giovedì 29 gennaio 2015

"Solo l'amore crea" - P. Kolbe


  1. Campo di concentramento di Auschwitz, Oświęcim, Polonia
  2. S. Massimiliano Maria Kolbe, frate francescano minore conventuale. 




Qui trovi altri articoli e post sulla figura di questo frate francescano, martire per amore. 

mercoledì 28 gennaio 2015

Una Grande Bellezza



Ti ho amato di un amore eterno 
(Ger 31,3)


Il chiamato 
non segue una vocazione
solo perchè Dio lo chiama, 
ma perchè vi scopre dentro
 una Grande Bellezza 
che lo attrae

(Amedeo Cencini)

martedì 27 gennaio 2015

Giornata della memoria - Padre Placido Cortese, martire del silenzio

Cari amici, in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace. Si celebra oggi (27 gennaio) la "Giornata della memoria" con l'invito a riandare ai tragici avvenimenti della seconda guerra mondiale e in particolare all'odio cieco che portò ai campi di concentramento e allo stermino di milioni di persone (ebrei, prigionieri politici, soldati, profughi, migliaia di preti e religiosi e anche nostri frati...). Ma in un tempo in cui il male sembrava assoluto, non mancarono però tante testimonianze di bontà e generosità, di aiuto disinteressato, di gesti nobili e puri in nome dell'umanità, della giustizia e di un Bene che nonostante tutto, riuscì a mostrare la sua bellezza e grandezza e superiorità. Molti uomini e donne, spesso sconosciuti e anonimi si prodigarono infatti, per tendere una mano, prestare aiuto, dare un tozzo di pane per amor di Dio e dell'uomo, senza timore di mettersi in pericolo e perdere talvolta la loro stessa vita. 
Fra questi, certo tutti conoscerete la vicenda di san Massimiliano Kolbe, frate minore conventuale (della mia famiglia francescana), martire ad Auschwitz per aver chiesto di morire al posto di un padre di famiglia.  Mi piace però ricordare oggi, in particolare, la figura di P. Placido Cortese, un frate della mia comunità, presso la Basilica del Santo (Padova) che negli anni della guerra, silenziosamente, tanto operò in favore dei perseguitati: una scelta che gli costerà l'arresto e la tortura e la morte. Di seguito riporto la sua vicenda nella certezza che l'esempio di questo frate umile e coraggioso vi sproni sulla via del bene, rafforzi la vostra vocazione, vi spinga a donarvi con gioia al Signore, senza mai fingere di non vedere o non sapere di fronte al male. Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

P. Placido Cortese nel chiostro del Santo
Chi è p. Placido Cortese? E perché viene arrestato e ucciso?
Padre Placido Cortese è un frate della comunità francescana del Santo di Padova. Scompare senza lasciare traccia (8 ottobre 1944- ha 37 anni). L'allora Rettore della Basilica, nel denunciare al questore di Padova l'assenza inspiegabile dal convento di padre Placido (era stato sequestrato dalle SS naziste), lo descriveva così: "È una persona di media statura, corporatura piuttosto gracile e snella, storto negli arti inferiori, viso oblungo, capigliatura bionda, occhi celesti con occhiali a stanghetta, dall'incedere claudicante. Devo precisare che verso le ore 13 di ieri (domenica) due sconosciuti chiesero del suddetto padre con rozza insistenza. Uno era di media statura, faccia piena, carnagione bruna e giacca marrone scuro. L'altro, che si teneva in disparte, slanciato, magro e senza il braccio destro, con un impermeabile".
L'infanzia e la vocazione
Nasce nell’isola bellissima di Cherso (in Istria) il 7 marzo 1907, una terra passata dopo la guerra, dall'Austria all'Italia (1918). Fin da bambino conosce i frati conventuali che a Cherso hanno un convento. A 13 anni decide di entrare in seminario affascinato dalla vita dei francescani !!! Parte da casa (un viaggio lunghissimo) per arrivare al seminario minore di Camposampiero (Pd) che accoglie i ragazzi che aspirano alla vita religiosa. Qui studia, gioca, prega…cresce.. e si conferma nel suo desiderio: diventare frate francescano!
Novizio al Santo di Padova
La sua vocazione francescana cresce e si rafforza tanto che a 16 anni (ottobre del 1923), entrando in Noviziato, veste per la prima volta l’abito religioso e l’anno dopo, a 17 anni, diventa frate ufficialmente professando i voti di povertà, castità, obbedienza. E'davvero splendida la lettera che in tale occasione scrive ai famigliari:
Carissimi (...)venerdì 10 ottobre è la data tanto desiderata e ormai raggiunta. Alla tomba di S. Antonio di Padova giurerò di osservare la Regola di San Francesco, coi tre voti: di Obbedienza, Povertà e Castità. Potete credere quanto sia contento!! Ho sempre pensato a questo giorno che credevo lontano, ma con grande gioia è arrivato. La vita da frate francescano è impegnativa , ma è un peso che non ci si stanca mai di portare, ma che sempre innamora l’anima verso maggiori sacrifici, fino anche a dare la vita per la difesa della fede e della religione cristiana, fino a morire fra i tormenti come i martiri del cristianesimo in terre lontane e straniere (Padova 7 ottobre 1924)
Incredibile e profetico!! A 17 anni si consacra al Signore con tanto fervore da scrivere di essere pronto "a dare la vita" per la fede, “fino morire fra i tormenti come i martiri”.
In un’altra lettera scriverà alla sorella di pregare per lui perché "diventi buono, ma buono sul serio". Colpisce questa determinazione in un ragazzo e spero provochi anche voi che leggete queste righe!!
Roma - Milano - Padova
A Roma si reca per proseguire gli studi. Il 6 giugno del 1930 diventa sacerdote (ha soli 23 anni). Ritorna quindi al Nord Italia dove si impegna fra i giovani come cappellano dell'Oratorio/patronato in una nostra parrocchia di Milano in viale Corsica. Di quella prima esperienza pastorale e di vita in comunità, così scrive: “sono contentissimo; qui ho due compagni d’oro. Ci divertiamo, non ci offendiamo mai!
Nel 1937 torna a Padova come direttore del Messaggero di S. Antonio, la storica rivista dei frati della basilica. Sono anni di grande impegno, in cui con grande abilità (è un uomo molto intelligente e preparato) fa arrivare il giornale ad un numero incredibile di copie (800.000).

Frati al lavoro in tipografia
La guerra - Il campo di Chiesanuova
Il 1 settembre del 1939, Hitler invade la Polonia dando così inizio alla seconda guerra mondiale e ad anni terribili per l'intera Europa. Anche l’Italia fascista di Mussolini, il 10 giugno 1940, dichiara guerra agli alleati: é  il conflitto totale, una guerra che causerà circa 50 milioni di morti.
A Padova arrivano migliaia di prigionieri (di guerra, prigionieri politici, soldati alleati catturati dai nazifascisti..) Molti sono Sloveni e Croati dopo che Hitler e Mussolini hanno invaso quei territori.
In località Chiesanuova (ex caserma Romagnoli) vi era un enorme campo per questi prigionieri (3000-3500). Tra questi, ben presto p. Placido diventa conosciuto e ricercato: P. Placido li visita spesso con la sua bicicletta.., parla la loro lingua (molti provengono dalla sua terra, l’Istria); porta indumenti, cibo , pane.. lettere e pacchi dei famigliari, nascondendo tutto sotto la tonaca.
La svolta dell’armistizio
L'8 settembre 1943, l'Italia si ritira dal patto con la Germania e firma l'armistizio con gli anglo americani. E’ un' Italia divisa e in preda del caos. Due i governi, la Repubblica sociale di Salò al Nord (con i fascisti e i tedeschi), e il governo di unità nazionale (Roma era stata liberata) al Centro Sud. Due eserciti in lotta fra loro, tedeschi e fascisti contro gli alleati e i partigiani. Inevitabile la lacerazione del tessuto civile. Ci fu chi combatté a fianco degli alleati, chi scelse la montagna come partigiano, e chi preferì continuare a credere al duce. La maggioranza degli italiani fu attendista, zona grigia: stette, cioè, a guardare, atterrita dall'orrore nazista e dal furore partigiano.
Padre Cortese, anche come direttore del Messaggero di sant'Antonio non si allineò mai con i più forti (tutti i giornali erano invece schierati!). Non era un rivoluzionario, ma nemmeno neutrale. Segue semplicemente il Vangelo condividendo la sorte di sbandati, ricercati e perseguitati: non può far finta di niente!!
Cosa fa P. Placido?
In modo assolutamente SEGRETO (anche molti frati non sapevano della sua azione) si dedica a salvare Ebrei (Hitler ne voleva lo sterminio); fa fuggire i soldati che lasciano l’esercito per non essere catturati dai nazisti; soccorre i civili prigionieri di guerra e i militari alleati evasi dai campi di prigionia, protegge i rifugiati sloveni, croati... che i tedeschi consideravano partigiani comunisti.
Fra tutti i perseguitati dai nazisti di Padova ormai si è sparsa la voce che una via di salvezza è possibile grazie a P. Cortese della Basilica del Santo (zona relativamente protetta perchè considerata extraterritoriale e territorio vaticano). P. Placido (grazie a S. Antonio!!) sa come recuperare i soldi per dare un aiuto a queste persone, sa come trovare e falsificare i documenti, sa come ottenere i timbri della questura, sa farsi aiutare da collaboratori e collaboratrici spesso giovanissimi (le sorelle Martini) che accompagnano questi prigionieri (per non dare sospetti) alla stazione e nel viaggio in treno sulla linea Verona, Milano, verso la Svizzera. E’ in contatto per questo con la Resistenza, in particolare con un’organizzazione partigiana detta FRA-MA (Franceschini- Marchesi), dal nome di due illustri professori universitari antifascisti che l’avevano fondata.
Il tutto si svolge con la massima segretezza: p. Placido sa di correre enormi rischi! Sa di rischiare ogni giorno di essere catturato e ucciso. Le autorità religiose e alcuni confratelli gli consigliano di andarsene, lontano da Padova. Ma la coscienza lo spinge ad affrontare anche questi rischi: non può tirarsi indietro!! Così dal convento, continua nella sua opera, nonostante alcuni fra i più stretti collaboratori siano stati arrestati, mentre altri, per paura l’abbiano abbandonato .

P. Placido con alcuni giovani collaboratori
Una rete segreta
Alcuni testimoni suoi collaboratori, in particolare le sorelle Martini ( Lidia e Carla, Liliana e Teresa, queste due saranno poi arrestate e portate in campo di concentramento a Mathausen) hanno raccontato (salvatesi dalla guerra) gli stratagemmi, e i trucchi che con tanta intelligenza e furbizia p. Placido sapeva ideare. L’appuntamento era in basilica al confessionale dove Placido stava in alcune ore fisse. Fingendo dunque la confessione, comunicavano in codice.: "padre…ci sono 12 scope, oppure padre avrei bisogno di cinque uova, o tre chili di farina e altre frasi simili". E p. Placido capiva che c’erano 12 prigionieri, oppure 5 o 3 persone da accompagnare in Svizzera e che dunque servivano per loro denaro, vestiti, ma soprattutto documenti.
Ma come provvedere a tutto questo, specie ai documenti?
S. Antonio e la Provvidenza divina davvero facevano miracoli: le offerte in basilica servivano per avere dei soldi da dare; qualche abito si rimediava, ma soprattutto grazie ai macchinari grafici con cui si stampava il Messaggero di S. Antonio (di cui era il direttore) ecco che p. Placido riusciva a riprodurre perfettamente passaporti falsi, carte d’identità, permessi. I timbri giungevano dalla questura dove aveva amici segreti. Ma per le fotografie? Sapete che alla tomba del Santo anche oggi molti fedeli mettono la foto dei propri cari! Già allora era così (la gente portava una candela, la foto di un famigliare, una piccola offerta). Ebbene succedeva che andando alla tomba di s. Antonio, con le sorelle Martini e altri collaboratori, che già avevano incontrato questi prigionieri da far fuggire, P. Placido cercava fra le tante fotografie (in bianco e nero) quelle che più si potevano avvicinare al volto di quei poveretti e così i documenti risultavano completi e quasi perfetti. Ed allora, ecco che le scope, o le uova o i tre chili di farina, diventavano dei volti concreti di persone da portare in salvo. Con i documenti falsi poi organizzava per essi un viaggio verso Milano e poi dal lago di Como ( grazie all’aiuto dei contrabbandieri, ben pagati per questo), attraversavano le Alpi verso la Svizzera. Queste sorelle Martini, allora ragazze giovanissime, e altri della sua rete di amici (fingendosi ora mogli, o sorelle o figlie o figli), con tanto coraggio accompagnavano i fuggiaschi cercando di tutelarli e aiutarli il più possibile (questi prigionieri infatti spesso non parlavano italiano, erano americani o canadesi o sloveni…). Un rischio enorme!!!
I sospetti dei tedeschi e il rapimento
Per molti mesi le cose filano lisce e centinaia sono i prigionieri fatti fuggire. I tedeschi però, scoprono e arrestano due delle sorelle Martini (prima condannate a morte e poi inviate in Germania in campo di concentramento) e ormai hanno capito che p. Cortese è la mente di questa organizzazione segreta. La sorte di p. Placido, soprannominato dalle SS con disprezzo "frate zoppino", per una disabilità che lo rendeva un poco claudicante, è ormai segnata: è un traditore del Reich e va eliminato e tutti i suoi collaboratori vanno scoperti e puniti. E così domenica 8 ottobre, verso le ore 13,00, si presentano al convento del Santo, due persone misteriose, soprabito scuro, cappello, occhiali neri. A consegnarlo alle SS, che attendevano oltre il sagrato della basilica (territorio pontificio), era stato un amico, che gli aveva teso una trappola facendolo chiamare dal portinaio del convento per prestare un soccorso d'urgenza ad alcuni rifugiati.

Le torture,  il silenzio, il martirio
Trieste, Piazza Oberdan: Sede della Gestapo

Tra l'8 ottobre e il 15 di novembre di quell'anno (1944), si consuma il dramma di padre Placido, martirizzato nella tristemente famosa sede della Gestapo di piazza Oberdan, a Trieste. Interrogato, torturato, non svelò i nomi dei suoi collaboratori, pur sapendo che ciò gli sarebbe costato la vita.
Janez Ivo Gregorc prigioniero, compagno di cella e testimone dell'agonia di padre Cortese, scrive: "Padre Placido era terribilmente malridotto: l'avevano bastonato, picchiato; il vestito lacerato e la faccia rigata di sangue. Ho ancora presenti le sue mani deformate e giunte in preghiera. Ci siamo riconosciuti. Mi incoraggiava a rimanere fedele, a confidare in Dio, a non tradire nessuno". Il celebre pittore sloveno Anton Zoran Music, per un mese prigioniero nelle celle delle torture della Gestapo a Trieste, poi deportato nel campo di concentramento di Dachau, rievocando la figura del Cortese, confidò al compagno di campo Janez Ivo Gregorc: "Mi ricordo che nel bunker di piazza Oberdan c'era un sacerdote, un certo padre Cortese. Erano visibili sul suo corpo i segni delle torture. Lo vidi per la prima volta quando ci portarono tutti in Questura per le fotografie di rito. Sulla giacca era vistosa una grande macchia di sangue. L'avevano picchiato duramente. Era una persona squisita. Teneva un comportamento da mite e pieno di speranza. Pregava sempre, a mezza voce. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere. La fermezza e la fede di quel piccolo e fragile padre, che non si arrese e non tradì nulla". Anche il noto scrittore Boris Pahor ha ricordato la figura di padre Placido in un brano nel suo ultimo libro edito in Italia: "Piazza Oberdan", (Nuova Dimensione, 2010).
P. Placido, da giovane novizio, aveva scritto ai genitori: "Il cristianesimo e la vita francescana sono un peso che non ci si stanca mai di portare, che sempre più innamora l'anima verso maggiori sacrifici, fino a morire tra i tormenti come i martiri". Era stato profeta! Infatti, così riferisce Vladimir Vauhnik, colonnello sloveno, capo della rete informativa pro-alleati: "Al religioso Placido Cortese la Gestapo cavò gli occhi, tagliò la lingua e lo seppellì vivo". Aveva 37 anni e otto mesi!
Servo di Dio
I frati del Santo, dopo la guerra, per vario tempo non seppero più nulla di questo loro confratello scomparso misteriosamente, così come era loro pressoché ignota l'opera segreta da lui compiuta. Interpellarono al riguardo persino san Pio da Pietralcina; questi tramite un'amica suora padovana, suor Giustina Fasan così rispose profeticamente: "Dica ai padri del Santo che non facciano ricerche su padre Cortese, perché è in paradiso per la sua grande carità". E infatti, la Provvidenza volle che senza particolari indagini, via via giungessero e fossero raccolte negli anni seguenti innumerevoli e incredibili testimonianze sul suo operato di carità, rendendo così possibile uno squarcio sul silenzio e sul "segreto" che aveva accompagnato da sempre la vicenda di questo frate umile e coraggioso, vero testimone dell'amore a Dio e al prossimo. Da allora la sua figura è sempre più studiata e conosciuta ed anche la causa di beatificazione iniziata nel 2002 ha terminato la fase diocesana che ha riconosciuto p. Cortese "Servo di Dio", ed ora sta velocemente proseguendo il suo iter a Roma.
Per tenere viva la sua memoria in Basilica del Santo è stato da alcuni mesi restaurato il confessionale di P. Placido, visitato con devozione da molti fedeli. 
Basilica del Santo: confessionale di P. Placido Cortese
Vedi altri post su P. Placido:

lunedì 26 gennaio 2015

A due a due

A due a due....
Dal Vangelo del giorno - Luca 10,1-9
Lunedì 26 gennaio 2015
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 
Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio». 
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Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale il Signore vi dia pace. I Vangeli di questi giorni, come certo avrete notato, continuano da aver una forte accentuazione vocazionale. Anche il testo propostoci oggi dalla liturgia, narra della chiamata dei primi discepoli e del loro invio in missione. Si tratta di un brano che ispirerà fortemente l'esperienza di san Francesco e che connoterà per sempre l'Ordine francescano e i frati, anche nel loro modo di porsi e vestire e andare e stare nel mondo e fra la gente, annunciando il Vangelo. Mi piace di seguito ricordare brevemente cosa successe a san Francesco dopo l'ascolto di questa Parola. Che questa, ancora possa provocare e ispirare anche ciascuno di voi, nel seguire con gioia il Signore Gesù sulle strade del mondo. Vi incoraggio. A Lui sempre la nostra Lode. 
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

Curate i malati - Vietnam: frati nel lebbrosario 
L'esperienza di san Francesco
Era l'anno 1208. Dal giorno in cui Francesco aveva cominciato a seguire il comando impartitogli dal crocifisso di San Damiano ( "Francesco, va e ripara la mia casa") erano passati circa tre anni. In tutto questo tempo, oltre a restaurare chiese e servire i lebbrosi, aveva molto pregato, molto meditato sul Vangelo. Al cuore grande di quell'uomo inquieto non bastava però ciò che stava facendo e si chiedeva continuamente quale fosse la sua strada. Un giorno (forse nella festa di san Luca -18 ottobre), nella chiesetta della Porziuncola, durante la messa sentì leggere il brano relativo alla missione di predicare affidata da Cristo agli apostoli. Il testo evangelico era quello di Lc 10,1-9: Gesù manda a due a due i discepoli ad annunziare il Regno, con mansuetudine di agnelli, senza provviste di viaggio, senza borsa, portando il saluto di pace, mangiando quello che sarà loro messo dinanzi, curando i malati... Finita la messa Francesco, si fece spiegare dal sacerdote quel Vangelo. Fu come lo spuntare di un giorno radioso dopo una lunga notte: «Di scatto, esultante di divino fervore, disse - Questo è ciò che voglio, questo è ciò che chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!» (cf. Fonti Francescane 354-358; 261-274).
Senza indugio abbandonò il suo abbigliamento da eremita, che fino a quel momento era stato il segno pubblico della sua «vita di penitenza», indossò una tunica semplice, da lui stesso ideata, stretta ai fianchi da una funicella e, a piedi nudi, si mise a predicare annunciando il regno di Dio e invitando alla conversione. Questo accadeva «nel terzo anno della sua conversione».
Ecco il primo effetto della scoperta della sua vocazione evangelica: Francesco sente come un bisogno vitale di portare agli uomini tutto quello che il Signore gli viene comunicando nel segreto della contemplazione; è un messaggio che lui annuncia «con grande fervore ed esultanza», come chi ha una «buona novella» che interessa tutti, un "tesoro" da comunicare a tutti i costi.
Adesso, inoltre, ha finalmente anche una vita da vivere e da condividere con altri. Infatti, pochi giorni dopo cominciano a raggrupparsi attorno a lui i primi discepoli, adottando lo stesso modo «di vestire e di vivere». E si trovò fondatore senza averlo previsto. Non si ritrasse davanti a questo nuovo segno della Volontà divina. Accolse, infatti, il primo arrivato, l'amico Bernardo da Quintavalle, con un abbraccio: sarà il primo di una schiera innumerevoli di fratelli che si uniranno a lui. Tommaso da Celano, suo primo cronista, così scrive al riguardo: «La venuta e la conversione di un tale uomo, riempirono Francesco di una gioia straordinaria: gli parve che il Signore avesse cura di lui, donandogli il compagno di cui ognuno ha bisogno e un amico fedele» (FF 361).
Francesco, aveva dovuto accettare fino ad allora una lunga solitudine, lui così portato per natura all'amicizia, così socievole! Ora il Signore gli donava dei fratelli con cui condividere l'ideale evangelico. Ancora dettando il Testamento alla fine della vita, ricorderà il dono grande della fraternità: «Il Signore mi donò dei fratelli».

Portate la Pace: Roma-Evangelizzazione di strada
Ecco io vi mando....

domenica 25 gennaio 2015

Dietro a me

Cari amici in cammino e in ricerca, il Signore vi dia pace.
Anche il vangelo di questa domenica ha una connotazione fortemente vocazionale.
Il Signore ci invita ad accogliere il suo invito e seguirlo senza indugi: venite dietro a me... vi farò diventare... Gli chiediamo la grazia d rispondere con prontezza e gioia...
Carissimi, suggerendovi di sostare in preghiera su questa Parola, vi propongo anche un bel commento video al vangelo (vedi i sottotitoli in italiano). Si tratta di una nuova iniziativa del gruppo di evangelizzazione di strada, Sveglia Francescana, dei giovani frati minori conventuali di Roma. Auguro a ciascuno una bella e serena domenica. Al Signore Gesù sempre la nostra lode. fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


Terza domenica del tempo ordinario
Marco 1,14-20
"Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui."


sabato 24 gennaio 2015

Castità e celibato. Un cammino d'alta quota!

Cari amici in cammino  e in ricerca della vocazione divina, il Signore vi dia pace. Oggi riporto la corrispondenza con Luca, un giovane (25 anni) angustiato da tentazioni circa la castità e interrogativi inerenti la vocazione sacerdotale e il celibato. Come sempre, spero che quanto scritto possa essere utile a tutti. Vi chiedo una preghiera per Luca e...anche per me. Al Signore Gesù la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


Lettera di Luca
Caro P. Alberto, mi chiamo Luca (25 anni). Finalmente mi decido a scriverle anche per ringraziarla del suo blog e delle sue risposte sempre cosi utili e incoraggianti. Spero abbia una risposta anche ad un quesito che mi assilla da tempo. Durante l’anno passato ho seguito con grande entusiasmo e serietà un corso di discernimento vocazionale nella Diocesi di (...). Nel mio cuore credo di avere intravisto la strada del sacerdozio e vorrei rispondere sinceramente a questa chiamata. Nel frattempo, ho pure concluso l'università e mi pare sia giunto il tempo per una decisione verso il seminario. "Ma"....., c' è ogni volta un "ma" che si ripresenta e mi frena: ho avuto in passato una lunga relazione affettiva (terminata due anni fa), ma vivo e sento in me ancora grande attrazione per le ragazze anche se poi concretamente non ho più voluto cercare un legame avendo la prospettiva della consacrazione. La "castità personale" non è però ancora una meta che posso dire di avere raggiunto, anzi vivo momenti di forte pulsionalità in cui mi trovo senza alcuna difesa e cado miseramente non riuscendo a controllarmi (...) Pensando al celibato, mi chiedo spesso se sarei in grado di sostenerlo con rettitudine. Quando mi scopro debole e peccatore su questi aspetti, mi scoraggio moltissimo e così temo per il mio futuro come seminarista ancor prima che da sacerdote e mi viene da rimettere tutto in discussione. Poi però, ogni volta ripenso al mio cammino di conversione (dopo un pellegrinaggio a Medjugorie) e al cammino di fede e vocazionale di questi anni e vi scopro anche tanti segni del Signore che mi indicano questa direzione ed è la preghiera a donarmi l'unico conforto possibile e ancora a suggerirmi il desiderio di continuare.  Però intanto resto fermo e non mi decido a far nulla! Cosa ne pensa? Cosa mi può aiutare? Grazie di tutto. Luca

Risposta di Fra Alberto
Caro Luca, grazie per la fiducia e per avermi raccontato almeno in parte la tua storia e le tue fatiche: un bel dono per me. (...)  Riguardo alle preoccupazioni di natura affettiva e sessuale che ti angustiano, ti rinnovo sopra ogni cosa l'invito ad un dialogo schietto con il tuo padre spirituale; solo nella relazione personale si possono, infatti, affrontare serenamente temi così delicati e intimi. Nella tua lettera non parli di questa figura di riferimento che spero però tu abbia. Non illuderti di camminare da solo!!!
Mi permetto in ogni caso qualche breve considerazione. Circa le difficoltà (pulsionalità) in ordine alla "castità personale" di cui mi scrivi, da un lato, queste non vanno enfatizzate né super demonizzate: si tratta di un cammino di crescita e di auto dominio di sé che non è per nulla scontato o automatico in un giovane (specie in questa società iper sessualizzata)! Dall'altra, queste non vanno neppure sottovalutate, sostenendoti al riguardo sempre con la preghiera e una vita sacramentale assidua (confessione, eucarestia) e..tanta pazienza e umiltà. In esse andrebbe però colto anche il malessere che esprimono, il bisogno e il richiamo profondo che in qualche modo manifestano sia pure in modo disordinato. Si tratta dunque di andare all'origine di questo disagio, di questa pulsionalità irrazionale e senza confini che pare ogni tanto destabilizzarti. Vanno al riguardo evitati volontarismi e spiritualismi depistanti, scoprendo invece ciò che genera e favorisce in te certi comportamenti che poi ti addolorano e scoraggiano. La gioia sarà il primo segnale di questo cammino di conversione che per altro ti sarà molto utile anche se sceglierai di fidanzarti e farti una famiglia: la castità infatti non è solo prerogativa dei consacrati!!
Circa l'attrazione per le ragazze, ringrazia il Signore per la tua normalità! In questa tendenza infatti non c’è nulla di straordinario o di terribilmente peccaminoso. Questa tendenza, inoltre, non illuderti, anche se diventerai prete, non verrà mai meno e non è che scomparirà con la tua consacrazione. Non sta dunque qui la questione seria dove capire se potrai diventare o meno prete o religioso. I consacrati, infatti, scelgono il celibato, non perché non attratti o incapaci di amare una donna, ma nella consapevolezza che il loro cuore, la loro persona, la loro affettività e fisicità, ha già un'appartenenza, ha già nel Signore un amore ancora più grande e assoluto, così che tutta la loro vita è per Dio e per il Regno. 
Per diventare prete, devi dunque chiederti cosa significhi il Signore per te, che spazio abbia nella tua vita, che forza di seduzione eserciti su ti te. Sarà solo, infatti, una vocazione "divina" a consentirti una fedeltà nel celibato e conseguentemente una grande apertura di cuore e insieme la sua custodia; a permetterti una capacità di relazione e di dono verso ogni persona (donne o uomini) senza alcuna pretesa di possessività o esclusività. La castità e il celibato, nella consacrazione religiosa, dunque come via di libertà e di amore gratuito verso chiunque e ovunque. 
La castità e il celibato del sacerdote come "un cammino d'alta quota"; un cammino certo per "iniziati" (la vocazione religiosa non è per tutti!) esigente e affascinante, prossimo al Cielo, ma anche ben ancorato alla Terra, alla Vita dell'uomo... Qui sta il vero discernimento da operare...!!
Carissimo Luca, non ti conosco personalmente e quindi mi scuso se le mie parole sono state un poco generiche. Posso però dirti che da quanto scrivi, emerge la figura di un giovane retto e sincero; in te, mi pare sia presente un genuino desiderio di seguire il Signore e fare la sua volontà ( che tu diventi prete o no). Sono sicuro che questo tempo di prova e fatica saprà mostrati la strada che Lui ha in serbo per te. Ti sono vicino e ti ricordo nella preghiera. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
Fra Alberto
Vite donate
Vietnam: frate con i lebbrosi
Vite donate
Assisi: frati e giovani ai campi estivi di spiritualità



venerdì 23 gennaio 2015

Proprio me?



Dal Vangelo del Giorno - Marco 3,13-19. 
Venerdì 23 gennaio 2015

In quel tempo, Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì. 


Cari amici in cammino e in ricerca, il Signore vi dia pace.
Il vangelo di oggi ci presenta la vocazione e la chiamata dei 12 apostoli, che l'evangelista con precisione nomina uno per uno; un elenco puntiglioso che un poco sorprende!
Se infatti prestiamo attenzione al nome, che apre l’elenco dei chiamati: Simone, subito ci viene in mente, che giungerà a rinnegare, Colui che lo aveva chiamato.

Se pure guardiamo al nome, che chiude l’elenco: Giuda Iscariota, ecco che gli troviamo assegnata la qualifica di futuro traditore. Gli altri nomi poi, che sono citati in mezzo, non segnalano virtù e valori particolari, ma appartengono a persone qualsiasi non particolarmente emergenti o speciali per doti o qualità. Anzi, nei vangeli li scopriremo via via, deboli, egoisti, increduli… Nasce allora una domanda sulla chiamata di Gesù: “Ma come ha fatto a chiamare questi qua?”.

Un interrogativo che forse riguarda e interpella anche ciascuno di noi a proposito della nostra personale chiamata: “Ma come fa il Signore a voler chiamare proprio me? Ma davvero Signore hai detto anche il mio nome?”.

L’evangelista Marco a proposito della chiamata dei Dodici come per la nostra, propone una pista di interpretazione che ci consola e incoraggia oltre ogni nostra perplessità e consapevolezza di inadeguatezza. L’evangelista Marco, infatti, situa il verbo "chiamò" tra due altre azioni di Gesù: “salì sul monte” da un lato e “quelli che voleva” dall’altro. 

Solo se letta tra questi due argini, la chiamata, la vocazione, perde ogni carattere di superficialità, di improvvisazione, di sprovvedutezza e invece si riempie di altissimo valore.

La chiamata nasce sul monte: il monte era uno dei luoghi privilegiati, nei quali Gesù si ritirava per immergersi nella comunione col Padre, e poi lì, da quell’oceano di amore, raccoglieva la volontà, il piano, il progetto che doveva servire e realizzare.
Sempre le chiamate di Gesù, anche le nostre chiamate personali, nascono da questa sua immersione nell’amore del Padre .
Sempre le chiamate di Gesù recano dentro di sé come impronta qualificante la tensione dialettica dell’amore: lo sporgersi oltre di sé per andare verso la persona amata in nome del desiderio dell’averlo con sé in una intensa comunione di amore. Se siamo chiamati dunque è perchè siamo amati e così coinvolti in una storia più grande di noi, che trova la sua sorgente nel cuore di Gesù e nella sua relazione col Padre
Ugualmente chi è chiamato a stare con Gesù in profonda comunione di amore, si troverà a sua volta a condividere la stessa tensione dialettica dell’amore: lo sporgersi oltre se stesso, l’andare agli altri per includere anche loro nella comunione d’amore… Da quella chiamata scaturita sul monte, parte dunque un fiume d'amore, che attraversa la storia e la vita di tante persone, per ancora continuare a diffondersi e irradiarsi a tutti.

La volontà di Gesù è l'altro argine, in mezzo al quale nasce la chiamata. La chiamata non è pertanto frutto di casualità, non è dettata dal capriccio di un attimo o da una emozione passeggera di scarsa consistenza e di esiguo spessore, ma nasce dalla volontà del Figlio, che raccoglie con totale dedizione di amore la volontà del Padre. Nella chiamata di Gesù ci raggiunge e ci viene proposto il disegno e il progetto, con cui siamo stati pensati, voluti e amati e scelti da sempre. La chiamata di Gesù, quindi, ci orienta verso la verità di noi stessi.

Noi siamo dunque sorpresi che Gesù ci chiami, visto quel che siamo, visto quel che conosciamo noi di noi stessi. Invece, visto il valore, che indiscutibilmente reca in sé la chiamata di Gesù, dovremmo rimanere stupiti nello scorgere chi siamo, che cosa siamo chiamati a essere, secondo la verità di Dio.

Vi incoraggio e prego per ciascuno di voi. Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)