giovedì 22 agosto 2019

MOBBING-BULLISMO VOCAZIONALE E ALTERNATIVE POSSIBILI

Due frati in allegria..per le strade del mondo!
Cari amici in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace.

Sono certo che in questo vostro cammino e discernimento ad una possibile vocazione alla vita consacrata e sacerdotale francescana,  abbiate già più volte riscontrato vari ostacoli personali, ma anche tanti rifiuti, talvolta il dileggio e forse l'emarginazione; come se, per buona parte della nostra società e delle persone anche noi più vicine, non ci fosse nulla di peggio e più irragionevole di tale scelta. Questo avviene ormai a scuola, al lavoro, fra gli amici, ma anche purtroppo nelle famiglie di origine.

Esistono a mio parere almeno 4 tipi di mobbing/bullismo vocazionale:

1. Il mobbing e l'ostracisimo che rischiamo prima di tutto di scoprire in noi stessi.
Sono tanti, infatti, i dubbi e i freni che una vocazione giovanile oggi, per quanto genuina, deve affrontare per poter sbocciare ed essere accolta. Ne ho già parlato in vari post precedenti : la tentazione di rimandare continuamente, quella di dedicarsi senza troppo pensare solo a se stessi e ai propri progetti escludendo il Signore ; la scarsa stima di sè, la paura di essre "fregati" dal Signore, il rifiuto di soffrire e la conseguente fuga di fronte alla difficoltà o al giudizio altrui, l'imperante e suadente edonismo, lo stordimento del mondo virtuale che un pò tutti ci schiavizza ..e via dicendo. 
  • Si tratta di spezzare queste catene, di respirare libertà, aprire le braccia e il cuore sperimentando e ricercando ogni giorno l'amore del Signore e la sua volontà, soprattutto nella preghiera e nell'incontro silenzioso e segreto con lui.
2. Il mobbing/bullismo di coetanei e compagni. 
Per molti giovani che pure si sentono "chiamati", è spesso alquanto difficile condividere tale intuizione e trovare benevola accoglienza : piuttosto sono più frequenti umiliazioni e dileggi vari, epiteti e soprannomi negativi. La solitudine "vocazionale" ne è la prima conseguenza e il rischio di scoraggiarsi e lasciar perdere diventa così molto forte.
  • Risulta qui importante, trovare nuove vie alternative e spazi possibili di condivisione con altri giovani ugualmente in ricerca. Vitale allora poter frequentare una comunità religiosa, partecipare ad un gruppo di discernimento vocazionale insieme ad altri giovani (come il Gruppo san Damiano), per avere la possibilità di uno scambio, di un confronto, di un incoraggimaento reciproco, di un cammino condiviso. Irrinunciabile poi, il dialogo sincero e libero con una guida spirituale: senza,  non si va da nessuna parte!
3. Il mobbing/bullismo vocazionale in famiglia.
Se un tempo non lontano nelle nostre famiglie avere un figlio frate o prete era ritenuto un onore, oggi, per tanti genitori, fratelli o parenti vari è quasi una disgrazia e si tende pertanto a scoraggiare e distogliere da tale orientamente anteponendo alla vocazione divina altre mete ritenute più allettanti e valide (la laurea, il lavoro, la famiglia, i piaceri della vita). L'ostacolo, quando viene dai propri cari, è spesso davvero forte; fin da costringere a fare delle scelte estranee e lontane alla chiamata del Signore. Il rischio però, in tal caso, è di un'esistenza incompleta e imposta da altri e in fondo poco felice e realizzata.
  • L'alternativa è solo la decisione di abbracciare la croce custodendo con tenacia e gioia nella preghiera quanto il Signore ha seminato nel cuore. Sempre fondamentale sarà l'aiuto di bravi religiosi e la frequentazione di ambienti incoraggianti e rasserenanti (da ricercare!!).  Va anche detto che, la fedeltà e la felicità di una scelta vocazionale riescono solitamente, con pazienza, a superare anche le più forti ritrosie genitoriali che in fondo solo desiderano per i propri figli il bene e la felicità!! Dunque, non abbiate paura; c'è bisogno di frati e preti e religiosi felici!
4. Il mobbing/bullismo da parte della società. 
Oggi, la chiesa e i preti, i frati le suore, ma anche semplicemente essere e definirsi cristiani non è certo pù di moda e parlar male di loro è la cosa più frequente. Basta farsi un giro sui social e scoprire tanti toni sprezzanti, sarcastici, giudicanti e velenosi, caricaturali. Per es. la figura del frate oscilla fra gran mangiate e bevute insieme a medioevali penitenze e digiuni, è il tonto ignorante e fannullone, lo sprovveduto o il cinico furbacchione, tradizionalista o troppo moderno, mammone o novello hippy e così via ...
  • Siamo tutti invitati ad alleggerire il cuore, lasciandoci guidare da Gesù, nella certezza che il suo Vangelo è ancora una buona notizia per il mondo, per tutti! Ci deve dunque orientare sempre uno spirito di positività e ottimisimo verso il mondo e ogni persona, anche la più lontana : tutti anelano alla verità, all'amore; tutti anelano a Gesù che ha dato la sua vita per ciascuno.
  • Il mondo ci attende, proprio là dove apparentemente vi è più distanza e chiusura. Là dove la parola del Vangelo può illuminare, portare pace, conforto, speranza: lì dobbiamo andare! 
  • Coraggio dunque e gioia e letizia!

Da una rilettura di un intervento dell’arcivescovo di Aparecida (Brasile), monsignor Orlando Brandes, 
 

martedì 20 agosto 2019

7 DOMANDE VOCAZIONALI A FRA SAMUEL- MARIA

Cari amici, il Signore vi dia pace.

L'estate è sempre un tempo buono e utile per riposarsi e godere del sole, del mare, della natura  e insieme lasciarsi toccare il cuore dal Signore che sempre parla e invita.
Vi propongo oggi la testimonianza vocazionale di un giovane frate francese, studente in teologia a Padova: Fra Samuel-Marie-de-Revière. Giovedì 15 agosto ha rinnovato i voti di povertà, castità e obbedienza nella chiesa di san Bonaventura di Narbonne ( Francia)

Lo ringraziamo di cuore e anche siamo tutti invitati a ricordarlo nella preghiera.
Al Signore Gesù sempre la nostra lode.

Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


TESTIMONIANZA DI FRA SAMUEL - MARIA

E' un assolato pomeriggio d'estate quando ci diamo appuntamento con fra Samuel nella suggestiva cornice delle saline di San Martin presso il villaggio di Grussan (sul Mediterraneo in Provenza, a pochi chilometri dal convento di Narbonne), là dove anche il vangelo sembra attingere dal mare colore e profumo. Fra Samuel ci confida in realtà di non essere "un lupo di mare", ma nonostante questo di avere accolto con gioia e fiducia l'invito del Signore a diventare, al suo seguito, un "pescatore di uomini".

1) Fra Samuel, oggi hai 38 anni: puoi riassumere per noi brevemente il tuo percorso di vita? Qual è stato per te il momento determinante, il contesto in cui è nata la tua chiamata alla vita religiosa? Come hai accolto i segni di questa vocazione ?

Primogenito di due figli, proveniente da una famiglia cristiana, sono nato il 2 giugno 1981 nel comune di Croix situato nella metropoli europea di Lille, nel dipartimento del Nord. Dopo il liceo ho proseguito gli studi all'università frequentando il corso di Storia sempre a Lille. E' all'età di 22 anni, durante un pellegrinaggio a Lourdes e prestando servizio ai malati che ho intuito e realizzato la prima significativa consapevolezza della mia vocazione. Proprio il servizio ai più deboli e bisognosi mi ha, infatti, fatto incontrare il Signore permettendomi di comprendere meglio la sua volontà per la mia vita. Terminati gli studi, dopo alcune prime esperienze vocazionali e contatti con i frati, nel 2013 sono entrato nel convento di Cholet dei francescani Minori Conventuali per vivere prima un tempo di accoglienza (il così detto anno san Francesco ) e quindi il postulato. Nel 2015, sono giunto ad Assisi presso la Basilica di san Francesco per l'anno di noviziato e il 27 agosto del 2016 ho emesso i voti con la professione semplice rivestendo dunque il saio francescano. Ho quindi iniziato lo studio della teologia, restando in Italia a Padova, dove mi trovo tutt'ora per completare la formazione.

2) Perchè proprio tra i francescani ? Cosa ti ha sedotto e ancora ti attira nella figura di san Francesco, del suo carisma e dello stile di vita francescano ?

La semplicità del vangelo in un cammino di vita di totale abbandono e affidamento. Francesco è per me uno straordinario maestro spirituale: ha influenzato per sempre il mio modo di pregare, il mio "lavoro", la mia missione di religioso che cerco di vivere quotidianamente come un dono d'amore. Come Gesù , Francesco è stato sensibile alla condizione degli emarginati, dei poveri edei dimenticati della società; la sua, un'esistenza donata per gli altri e per la Chiesa che io ho voluto imitare e che ogni giorno desidero seguire con tutto me stesso.

3) In che cosa, in particolare, questa vicinanza a san Francesco ti aiuta a vivere la tua vocazione nella quotidianità?

Francesco è il fratello maggiore, l'amico speciale che sempre mi indirizza al Padre, che mi guida, mi corregge e incoraggia e anche, ogni volta, mi rimette sul giusto cammino. In lui sempre ritrovo quella testimonianza autentica e forte che mi aiuta a vivere la mia vocazione di religioso, a seguire le orme del Signore, ad amare come lui ama, a diffondere il bene attorno a me , a diventare santo.

4) Ritorniamo al tempo della formazione. Quali sono state le gioie, le scoperte lungo questi anni di vita comunitaria e di formazione ? Dove ti vedi arricchito e maturato?

L’anno di noviziato, ad Assisi, è stato certamente l'anno più bello che ho potuto vivere durante questi 4 anni di vita religiosa, accanto a frati di diverse provenienze, nei luoghi dove Francesco ha vissuto, nei tanti momenti di preghiera e fraternità condivisi in un'atmosfera di gioia e di rinnovata pace. Il noviziato: un tempo prezioso anche per conoscere più in profondità me stesso, imparare ad accogliere le mie debolezze, affrontare paure e sofferenze nascoste nel mio passato e finalmente ritrovarmi capace di costruire un presente e un futuro più sereno e più gioioso insieme ai miei fratelli di comunità e sempre alla presenza del Signore. Certamente, una grande ricchezza, sono stati proprio i fratelli con i quali ho condiviso questo anno così speciale del Noviziato.

5) Fra Samuele, da qualche giorno hai raggiunto la comunità dei frati minori conventuali di Narbonne, al convento san Bonaventura, dove, il 15 agosto, durante la messa solenne, rinnoverai i voti di castità, povertà e obbedienza. Cosa significano per te questo luogo e la figura di san Bonaventura?

Questo luogo è legato all'inizio della nostra Custodia e presenza in Francia e ai tanti frati che qui si sono spesi e l'hanno reso significativo e a quanti qui ho potuto incontrare nel mio percorso personale, come fra Emidio, fra François, fra Bernard.
Questo luogo e la figura di san Bonaventura certamente mi spingono e incoraggiano a proseguire l'opera intrapresa, ispirando gioia alla mia preghiera, al mio lavoro e alla mia missione, sostenendomi nel discernimento e nella contemplazione.

6) Qual è lo spazio della preghiera nella tua vita e il senso della missione per te? Come pensi sia possibile oggi, come frate, continuare a rispondere all'invito che il Signore rivolse a san Francesco di "riparare la sua Chiesa".

La preghiera è al primo posto, è il cuore, il centro della mia relazione con Dio e dona così senso e pienezza all'intera mia vita. E' nella preghiera, infatti, che il Signore mi guida e istruisce, corregge i miei errori, mi libera dalle mie schiavitù. La preghiera è il luogo dove egli mi esprime tutto il suo amore, dove mi ristora e mi rende disponibile e pronto affinchè io possa compiere la sua volontà. Senza la preghiera, dove potrei attingere la forza di cui ho bisogno ogni giorno? Io cerco intal modo di rispondere alla chiamata di Cristo, semplicemente rendendomi disponibile a Lui, Lui farà il resto.

7) Per finire e più in generale, come essere oggi sale della terra e luce del mondo?

Ritornando e confidando incessamente nel Signore, illuminando la vita degli uomini, rendendola meno triste, meno dispersa; cercando di risvegliare il gusto del vivere a quanti l'hanno perso, offrendo nuovo sapore alle loro vite. Stare in semplicità accanto alle persone che incontriamo, aiutarle nel valorizzare le loro qualità, a sviluppare le loro pontenzialità, senza fermarsi sul male presente in ciascuno, ma meravigliarsi sempre del bene, INCORAGGIARE!


testo tratto da : Franciscains Narbonne

giovedì 15 agosto 2019

MAGNIFICAT - IL CANTO VOCAZIONALE DI MARIA


Solennità dell'Assunta - 15 agosto 2019
 MAGNIFICAT (Lc 1, 39 - 56)

 «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre»
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  • In Maria che canta il "Magnificat" è in qualche modo anticipato il canto di lode e ringraziamento che ogni chiamato si trova ad innalzare al Signore quando, rileggendo la storia della propria vocazione, ricorda lo stupore e la meraviglia dello sguardo privilegiato e amorevole di Dio verso di lui, del suo porsi accanto. E' ritornare commossi a quell'invito ricevuto a seguirlo: una parola spesso inaspettata e sempre oltre e più grande di ogni personale limite o possibilità.
  • In Maria che canta il "Magnificat", ascoltiamo la bellezza di fidarsi , di dire un SI' libero e disponibile ad un grande progetto d'amore e donazione, che pure spesso, supera ogni immediata comprensione e senso di personale adeguatezza.
  • In Maria che canta il "Magnificat", ascoltiamo lo stupore per le meraviglie che il Signore sempre opera e compie con potenza anche là dove c'è debolezza e piccolezza. 
  •  In Maria che canta il "Magnificat", ecco la gratitudine di chi, umile e povero, si scopre  nel Signore capace di compiere grandi cose: liberare, rialzare i miseri, sfamare, consolare...
  • In Maria che canta il "Magnificat" ecco il volto e il cuore umile di tanti uomini e donne, di tanti giovani che anche oggi, come lei, dicono al Signore: SI', ECCOMI.

Alcune domande per te.
  • Nel tuo "magnificat" per che cosa senti di dovere lodare il Signore?
  • Hai mai pensato che le tue povertà e piccolezze e limiti, anzichè ostacoli all'azione del Signore, in Lui possono trasformarsi in occasione di grazia e misericordia per te e tante persone? Forse ne hai già fatto esperienza qualche volta?
  • Cosa o chi impedisce il tuo "SI', ECCOMI!"

L’ASSUNTA: i “transiti” e le “dormizioni”

Nei testi canonici, l’ultimo ricordo che abbiamo di Maria è quello relativo agli Atti degli apostoli in cui si dice che, dopo l’ascensione di Gesù, «tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui» (At 1,14). Dopo di che, non sappiamo più niente della Vergine Maria dai testi sacri ritenuti ispirati. Essi sono piuttosto asciutti nel delineare particolari e indizi circa gli ultimi istanti della vita della Madre di Dio.
Giotto, Transito di Maria
Un patrimonio apocrifo
Però, fin dai primi secoli del cristianesimo, ad opera della comunità giudeo-cristiana, si tramandano storie orali circa il corso ultimo della vita della Vergine. Alla fine II secolo queste tradizioni vengono messe per iscritto formando così testi apocrifi in cui si delineano particolari circa la Dormizione o il Transito della Vergine.
Transiti e Dormitio costituiscono un ricco patrimonio apocrifo circa l’esito finale della Madre di Dio. Con il tempo hanno influenzato i padri della Chiesa, scrittori medioevali, pittori e poeti.
Questi testi portano con sé tradizioni antichissime, Anche se, a volte, sembrano abbondare di particolari pittoreschi, portano il lettore al momento in cui la Vergine Maria si addormentò e il suo corpo fu portato in cielo, assunto tra la gloria degli angeli.
transiti (ne conosciamo circa una ventina in varie lingue: greco, copto, siriaco, latino) nascono per la venerazione alla madre di Dio, la pietà e il culto che nella comunità stava nascendo e crescendo. Non solo, i primi cristiani cercavano di sapere che fine avesse fatto il corpo della Vergine e gli ultimi istanti della vita della Madre di Gesù.
In un libro del 1748 dal titolo emblematico – Il perfetto leggendario: della vita e dei fatti di N.S. Gesù Cristo e di tutti i santi –si dice, attribuendo la narrazione a Epifanio di Salamina, che la Vergine si addormentò 24 anni dopo l’ascensione del Figlio; altri, secondo quanto scrive Eusebio di Cesarea, che la Vergine morì sotto l’imperatore Claudio nell’anno 48 d.C. all’età di 73 anni.
La chiesa del Kathisma
Secondo la tradizione di Gerusalemme, Maria si è addormentata al Sion, il monte alto della città Santa, carico di memorie. Su questo colle i cristiani veneravano il santo cenacolo.
Nel IV secolo sul Sion sorge un’imponente chiesa chiamata la Santa Sion che incorpora sia il luogo della santa cena che il luogo della dormizione della Vergine.
Dagli apocrifi sappiamo che, dopo la dormitio della Vergine, gli apostoli presero il corpo e lo portarono in un sepolcro nuovo nella valle del Cedron, vicino alla grotta del tradimento, nel terreno del Getsemani.
Leggendo gli apocrifi, veniamo a conoscenza del luogo della sepoltura della Vergine: «Gli apostoli trasportarono la lettiga e deposero il suo corpo santo e prezioso in una tomba nuova del Getsemani; e un profumo squisito si diffuse dalla sacra tomba della nostra signora teotoco. Per tre giorni si udirono voci di angeli invisibili che glorificavano Cristo, Dio nostro, nato da lei. Dopo il terzo giorno, le voci non si udirono più: tutti allora compresero che il puro e prezioso corpo di lei era stato trasportato in paradiso».
In una versione del Transito della Vergine del V secolo in siriaco leggiamo: «Stamattina prendete la Signora Maria e andate fuori di Gerusalemme nella via che conduce al capo valle oltre il Monte degli Ulivi, ecco, vi sono tre grotte: una larga esterna, poi un’altra dentro e una piccola camera interna con un banco alzato di argilla nella parte di est. Andate e mettete la Benedetta su quel banco e mettetela lì e servitela finché io non ve lo dica».
Secondo la tradizione, la Vergine Maria su sepolta nei pressi del torrente Cedron, non lontano dal podere del Getsemani. Qui sorse, fin dal primo secolo, una speciale venerazione per una tomba nuova, intagliata nella roccia, dove gli apostoli avevano deposto il corpo della Madre di Dio. Successivamente il luogo fu trasformato in una chiesa rupestre (IV secolo). Essa fu consacrata alla Madre di Dio dal vescovo Giovenale di Gerusalemme dopo il concilio di Calcedonia del 451.
Nel 490 d.C. l’imperatore Maurizio volle edificare una nuova chiesa a pianta rotonda (come quella dell’anastasi per la tomba di Cristo) sopra la prima chiesa, la quale divenne così la cripta che custodiva la santa tomba (vuota) della Vergine.
Il ricordo del luogo fu conservato dalla devozione dei fedeli che vi celebravano, con solenni riti, la memoria del transito e dell’assunzione di Maria al cielo. La data del 15 agosto, probabilmente, la dobbiamo al giorno della dedicazione della chiesa del Kathisma (= sosta, fermata), sulla via per Betlemme. Dopo il concilio di Calcedonia, forse, anche per problemi tra le due chiese (una fedele al concilio di Calcedonia, l’altra no), al Kathisma la festa era anticipata al 13 e al Getsemani il 15 agosto.
La chiesa edificata dall’imperatore Maurizio fu distrutta prima dell’arrivo dei crociati.
Il sepolcro di Maria
I benedettini, nel 1112-1130, aprirono un nuovo accesso alla cripta e vi edificarono una terza chiesa con annesso monastero. Essa fu distrutta da Saladino dopo il 1187, ma risparmiò la cripta e la tomba per la venerazione che la religione islamica ha nei confronti di Maria venerata come la madre del profeta Gesù.
L’abate russo Daniele, pellegrino in Terra Santa nel 1106, ricorda: «Il sepolcro della santa Madre di Dio […] è una piccola grotta scavata nella pietra, che ha porticine così piccole che un uomo si deve piegare per introdursi. All’interno della grotta, di fronte alle porticine, c’è come un banco scolpito nella pietra della grotta, e su quel banco fu posto il corpo venerabile».
Per venerare il sepolcro della Vergine, si scende una lunga scalinata che porta alla cripta. Dopo l’alluvione del 1972, il padre francescano Bagatti studiò il sito giungendo ad affermare che la tomba della Vergine fa parte di un sito sepolcrale in uso nel I secolo d.C.
La tomba venerata corrisponde alle indicazioni contenute negli apocrifi. Essa si eleva da metri 1,60 a metri 1,80 e presenta due aperture, una a nord e l’altra a ovest. Sono le porte attuali per le quali passano i devoti per entrare. La tomba di Maria ha tutte le caratteristiche di una tomba del primo secolo, benché i crociati abbiano abbellito il banco roccioso, che presenta quattro resti di decorazioni succedutesi le une alle altre tra il IV e il XII secolo.
La “dormizione” di Maria
Gli apocrifi sulla dormizione risentono fortemente del periodo storico, delle differenze delle varie comunità (Gerusalemme – Betlemme), delle eresie, del culto, della devozione, dell’ambiente giudaico, elementi che ne hanno costituito i racconti. Nella maggior parte dei casi gli scritti rispettano una sorta di pista comune: Maria muore di morte naturale (scartando così sia il martirio sia l’immortalità, seguita o no dalla risurrezione); gli apostoli giungono tutti miracolosamente al capezzale della Vergine a Gerusalemme, alla quale un messaggero celeste aveva annunziato la prossimità della morte; timore di Maria all’approssimarsi della morte; intervento ostile degli ebrei alla sua sepoltura; assunzione gloriosa del corpo della Vergine in cielo.
Attraverso queste narrazioni la nascente comunità cristiana vuole riaffermare la sua fede in Gesù Cristo nato da Maria Vergine.
Cosa leggiamo nel “Transitus Romanus”
La dormizione della Vergine è così descritta: «Mentre Pietro parlava e confortava le folle, giunse l’aurora e spuntò il sole. Maria si alzò, uscì fuori, recitò la preghiera che le aveva dato l’angelo, e dopo la preghiera si stese sul letto e portò a compimento la sua economia […]. Il Signore l’abbracciò, prese la sua anima santa, la pose tra le mani di Michele» (Transito R, 32.34).[1]
Dopo questi fatti prodigiosi, il testo del transito descrive la processione funebre del corpo della Vergine dal Sion al Getsemani. Gli apostoli escono cantando «Israele uscì dall’Egitto, alleluja», mentre una luce grande avvolge tutta la città di Gerusalemme. I sommi sacerdoti del tempio, udito il frastuono, escono pieni di odio e vogliono bruciare il corpo della Vergine, «il corpo che portò quel seduttore». Ma gli angeli li accecano tutti, tranne il sommo sacerdote Jefonia.
Qui il transito vuole dimostrare la superiorità della comunità cristiana su quella giudaica, facendo confessare la fede in Gesù Cristo al sommo sacerdote: «Jefonia si avvicinò agli apostoli e, allorché li vide portare il lettuccio incoronato cantando inni, restò pieno di collera e disse: “Ecco quanta gloria riceve oggi la dimora di colui che ha spogliato la nostra stirpe!”. E, pieno di collera, si diresse verso il lettuccio con l’intenzione di rovesciarlo; lo toccò nel punto ove si trovava la palma: subito le sue mani si incollarono al lettuccio, furono troncate ai gomiti e rimasero sospese al lettuccio» (Transitus R, 39).
Jefonia, allora, chiede la grazia della guarigione agli apostoli, i quali lo invitano a fare la professione di fede. Pietro – continua il racconto – fa fermare il letto con il corpo di Maria e il sommo sacerdote fa la professione di fede: «Nel nome del Signore Gesù Cristo figlio di Dio e di Maria colomba immacolata di colui che è nascosto nella sua bontà, le mie mani si uniscano senza difetto! E subito divennero come erano prima» (Transitus R, 43). Sarà poi Jefonia ad annunciare alla folla piangente a Gerusalemme il prodigio della Vergine: «[Jefonia] prese la foglia [la palma], parlò loro della fede e quanti credettero riacquistarono la vista».
La narrazione del Transito si chiude con l’assunzione della Vergine Maria. Gli apostoli, dopo aver deposto il corpo nel sepolcro nuovo, videro giungere il Signore Gesù: «Ecco, giunse dai cieli il Signore Gesù Cristo con Michele e Gabriele […]. Il Signore disse a Michele di innalzare il corpo di Maria su di una nube e trasferirlo in paradiso […]. Giunti nel paradiso, deposero il corpo di Maria sotto l’albero della vita. Michele portò la di lei anima santa che deposero nel suo corpo» (Transitus R, 47-48).
Il simbolo della palma
Per alcuni autori i transiti si possono dividere in due grandi famiglie: quelli in cui si fa menzione della palma (segno della gloria di Dio) che Maria riceve da Dio e quelli dell’annuncio della Dormitio a Betlemme con un aspetto più liturgico.
È interessante notare come il simbolo della palma accompagni Maria fino alla sua glorificazione.
La palma, con le sue foglie verdi, è simbolo della vita, che niente può distruggere. Per la sua altezza, profondità e flessibilità è anche simbolo di bellezza, eleganza, grazia, stabilità. Il giusto che, radicato nella Parola si innalza in alto, verso Dio (Sal 93,13), è come una palma verdeggiante. Nel vangelo di Giovanni, la palma indica la vittoria di Gesù sulla morte e la sua risurrezione. Nell’Apocalisse ricorda il trionfo dei martiri (Ap 7,9).
Sulla strada che da Gerusalemme va a Betlemme, al terzo miglio, vi sono i resti di un’antica chiesa ottagonale detta del Kathima (il risposo della Vergine), i mosaici rinvenuti sono tutti attorno e dentro la Chiesa. Tra di essi uno è di particolare importanza e bellezza: la palma con i datteri.
Nel vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo si narra della santa famiglia che ritorna dall’Egitto. Ad un certo momento Maria chiede di riposarsi un po’ all’ombra di un’alta palma desiderando mangiare dei frutti. Giuseppe rispondendo dice: «Mi meraviglio che tu dica questo, e che, vedendo quanto sia alta questa palma, tu pensi di mangiare dei frutti della palma. Io penso piuttosto alla mancanza di acqua: è già venuta a mancare negli otri e non abbiamo onde rifocillarci noi e i giumenti. Allora il bambinello Gesù che, con viso sereno, riposava sul grembo di sua madre, disse alla palma: albero, piega i tuoi rami e ristora, con il tuo frutto mia mamma. A queste parole, la palma subito piegò la sua chioma fino ai piedi della beata Maria, e raccolsero da essa i frutti con i quali tutti si rifocillarono. […] Gesù disse: Palma, alzati, prendi forza e sii compagna dei miei alberi che sono nel paradiso di mio padre. Apri con le tue radici la vena di acqua che è nascosta nella terra, affinché da essa fluiscano acque a nostra sazietà. Subito si eresse, e dalla sua radice incominciò a scaturire una fonte di acque limpidissime oltremodo fredde e chiare» (Vangelo dello Pseudo Matteo, 20,1-2).
Nel Corano la palma è citata nella sura 19 a proposito della nascita di Gesù: «Non essere triste. Il tuo signore ha fatto zampillare una fonte ai tuoi piedi. Scuoti verso di te il tronco della palma che farà cadere su di te datteri freschi e maturi. Mangia, bevi e rallegrati […]» (Sura 19,25-26).
Secondo P. Manns il simbolo della palma che apre l’apocrifo del transito della Vergine, assieme ad altri simboli come le nuvole, la lampada e il profumo, richiama la festa di Succot, la festa giudaica delle capanne.
Tutti questi simboli possono essere associati alla festa giudaica di Succot.
Per il profeta Zaccaria (14,16) sarà sul monte degli Ulivi che i sopravvissuti delle nazioni, che hanno fatto la guerra a Gerusalemme, si raduneranno per celebrare la festa delle capanne.
Rileggendo gli apocrifi, gli apostoli, quando portano il corpo di Maria nella valle del Cedron, cantano l’halel, il salmo che viene cantato per le grandi feste ebraiche.
La festa delle capanne è presentata come festa di risurrezione e Filone d’Alessandria afferma che la festa è speranza d’immortalità. Se il simbolismo è accettato, il senso dell’apocrifo, secondo Manns sarebbe: «Maria celebra la sua ultima festa delle capanne sul monte degli Ulivi. Il simbolismo giudaico di tale festa illustrava bene il senso della sua morte e la sua fede nella risurrezione. In altre parole, significa che la fede nell’assunzione di Maria risale ai giudeo-cristiani di Gerusalemme. I giudeo cristiani erano ben preparati ad accettare l’assunzione di Maria, perché dal giudaismo avevano ereditato la fede che Myriam, sorella di Mosè, non aveva conosciuto la corruzione della tomba».[2]

di: Mario Colavita

[1] Transito R sta per romanus. Cf. L. Moraldi (a cura), Apocrifi del Nuovo Testamento, I, Utet, Torino 1971, 807-925.
[2] F. Manns, Scoperte archeologiche e tradizioni antiche sulla Dormizione e Assunzione di Maria, in G. C. Moralejo -S. Cecchin (a cura), L’assunzione di Maria Madre di Dio: significato storico-salvifico a 50 anni dalla definizione dogmatica, Atti del 1° Forum internazionale di Mariologia Roma 30-31 ottobre 2000, Città del Vaticano 2001, 181.

mercoledì 14 agosto 2019

FRATE MASSIMILIANO MARIA KOLBE E LA FELICITA'


Cari amici in ricerca della vocazione divina per la vostra vita, Il Signore vi dia pace.

Oggi 14 agosto noi francescani minori conventuali ricordiamo il sacrifico di un nostro frate  durante la seconda guerra mondiale:  S. MASSIMILIANO MARIA KOLBEmartire ad Auschwitz, per avere offerto la vita al posto di un altro prigioniero condannato a morte (14 agosto 1941).

Ma chi era p. Kolbe? Di lui ho già scritto vari post . Vi propongo di seguito alcuni video sulla sua figura e un breve suo intervento circa la FELICITA' e in che cosa essa consista. Ne scrisse nella rivista "Il Cavaliere dell'Immacolata" da lui diretta e diffusa negli anni '30 con più di un milione di copie in tutta la Polonia.

Con S. Massimiliano Kolbe, al Signore Gesù e alla Vergine Immacolata, sempre la nostra lode.
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


IN CHE COSA CONSISTE LA FELICITA'
( fra Massimiliano Maria Kolbe) 

Nella prima pagina del primo numero del Cavaliere dell’Immacolata ( Rycerz Niepokalanej ) fra Massimiliano Kolbe spiega che la finalità del Rycerz Niepokalanej sta nell’aiutare gli uomini a raggiungere la felicità. Nelle pagine 4-5 spiega in che cosa consiste la felicità.

«Lo scopo del Rycerz Niepokalanej non è soltanto quello di approfondire e rafforzare la fede, indicare l’autentica via ascetica e presentare ai fedeli la mistica cristiana, ma altresì, in conformità ai principi della Milizia dell’Immacolata, impegnarsi nell’opera di conversione degli acattolici. Il tono della rivista sarà sempre amichevole verso tutti, senza badare alla diversità di fede e di nazionalità. La sua nota caratteristica sarà l’amore, quello insegnato da Cristo. E proprio con questo amore verso le anime smarrite, ma che pure sono alla ricerca della felicità, essa farà di tutto per stigmatizzare la menzogna, per mettere in luce la verità e per indicare la vera strada verso la felicità». (SK 904)

«Tutti bramano la felicità e aspirano ad essa, ma pochi la trovano, perché la cercano là dove non esiste. Usciamo per strada. Sull’ampio marciapiede camminano in tutta fretta persone di varia età e condizione, e ognuna mira a qualche scopo, che deve essere una particella della sua felicità. (…) 

Dovunque volgi lo sguardo, vedi delle persone assetate di felicità. Ma tutti costoro sono sicuri che al termine del loro affannarsi abbracceranno il tesoro tanto bramato?

Uno di essi si è prefisso quale scopo di accumulare beni materiali, denaro. Non ha ancora raggiunto la meta dei suoi desideri, perciò continua a darsi da fare. Ma ci arriverà? (…)

È forse la gloria che appaga l’uomo? Diamo uno sguardo alle schiere di persone celebri, che occupano posizioni elevate e godono di grande celebrità. Forse che costoro posseggono il talismano della felicità? (…) Neppure qui, dunque, c’è la felicità. Inoltre, ricchezza, piaceri della vita e gloria appartengono piuttosto a eccezioni, mentre ognuno desidera la felicità

Il cuore dell’uomo è troppo grande per poter essere riempito dal denaro, dalla sensualità, oppure dal fumo della gloria, che è illusorio, anche se stordisce. Esso desidera un bene più elevato, senza limiti e che duri eternamente. Ma questo bene è soltanto Dio». (SK 905)



lunedì 12 agosto 2019

QUALE FUTURO PER IL MONDO?


FINCHE' CI SARANNO
GIOVANI 
CAPACI DI DIRE
"ECCOMI" A DIO 
CI SARA' FUTURO NEL MONDO !

(Papa Francesco, Udienza generale 30.1.2019)

domenica 11 agosto 2019

SANTA CHIARA D'ASSISI, MADRE E SORELLA DI TUTTI I FRATI



Padre di Misericordia, ti ringraziamo e ti benediciamo per nostra madre e sorella Santa Chiara d'Assisi di cui oggi celebriamo la festa nell'anniversario della sua salita al cielo (11 agosto 1253).

Chiara, donna di nobile stirpe: non si lasciò sedurre dagli onori e dalle false promesse di questo mondo, ma aderendo interamente al tuo Figlio Gesù, scelse l'unica vera ricchezza che non passa, il tesoro di grazia che solo riempie e sazia il cuore. Tramite Francesco, suo ispiratore e guida e fratello, aveva compreso, infatti, che non era possibile ambire la gloria in questo mondo e, nel contempo, regnare in cielo con Cristo. 

Chiara, donna forte e coraggiosa: non ebbe paura di rischiare il suo onore e la sua fama fuggendo dalla ricca casa, dai progetti paterni come dalle ambizioni famigliari. Disprezzando ogni comodità e cosa superflua, scelse di vivere in radicale povertà e così consegnarsi interamente a Cristo Crocifisso, il più bello dei figli degli uomini. L'intera sua esistenza fu segnata da questo bruciante desiderio: contemplare, imitare, seguire le orme del Signore Gesù.

Chiara, donna fatta preghiera: Trasformata dalla Bellezza senza eguali del volto del tuo amato Figlio, ne ricercò continuamente l'abbraccio nella preghiera assidua e nell'intima contemplazione. Il suo cuore fu in modo particolare affascinato dalla povertà del Bambino Gesù collocato nella mangiatoia e avvolto in pannicelli, dall'umiltà e dalle sofferenze subite dal Signore, dalla sua passione, dalla sua morte in croce per tutti noi.

Chiara, donna povera e umile: così come Francesco fu un "uomo nuovo", ugualmente Chiara può essere definita la "nuova donna" del suo tempo. Sulle orme del Poverello scoprì che non serve a nulla conquistare il mondo intero se perdiamo la nostra anima. A lei tanto "chiara e splendente", non fu risparmiata la prova della sofferenza e dell'oscura «notte» di quasi ventinove anni di malattia, in cui apprese il significato della parola pazienza, del "patire", condividendo nella carne l'esperienza dolorosa dell'amato «Sposo» povero e umiliato, «appeso ad una croce ».

Chiara, sorella e madre: seppe prendersi cura con ineffabile carità del piccolo gregge - le povere sue sorelle - che Tu, o Padre, volevi generare nella Santa Chiesa sull'esempio del beato Francesco, per seguire la povertà e l'umiltà del tuo amato Figlio e della gloriosa Vergine Sua Madre. Sempre sostenne con affetto e nella preghiera Francesco e i suoi frati negli anni tumultuosi e spesso confusi di un Ordine in piena giovinezza ed espansione. 

Nel giorno della sua festa, o Padre Altissimo, fa che la luminosa testimonianza di S.Chiara d'Assisi, ci sostenga nel seguire il Vangelo con maggiore autenticità, in povertà e umiltà e mitezza, servendo i fratelli con santa carità e misericordia. Te lo chiediamo per Gesù Cristo tuo figlio che vive e regna con te nell'unità dello Spirito santo, per tutti i secolo dei secoli. Amen.

Santa Chiara d'Assisi, prega per noi!
Prega per i tuoi frati!

Assisi - Tomba di san Francesco (25 maggio 2019)
Frati in preghiera guidati dal nuovo Generale dell'Ordine,
fra Carlos Trovarelli - 120° successore di san Francesco




sabato 10 agosto 2019

DIVENTARE FRATE... PER COLTIVARE L'ORTO?


Sabato 10 Agosto 2019
Dal Vangelo di Giovanni (12, 24-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».
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AL "CUORE" DELLA VOCAZIONE FRANCESCANA

Cari amici in "ricerca" della vocazione divina, il Signore vi dia pace.

Ricevo molte mail di giovani come di tantissimi adulti in cui, da un lato si esprime un desiderio di consacrazione, di aderire alla vita religiosa, di diventare frate; dall'altra, il motivo di tale ricerca è spesso a corto respiro: "per realizzarmi", "per trovare la pace interiore", "per fuggire da questo mondo caotico", "per trascorre gli ultimi anni della mia vita in fraternità", "per coltivare l'orto" o "stare in mezzo alla natura" o "perchè amo gli animali" e via dicendo. 

Non che le ultime motivazioni siano da disprezzare e in qualche modo non facciano parte della vita di un frate, anzi! Nel mio convento, per esempio, coltiviamo un bellissimo orto..e ci fa bene e ci rallegra lavorarlo insieme!!Così come la questione del "senso" non è certo da sottovalutare. Queste motivazioni però, non costituiscono l'essenza, non esprimono il cuore della vocazione alla vita consacrata e da sole non giustificano una scelta come la nostra.
Diventare frate, come possiamo intuire dal Vangelo, è prima di tutto amare e dunque seguire e imitare Gesù e i suoi gesti  e l'intera sua vita caratterizzata dal dono totale di sè, da un'offerta senza limiti, da un consegnarsi fino alla morte per ciascuno di noi. Vediamo e riconosciamo il volto autentico di Gesù proprio nel suo perdere la vita: questa è la strada anche per tutti i suoi discepoli, e in particolare per un frate francescano. Altro che fughe e ritiri in convento per "stare meglio" o "immergersi nella natura"! Il riferimento, l'ideale, la strada di un frate francescano è Gesù Crocifisso!
E Gesù nel vangelo di oggi ci ricorda questa regola ineludibile della sequela:  chi è attaccato unicamente alla propria vita, la perde; chi ama solo se stesso, chi al primo posto mette il proprio io, chi vuole stringere e trattenere la sua vita, chi non ama, in realtà è già morto.

La vita autentica e pienamente realizzata, invece, è dono, è amore, è relazione, è apertura, è coraggio, è condivisione, è rischio, è vulnerabilità, è possibilità di essere feriti, forse anche uccisi. Dunque, uno che voglia farsi frate, se non è in questa ottica, ma che frate è?

Nel post di ieri parlavo del sacrificio di due nostri giovani frati uccisi alcuni anni fa in Perù per la loro azione in favore dei poveri. Fra pochi giorni ricorderemo la figura di fra Massimiliano Kolbe , martire ad Auschwitz. Due straordinari ed eccezionali esempi di vita donata per amore, insieme però e accanto alla testimonianza nascosta e quotidiana e umile, ma sempre "offerta" di tanti semplici e normali frati francescani che ogni giorno cercano di vivere il Vangelo .

E tu, caro amico che stai leggendo queste righe, in che direzione stai andando: verso l'amore e la vita vera, oppure su una strada di morte? 

Al Signore Gesù sempre la nostra lode
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)
Perù - Pariacoto: processione in memoria dei frati martiri