
Che bella sfida che ci offri Gesù: far cadere ogni nostra maschera! 
Aiutaci in questo, perché per noi, toglierci le maschere 
vuol dire tornare ad essere vulnerabili come bambini! 
Mostraci nella preghiera il Tuo volto trasfigurato, il Tuo volto di Risorto, 
perché solo la consapevolezza della Risurrezione 
ci può aiutare a non temere di essere vulnerabili, 
perché se ci rendiamo vulnerabili per Te, moriremo in Te e Risorgeremo con Te! 
Donaci il Tuo Spirito per camminare sulla strada che hai tracciato Tu. Amen.
Francesco Favale
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Festa della Trasfigurazione
6 Agosto 2018
Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

domenica 5 agosto 2018

CHIAMATO ALLA VITA PER AMORE..O PER CASO? INVIATO NEL MONDO O..GETTATO?


Caro amico in ricerca vocazionale,
il Signore ti dia pace.

Sono reduce da Assisi, dall'intensa settimana vocazionale a cui hanno partecipato un bel gruppo di ragazzi provenienti da tutta Italia. Visitando la basilica di S. Chiara e raccontandone la storia ho ricordato una frase spiccatamente "vocazionale" che la santa pronuncia l'ultimo istante di vita, prima di morire. Ella si rivolge direttamente alla sua anima con queste espressioni: 
«Va’ sicura - le dice - perché hai buona scorta, nel viaggio. Va’, perché Colui che t’ha creata, ti ha santificata e sempre guardandoti come una madre suo figlio, ti ha amata con tenero amore». «E tu, Signore - soggiunge - sii benedetto, che 
mi hai creata».
Sono parole che racchiudono il senso e il percorso di un'intera esistenza segnata da una certezza: di essere stata creata per amore, di avere avuto in dono la vita per amare e per essere riamata. 
Siamo qui al cuore e alla fonte di ogni intuizione e scelta vocazionale!!

All' inizio di tutto, infatti, (ci ricorda santa Chiara) vi è la nostra vita ed essa, 

non è mai "casuale, fortuita", un "accidente senza un perchè"! Non siamo, insieme all'universo che ci circonda, il frutto di una forza cieca e crudele, di un big-bang immotivato. Non siamo esseri "gettati nel mondo" (Heidegger) da un destino oscuro e impenetrabile, bensì creati per essere amati e per amare ; figli desiderati e attesi, chiamati ed inviati . C'è "Qualcuno", che da sempre dice a ciascuno di noi : 
«È bello che tu esista». La nostra vita, dunque, non è solo un fatto biologico, bensì un atto d’amore, un gesto fatto unicamente per me, per te, per ogni uomo.

Sì! All'origine della nostra esistenza c'è un progetto d'amore. Ognuno di noi è il frutto dello sguardo di Dio. Proprio per questo la vocazione non è un'illusione! 

Questa è la certezza che ci viene dalla fede: io sono amato e pensato, così come sono!
Da sempre e per sempre. 

Non dovremmo allora permettere al nostro cuore di seguire teorie che non riescono a spiegare il significato ultimo di ciò che siamo, del mistero che esiste in noi.
Non dovremmo permettere alla tristezza e alla tentazione del "non senso" di prevalere 
e incatenarci l'esistenza. 
Non dovremmo mai pensare male di noi stessi, sentirci inadeguati e brutti, senza una direzione e una strada possibile da percorrere e realizzare. 
Apriamo gli occhi: nella bellezza del mondo e nel suo mistero, nella sua grandezza e nell'ordine che lo dirige come nella vita unica e irripetibile di ogni uomo, abbiamo la possibilità di scoprire un progetto di amore che può venire solo dal cuore di Dio
e non dal caso.

Caro amico, a questo punto, mi auguro di averti un poco aiutato ad essere più consapevole di cosa significhi comprendere e interpretare la tua esistenza e quella di ogni uomo in un'ottica vocazionale. Santa Chiara, certo, lo aveva capito molto bene.
Per questo motivo, alla fine della sua vita, ha potuto esclamare: "Benedetto sei tu, Signore, perché mi hai creata".
Che queste stesse parole possano risuonare un giorno anche sulle tue labbra!

Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


NON AVERE PAURA 
Non avere paura di credere alla bellezza di ciò che sei!
CRISTO CI CREDE! 
CRISTO CI CREDE CHE TU SEI IMPORTANTE!
Dà la vita per te! Muore per amore tuo, per te risorge!
Vali il sangue di Cristo!
Se la tristezza abita nel tuo cuore non è la verità quella lì, la Verità è CRISTO.
E la verità è che Cristo ha pensato che tu sei uno per cui vale la pena che la seconda persona della Santissima Trinità fosse torturato, flagellato, crocifisso, morisse, per amore tuo. Lui ritiene che si può fare. Lui ritiene che tu vali la pena.
Guarda che Dio non ti ama solo perchè è Amore.
Dio ti ama anche perchè ti ha creato Lui e sa che sei bello, sa che sei bella.
Sa che senza di te non si può fare.
Ci sono persone che solo tu puoi amare.
Ci sono cose che solamente tu potrai fare.
Cose che solamente tu potrai dire. Sentimenti che solo tu potrai provare.
In nome di Cristo, sii te stesso, davanti a Dio, al Suo Amore.
In nome di Cristo credi che tanto quanto Dio ha amato e operato nei santi, 

come Francesco e Chiara. 
Così Dio vuole operare in te.
Sii coraggioso! Apri il cuore a questa bellezza.


(liberamente tratto da una catechesi di Don Fabio Rosini)

lunedì 30 luglio 2018

CREDERE AL VANGELO E'....


" Chi vuole venire dietro a me..."
è l'appello di Gesù.

Credere al Vangelo è un paio di piedi per
ricalcare le orme dei suoi passi. 

(Silvano Fausti)