domenica 18 febbraio 2018

LINGUA DEL SANTO, IL RICHIAMO DI UN "SEGNO"

Il ritrovamento della lingua incorrotta di sant’Antonio nel 1263, e quello dell’intatto apparato vocale nel 1981, furono frutto di «un caso»? Nasciamo, viviamo, moriamo «per caso» ? Oppure… 


Basilica di S. Antonio (Pd): Giovani e frati in preghiera alla tomba del Santo
Cari amici, il Signore vi dia pace.
Come più volte ho scritto, io appartengo alla comunità di frati che vive presso la Basilica e la tomba del Santo di Padova. Non dimentichiamo, che S. Antonio era frate francescano, contemporaneo e amico dello stesso S. Francesco.
Ebbene, nel cuore di febbraio, giovedì 15 e domenica 18 (vedi programma), si celebra in Basilica la «Festa della traslazione delle reliquie del Santo», popolarmente detta «Festa della lingua».
È il ricordo di un evento prodigioso avvenuto nel 1263 quando san Bonaventura, nella ricognizione dei resti mortali di Sant’Antonio, a 32 anni dalla morte, ne ritrovò la lingua incorrotta.
Mostrandola ai fedeli stupiti e attoniti, esclamò: «O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora appare a tutti quanto grande è stato il tuo valore presso Dio».
La preziosa reliquia, custodita in un artistico reliquiario e visibile nella cappella del tesoro dietro l’abside, è ancora motivo di lode e meraviglia, ma talvolta, anche di dubbi e perplessità. Non posso non citare al riguardo, il commento simpatico e ironico di un pellegrino che giustificava il tutto con la furbizia dei frati che, a suo dire, «avevano intinto secoli fa la lingua in qualche prodotto segreto per meglio conservarla». Confesso di essere stato, sorridendo, possibilista al riguardo, ricordando i frati da sempre esperti in farmacia ed erboristeria!!
In realtà, al di là delle battute, si è aggiunto in anni recenti un altro fatto misterioso e intrigante, subito interpretato dai devoti come un «segno» di Dio a conferma del miracolo della lingua e delle parole potenti che sant’Antonio con essa pronunciava.
Nel 1981, infatti, in un’ultima ricognizione dei resti mortali del Santo, gli studiosi dell’università di Padova hanno rinvenuto fra le ceneri anche il fragile apparato vocale di sant’Antonio (laringe, faringe, corde vocali...), pure perfettamente e inspiegabilmente conservato dopo ottocento anni.
Anche tale dato mi è stato però contestato in un recente dialogo con un turista. Questi, con molto scetticismo, commentava e riduceva il tutto ad un puro fatto casuale, ad un’accidentale coincidenza! Altro che «segno» dall’alto, altro che «conferma» divina! Solo ed esclusivamente «un caso».
In effetti, la teoria del «caso» non è poi così fuori moda e secondo alcune ipotesi scientifiche sarebbe all’origine persino del mondo, dell’universo, dell’uomo.
Confesso di non trovarmi per niente a mio agio in tale lettura e interpretazione della vita che vedo minimalista e parziale e soprattutto alquanto triste, priva di ogni speranza e orizzonte di senso.
«Per caso»
 nasciamo? Siamo «gettati nel mondo» per banale accidente? «Per caso» ci ritroviamo in una famiglia, dei genitori..? «Per caso» cresciamo e studiamo? «Per caso» ci innamoriamo, soffriamo o gioiamo? «Per caso» ci ammaliamo e invecchiamo? «Per caso» moriamo? Una prospettiva davvero agghiacciante!
Che bello invece e confortante avere la certezza e la fede che la nostra vita scaturisca dal cuore di Dio e che tutto sia frutto di un disegno più grande! Bello intravedere «i segni» della sua presenza nel nostro cammino quotidiano come nelle vicende dell’umanità e credere dunque che sia Lui ad indicarci una strada, un progetto da scoprire, una vocazione da realizzare!
In altre parole: siamo pensati, siamo amati per sempre e da sempre! Siamo unici e irripetibili! Non siamo frutto del «caso», ma «figli di Dio»! Solo in Lui tutto acquista un senso, direzione, redenzione: anche il dolore, anche la morte, anche la sofferenza.
Cari amici «in ricerca», con questa consapevolezza nel cuore, niente vi è allora di più commovente che lasciarsi sorprendere e interpellare dal Signore e dal suo invito: «Vieni e seguimi». Nulla di più alto che accogliere la sua chiamata, per appartenergli e testimoniarlo con l’intera vita.
Certo, così avvenne, anche per il giovane S. Antonio!
Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
frate Alberto
(fra.alberto@davide.it)

www.santantonio.org 

BASILICA DEL SANTO (PD)

venerdì 16 febbraio 2018

LA QUARESIMA DI SAN FRANCESCO



Come santo Francesco fece una Quaresima
in un’isola del lago di Perugia,
dove digiunò quaranta dì e quaranta notti
e non mangiò più che un mezzo pane.

(DAI FIORETTI DI SAN FRANCESCO, CAPITOLO VII: FF 1835)

Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo , siccome ci dimostra nel venerabile collegio de’dodici compagni e nel mirabile misterio delle sacrate Istimmate e nel continuato digiuno della santa Quaresima, la qual’egli sì fece in questo modo.

Essendo una volta santo Francesco il dì del carnasciale allato al lago di Perugia, in casa d’un suo divoto col quale era la notte albergato, fu ispirato da Dio ch’egli andasse a fare quella Quaresima in una isola del lago (Trasimeno).

Di che santo Francesco pregò questo suo divoto, che per amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in un’isola del lago dove non abitasse persona, e questo facesse la notte del dì della Cenere, sì che persona non se ne avvedesse. E costui, per l’amore della grande divozione ch’aveva a santo Francesco, sollecitamente adempiette il suo priego e portollo alla detta isola, e santo Francesco non portò seco se non due panetti.

Ed essendo giunto nell’isola, e l’amico partendosi per tornare a casa, santo Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui; e santo Francesco rimase solo. E non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e arbuscelli aveano acconcio a modo d’uno covacciolo ovvero d’una capannetta; e in questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le cose celestiali.

E ivi stette tutta la Quaresima sanza mangiare e sanza bere, altro che la metà d’uno di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo, quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo; e l’altro mezzo si crede che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti sanza pigliare nessuno cibo materiale.

E così con quel mezzo pane cacciò da sé il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta dì e quaranta notti. Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta così maravigliosa astinenza, fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi; e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed èvvi il luogo de’frati, che si chiama il luogo dell’Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande reverenza e devozione in quello luogo dove santo Francesco fece la detta Quaresima.

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.


I FIORETTI DI SAN FRANCESCO

I FIORETTI di san Francesco costituiscono una meravigliosa e inimitabile raccolta di «miracoli ed esempli devoti», concernenti la vita del Poverello, volgarizzati nell’ultimo quarto del Trecento da un ignoto toscano.

Essi offrono – senza alcuna pretesa cronologica, senza un ordine prestabilito –, le conversazioni di Francesco con alcuni dei suoi più noti compagni (Bernardo, Elia, Egidio, Leone, Masseo, Chiara, Rufino, Silvestro ecc.), da cui sgorgarono i più alti insegnamenti francescani (la perfetta letizia, la povertà, l’amore per le creature, la predica agli uccelli, il lupo di Gubbio ecc.).

Vi ritroviamo senza dubbio gesti e parole di Francesco che, nella sostanza, possono considerarsi storici o di seria tradizione orale anche se non mancano fioriture leggendarie e soprattutto una visione e una rilettura altamente idealista e candida e beata del Santo, ben lontana dalla complessità che in realtà contrassegnava la sua figura . 

Questo però nulla toglie ai Fioretti il fascino che da sempre li accompagna. Certamente più di altri testi biografici, sanno trasmetterci i motivi più puri del francescanesimo, il candore del sentimento religioso di Francesco, la semplicità, lo slancio e la schiettezza dei primi passi, costituendo pertanto un richiamo quotidiano ai frati  verso ciò che è più essenziale e necessario.  

mercoledì 14 febbraio 2018

QUARESIMA, TEMPO PER RICOMINCIARE, TEMPO DI VERITA'


Quaresima, tempo per ricominciare.
La chiesa ci fa entrare con il mercoledì delle ceneri, nei quaranta giorni della Quaresima. Nella nostra fragile umanità, in questa società piena di rumori invadenti e alienanti, ecco un tempo propizio in cui "esercitarci" con più intensità nella dimensione spirituale così spesso trascurata. Un tempo in cui riorientare i nostri desideri e la volontà ed ogni scelta al Signore, dunque, ritornare più decisamente a Cristo che ci attende e ci parla nell'intimo.

Quaresima, tempo di verità.
Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più”. Ci è richiesto però il coraggio della verità, con noi stessi e con Dio e nei riguardi del prossimo; il coraggio di guardarci dentro, senza bugie e senza finzioni, poiché “l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16, 7).
Solo in Lui e nella sua Parola potremo ritrovare pienamente noi stessi!!
Solo così la Quaresima si rivelerà un autentico tempo di conversione e di nuova vita.

martedì 13 febbraio 2018

SIAMO QUI SULLA TERRA PER....


"Noi uomini siamo qui sulla terra per portare avanti il grano,
per far ascendere in ritmi sempre più intensi la luce e la vita,
senza interessarci delle tenebre e delle opposizioni alla vita"

(Giovanni Vannucci)

domenica 11 febbraio 2018

L'INCONTRO COL LEBBROSO - LA CONVERSIONE DI FRANCESCO



11 Febbraio 2018
VI Domenica del tempo Ordinario - Anno B
Dal Vangelo di Marco ( 1,40-45)
40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 
41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 
42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: 
«Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 
45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

 
Colombia - giovane frate: a braccia aperte sul mondo

L'INCONTRO COL LEBBROSO - LA CONVERSIONE DI FRANCESCO

"Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo". 
(dal Testamento di san Francesco - n. 110) 

Giovane simpatico, ambizioso e benestante, Francesco  vuole a tutti i costi essere qualcuno nella sua vita; coltiva sogni di gloria e fama e autorealizzazione. Parte persino in guerra pur di guadagnarsi un titolo nobiliare, aspirando a diventare cavaliere!! Ma durante una cruenta battaglia contro Perugia è fatto prigioniero. Privato della libertà e di ogni bene, rientra però finalmente in sè stesso.... senza più evadere o scappare!  Inizia così a riflettere sul senso piuù vero della sua esistenza e delle sue scelte. 

Scopre e incontra per la prima volta il Signore, come persona viva accanto a Lui, come unico bene che mai viene meno! 
Da allora, una volta ritornato ad Assisi, ama ritirarsi nelle grotte per pregare e comprendere la volontà di Dio. "Signore, cosa vuoi che io faccia?": è l'invocazione che continuamente gli ritornanel cuore! Ma il suo cammino è ancora incerto....e nebuloso. 

Un fatto però si rivela centrale, portandolo ad una svolta radicale: l'incontro con un lebbroso che misteriosamente sente di dover abbracciare e baciare vincendo il suo naturale orrore e ribrezzo. Questo gesto folle eppure di grande umanità e compassione, innesca in Francesco un profondo mutamento interiore conducendolo dal rifiuto e dalla distanza e dall'autosufficienza, alla fiducia e all'amore, alla misericordia: verso il prossimo, verso Dio, come pure nei riguardi di se stesso! 

Dopo quell'abbraccio e quel bacio, Francesco è un uomo nuovo
E' ormai un UOMO LIBERO, le cui braccia sono aperte e spalancate su tutto e tutti, senza riserve o paure.

Un orizzonte inedito, appassionante ed amante si è definitavamente aperto davanti a Lui.... 
Le strade del mondo ormai sono sue e le vuole percorrere, ovunque portando la pace, la gioia, l'amore!


venerdì 9 febbraio 2018

IO... PER CHI SONO?

Frate Francesco, giovane studente in teologia a Padova
Una delle cose più inutili - in un cammino vocazionale -  è fare discernimento per arrivare a capire "CHI SONO" , ma la vera domanda è: "IO... PER CHI SONO?" 

Essere contento di me stesso – per me stesso e basta – sarà il mio orrore. Se alla fine non mi apro a nessuno, neanche io sono nessuno.

Ecco l’esercizio per arrivare al bersaglio:
farsi inchiodare dalla domanda "IO... PER CHI SONO?" 

Guardarsi intorno, e iniziare a rispondere.
(Don Fabio Rosini)

giovedì 8 febbraio 2018

DISCERNIMENTO ... CHE ROBA E?

Cari amici
in cammino e in ricerca, il Signore vi dia pace.

Fra le tante parole normalmente usate in ambito vocazionale, vi è il termine DISCERNIMENTO. 
Di seguito vi propongo un bella riflessione (di Don Paolo Rosini) alla scoperta del suo più vero significato, così importante per la vita di ogni giovane.

Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)
 

PER DISCERNIMENTO... CHE COSA SI INTENDE?

«Per discernimento non si intende prima di tutto capire se uno si deve "sposare o fare prete", per carità di Dio. Quella è una "fase seconda" di una esistenza che è già impastata nella comunione con Dio. Che disastro che stiamo facendo a non fare questa distinzione!».
In "L'arte di ricominciare" (San Paolo edizioni), don Fabio Rosini offre una riflessione teologica su cosa è realmente il discernimento, termine spesso utilizzato nel pontificato di Papa Francesco.
Una dinamica che guida l’uomo
Per discernimento intendiamo quella dinamica che guida interiormente colui che vive al cospetto del Signore, come il Signore Gesù sta al cospetto del Padre. È l’orientamento profondo dell’essere. Non è una scelta singola, sussiste in tutte le scelte. È la pasta della vita nuova che il Signore Gesù ha inaugurato nella carne umana.

“Fiutando” la presenza di Dio Padre
Un gatto è sempre un latente predatore, e quando svolge l’attività predatoria è semplicemente se stesso; un cane è un latente segugio, e quando fiuta e punta non è un’attività “speciale”, è la sua propria attività.
Allo stesso modo, un figlio di Dio non ha discernimento sulla volontà di Dio perché ha letto un libro o perché si è sentito centinaia di catechesi, ma perché “fiuta” il Padre nelle cose, visto che lo conosce. Il discernimento non è una abilità. È un’identità redenta messa in atto, è la relazione da figli con il Padre che diventa sensibilità, occhio acuto, orecchio intonato. Il discernimento, anche quello iniziale, ripetiamolo, si fa in dialogo con il Signore, perché il discernimento non è un’abilità, è una relazione.
Una relazione che non si improvvisa!
Quando si parte senza luce si pensa di poter improvvisare il discernimento, e senza disciplina, ed è frequente a questo punto pensare di guardare alle cose e saper distinguere, e suddividere a senso, a impressione, a istinto. Senza alcun addestramento. Non funziona così! Perlomeno ci vuole uno zero ortogonale. Ci vuole un parametro. Altrimenti ogni valutazione ha le gambe corte, è occasionale, ormonale, metereopatica. Non si può campare così. E non si può ricominciare a casaccio.
La vita benedetta
Il discernimento sulla propria vocazione, cioè in questa relazione quotidiana con il Signore, non finisce con la gioventù, ma si dovrà affrontare in tutta l’esistenza! Ogni giornata dobbiamo capire a cosa ci chiama Dio. Capire la vocazione della vecchiaia, della maturità, la vocazione del lavoro, dell’amicizia. E si tratta di non stare in una progettualità sterile, in utopie piccole e grandi, ma nella realtà, nell’obbedienza alla vita. Ossia? Assecondare la vita per come Dio l’ha stabilita. Bisogna entrare nelle venature della vita, saperla assecondare per come è. Ci è consegnata la vita benedetta. Questo è comando di Dio. La sua volontà è: obbedienza a questa benedizione. È vitale rinvenire, accogliere e assecondare la benedizione di Dio nella nostra esistenza.
“Dio come mi salva?”
C’è, nella prassi del discernimento, una legge della continuità: c’è un modo che Dio ha per salvarmi che ha la sua coerenza. Mi prende in genere per una linea di grazia, per una chiave di salvezza. Eterna è la sua misericordia, e la via del Signore è diritta, non è contraddittoria. Voglio costruire il bene? Voglio ricominciare? Questa è una delle cose principali: focalizzare come Dio salva proprio me.
I luoghi del Padre
Qualcuno ha detto che Dio si avvicina con passi di persona conosciuta, si muove in un modo che è percepito come riconoscibile. Lo Spirito del Signore ha il suo modo di entrare nel cuore di ognuno.
Mille volte mi è servito tornare sui passi delle mie grazie, rintracciare la tana del bene nel mio territorio, ricordare i luoghi abituali del mio lasciarmi ritrovare dal Padre. So che ci sono cose che se le faccio, mi fanno bene, mi hanno sempre fatto bene.
Generare vita!
Lo stadio ultimo del discernimento di primo livello è generare vita. Il parametro estremo di tutto questo percorso è la vita altrui. Ogni cosa è un cammino dalla solitudine alla relazione. Ogni cosa che farai, per ricominciare, ha un termine che valuta tutto: controllare se ti porta a generare la vita.
Un movimento d’amore
L’amore è la luce che guida nel riconoscere le prime evidenze, e l’amore è la vera priorità. Ogni ispirazione è un movimento d’amore, perché viene dallo Spirito Santo che è amore; le umiliazioni, se accolte, rendono capaci di atti pasquali, che sono atti d’amore; le proprie benedizioni si identificano mettendosi sulle tracce della manifestazione dell’amore nella nostra vita. Insomma: il parametro di tutto è la vita altrui. È la fecondità.
Se sto facendo un buon percorso non lo dico io, lo dicono quelli che stanno dalle mie parti. È a loro che va chiesto. Perché la mia essenza di uomo è la mia capacità di generare vita.
“Per chi sono?”
Dunque la fecondità è il più nitido dei principi di discernimento.
Una delle cose più inutili è fare discernimento per arrivare a capire chi sono, ma la vera domanda è: per chi sono? Essere contento di me stesso – per me stesso e basta – sarà il mio orrore. Se alla fine non mi apro a nessuno, neanche io sono nessuno.
Ecco l’esercizio per arrivare al bersaglio: farsi inchiodare dalla domanda io per chi sono? Guardarsi intorno, e iniziare a rispondere.
Don Fabio Rosini
da Aleteia